“Onirica” di Aurora Stella, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Aurora non si smentisce mai. Ogni suo libro è un tesoro di emozioni e sensazioni che hanno come punto focale il tema della paura. Una paura che viene fomentata non tanto con elementi di impatto, quando con atmosfere che tengono al gotico, al noir con sfumature classiche dei grandi maestri: Lovencraft, Poe e King. I suoi racconti sono la conseguenza diretta di una riflessione profonda che, come sempre, inserisce nella sua introduzione. E come al solito, sono quelle più dei racconti, peraltro perfetti, che rappresentano il vero punto di forza di Aurora.

Essa usa la narrazione horror come una lezione di filosofia e di biologia utilissima ancor oggi all’uomo moderno. Anzi direi molto più oggi che un tempo. Un tempo le ansie, le situazioni orrorifiche,  erano rappresentate da un ignoto ambientale. L’uomo era immerso in un mondo ostile, impossibile da leggere, da comprendere, simbolizzato dalle forze oscure che minacciano quella rara stabilità acquisita. Licantropi, vampiri, streghe non erano altro che quel pozzo tetro dell’animo umano, che sfugge al controllo. Emblematico è il simbolo usato da Stoker, il vampiro, idoneo  a raccontare le contraddizioni della società dal suo tempo, sospesa tra innovazione e conservatorismo.

Pertanto l’orrore enunciava, rendeva più comprensibile e più sopportabile, l’ignoto.

La domanda del lettore allora sarà che valore ha oggi, in un mondo dominato dalla tecnologia, dal progresso, il racconto dell’orrore? Noi abbiamo conquistato la luna, controllato i continenti, allungato la vita, aggredito quel mondo ostile che prima ci sfuggiva. In realtà è, ancora una volta, mera apparenza. Noi, nonostante il progresso scientifico, abbiamo e continuiamo a essere penosamente ignoranti dei moti più nascosti dell’uomo. Sono quelli il nostro orrore. L’orrore moderno si nasconde nelle pieghe più insospettabili, tra i bravi cittadini, tra quartieri perbene, nei professionisti che pur di assecondare la brama di consenso sociale nascondono la loro parte più feroce, fino a che essa irrompe con conseguenze terribili.

Viviamo in tempi molto più difficili di quanto non facessero i nostri antenati: tutto ci appare leggibile, la scienza sembra scoprire il mondo e rivelarcelo perdendo quella necessaria dose di magia e mistero che preserva sana la parte più tenebrosa di noi. Se tutto è illuminato dalla luce della consapevolezza cosa ci resta da scoprire? Cosa ne è di una vita che, seppur difficoltosa si dimenava fiera tra le grinfie di quel destino forestiero, spinta dal desiderio di comprensione, l’unico in grado di dialogare con i due emisferi del cervello? Oggi internet e il mondo virtuale ci donano l’immediatezza. Non c’è più bisogno di cercare, di sforzarsi. E’ tutto a portata di mano. Film, libri, conoscenze, desideri, passioni. Nulla più crea un vero sforzo se non quello di cliccare pigramente sul tasto giusto. Questo ci porta a rilassarci, a lasciarci andare a una monotona tranquillità, che poi, però, va riempita poiché si manifesta piena zeppa di vuoti emotivi. E cosi ecco che riemerge il culto delle perversioni, siano esse innocue, come quella di una lettura aberrante di donne usate a mo di pasta madre dal mattarello del macho di turno, a quelle più inquietanti di perversioni ben più eclatanti, che spingono il limite umano sull’orlo dell’abisso della pazzia. Ecco omicidi considerati quasi videogiochi, perversioni sessuali spinte al limite non tanto della decenza quanto dell’eticità ( il sadomaso spinto a un acme cosi estremo che non è raro che, un gioco di piacere si stringa a braccetto con la morte)  fino al culto di idee aberranti, sulla razza, sulla tortura, sul fanatismo religioso. Tutto questo alla disperata ricerca del mistero e dell’adrenalina.

Cerchiamo in sostanza la paura. Perché la paura il terrore non è un’emozione da temere ma da abbracciare.   La paura è infatti un sistema adattivo che modula il rapporto tra l’ambiente e l’organismo favorendo la sopravvivenza di quest’ultimo. E noi, di questo sistema perduto o forse dimenticato, ne abbiamo ancora un disperato bisogno. Abbiamo bisogno di immaginare valichi straordinari tra il tempo e lo spazio, da superare per arrivare al limite di un infernale gioco di purificazione, dove sopravvive soltanto il puro di cuore e colui che ancora da voce a sensazioni primordiali. Questo concetto lo ritroviamo nel bellissimo racconto  “A quattro passi da Roma”. In questo caso la paura si attiva perché, la protagonista riesce a percepire, soltanto con i sensi ( o con il famigerato sesto senso)  uno stimolo dannoso o potenzialmente dannoso per l’organismo.Insomma quando incombe una minaccia alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all’individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso attacco, evitamento-fuga,o nella peggiore delle ipotesi con un blocco.

“ Non è curioso? Un cancello immane in grado di tenere chiuso Godzilla ma nessuna recinzione”

E’ il piccolo particolare, cosi come dimostra la Favola di Barbablu, che riesce a attivare determinate zone del cervello,facendo notare l’incongruenza o come direbbe Donato Carrisi, “Il dato che stona” Evitare questo dato,ci trascina nell’abisso come una punizione per una stupidità che, il sistema e l’ecosistema non può perdonare. Perché la paura non è soltanto una reazione individuale ma ha anche una veste sociale, la funzione di sopravvivenza non è soltanto rivolta al singolo bensì a tutta la specie. E ignorare i segnali, in preda di bisogni primari o di una leggerezza creata dalla finta sicurezza che “Queste cose non possono accadere” trascina l’elemento debole per una discesa da cui, se è fortunato riemerge del tutto modificato nel corpo e nello spirito.

Il cancello è proprio questo: il punto di confine tra l’altro mondo e il nostro, dove i meritevoli riescono a tornare e le parti deboli vengono restituite all’elemento terreno,grazie al fuoco purificatore. Un racconto di terrore ma anche iniziatico, dove la capacità di scioccare è proporzionale alla volontà di svegliare il dormiente, restituendogli la consapevolezza che, per quanto il progresso aumenti, ci saranno sempre zone d’ombra di cui saremo sempre totalmente vittime. E’ per questo che la Stella inserisce il simbolo del cane, immune alla mefistofelica magia del passaggio temporale: il cane da sempre è considerato il tramite e il guardiano del regno altro, un protettore, una guida spirituale capace di far emergere l’ignaro viandante dalle nebbie dell’oblio. Non a caso la Dea dei crocicchi Ecate è sempre raffigurata accompagnata da un cane

Poste agli incroci di tre strade, le statue di Ecate proteggevano i viandanti, aiutandoli a scegliere il percorso giusto e ad individuare i passaggi meno rischiosi. Ecco perché in alcune rappresentazioni Ecate ha addirittura tre teste, ognuna che guarda in una diversa direzione.
La cristianità ne ha fatto invece territorio diabolico dove vi si seppellivano i suicidi. Il crocicchio è, al contrario, un posto di concentrazione di energie: le strade, i cammini, i destini si incrociano e portano ad una scelta.  Ecate è la dea delle scelte e della libertà di scelta. Ecate e di conseguenza il suo famiglio, il cane,  sono e restano i guardiani delle soglie.

Nel racconto “Bioagratursimo cento per cento“, si nasconde , invece, la paura atavica dell’uomo di un altro mondo parallelo, quello alieno. Dopo il panico scatenato da Orson Wells nella guerra dei mondi, la credenza che, l’entità abitante universi altri, sia non un gentile portatore di civiltà ma un malefico e perfido dominatore, ha sempre accompagnato quella fase di perfezionamento scientifico. La capacità di scrutare l’universo ha avuto come controparte il terrore che, in un altro pianeta si annidasse la minaccia. Questo perché troppa conoscenza spiazza, lascia spaesati e spauriti senza più nulla da temere. Ecco che l’alieno diventa il sostituto di creature mitiche, per la sua quasi impossibilità ad essere smentito e per la conoscenza che ci dimostrano come l’universo sia, in realtà, abitato. Da chi? Da cosa? Esseri miglior di noi? Esseri che hanno passato quel limite che noi aggrediamo giorno per giorno con l’oscura speranza di diventarne privi?  Senza morale e senza impedimenti etici?

Scienza e conquista senza compassione, è il sogno oscuro e il terrore diffuso. L’alieno, ossia l’altro da noi, incomprensibile e spaventoso, rischia non solo di conquistarci distruggendo la nostra civiltà, ma anche di scomporci (Aurora usa l’elemento più cruento). Questa pratica antica, resa moderna dalla Stella grazie all’elemento fantascientifico, è un evento esoterico raccontato da molte tradizioni: l’essere umano non solo subisce la morte fisica, ma viene quasi scomposto in parti diverse ognuna delle quali viene trasformata essa stessa per essere riassemblata in qualcosa di nuovo. In questo caso il terrore porta a una reazione       quasi straordinaria. E questa  reazione emotiva diventa una segnalazione d’emergenza rivolta a tutti i vicini e quindi potenzialmente in pericolo. La paura stimola anche la memoria e l’apprendimento per fare della brutta esperienza un’occasione di crescita.

Ma non solo. Qua la scienza è posta sotto accusa. Perché non più delimitata dalla semplice curiosità ma dalla voglia di potere illimitato. Fino a creare tramite le finalità cosciente un aberrazione che, come ci ha spiegato Gregory Bateson il Dio Eco ( ecologico) punisce sempre a volte rivoltando verso il creatore folle la propria creatura.

“Dice una parabola che quando il dio ecologico abbassa lo sguardo e vede la specie umana peccare contro la sua ecologia (per avidità o perché prende delle scorciatoie, o compie certi passi nell’ordine sbagliato), sospira e involontariamente manda sulla terra l’inquinamento e la pioggia radioattiva. Non serve dirgli che la trasgressione era di poco conto, che ci dispiace, che non lo faremo più. Non serve fare sacrifici, tentare di placarlo con offerte: il dio ecologico è incorruttibile e quindi non lo si può beffare».

(Dove gli angeli esitano)

E quà cito un altro racconto che è consequenziale agli altri e che ha come protagonista proprio la crescita: “Il mostro”  In questo racconto l’impotenza davanti al male si caratterizza con un altro elemento, ossia la rabbia. Ed è la rabbia a incanalare la funzionae conservativa sopracitata. Davanti al pericolo, la paura rischia di bloccarci. Quest’impotenza ci rende vittime incapaci di qualsiasi reazione. Cosa c’è di diverso nella protagonista? Non soltanto sensi in allerta, una strana educazione, una passione inquietante,  ma anche la capacità di trasformare il fuoco della rabbia da negativo a positivo, in grado di alimenta l’adrenalina necessaria la movimento e all’azione difensiva.

Della  rabbia ne ha splendidamente parlato il libro “Donne che non hanno paura del fuoco” una guida scritta da due valenti psicologhe ( Mary Valentins e Anne Devane)  incentrata sulla metodologia pratica sull’arte di tramutare in energia vitale quella incendiaria passione.

“la collera è un emozione che nessuna donna può tenere sotto controllo. Può peraltro imparare a controllare il suo comportamento e la sua risposta. La rabbia iniziale è semplicemente la scarica fisica dell’emozione, il principio del processo mediante il quale una donna può, in un secondo tempo, raddrizzare un torto..o tramutare un’arma letale in uno strumento di potere”

Anne Devane e Mary Valentins

La protagonista del racconto fa  questo. In barba agli stereotipi, schernendo le consuetudini che delegano la donna al noioso e pericoloso ruolo di vittima, si trasmuta in una riparatrice di torti, accogliendo in se le voci distanti delle vittima, sublimandole e restituendo a loro la dignità perduta che, il mostro, ha strappato loro. Perché i mostri veri non tolgono soltanto la vita, ma spersonalizzano l’oggetto del loro odio, fino a renderlo un numero o un trofeo.  Pertanto la rabbia sottomette la paura, fa reagire con quella dosa di adrenalina che acutizza i sensi, sviluppa la mente e educa il pensiero non all’oblio ma alla visuale notturna, quella che vede i contorni sacrificando la forma alla comprensione dei  dettagli, quelli che con il giorno ci sfuggono. Fino a che si ridimensionano  i confini dello status quo dominato dal maschio, quello che in molte donne crea insicurezza e senso di sconforto. Certo non auspico che il racconto venga preso alla lettera. Auspico che funga da esempio trascinatore di come una donna non è perfida se usa la rabbia. Non diventa paurosa e sconveniente. Diventa semplicemente completa.  Poste di fronte inimmagine tipica della rabbia, Medusa, il nostro primo impulso non dovrebbe essere quello di volgere lo sguardo :

di evitare di fissare i viticci formati da serpenti attorcigliati e sibilanti, il suo sguardo fiero e penetrante, gli occhi ardenti, le zanne da cinghiale, gli artigli minacciosi. La bocca è uno sfregio nella pietra , l’espressione è distorta dalla furia, lo sguardo pietrifica chi la guarda”

(Anna Devane Mary Valentine)

Quello che dovremmo ricordare è che Medusa fu una donna bellissima che diventa a suo malgrado il simbolo della tenebra femminile e della furia, seguendo il suo cammino raccontato nel mito e nella storia di Aurora le donne possono ravvisare il moderno cammino affinchè possano riconoscere la bellezza della loro rabbia e diventino, infine DONNE che si spingono oltre i limiti circoscritti e sfidare finalmente le convenzioni sociali, gli stereotipi e possano essere fonti di potenza. Rivendicate la vostra rabbia e usatela per trasformare voi stesse e la società che vi accoglie!

In tutto questo raccapriccio, che raggiunge un acme dalla tensione portata al esasperazione, Stella ci stupisce di nuovo, riportando questa tensione in canoni gestibili grazia all’inserimento di racconti del grottesco degni di Edgar Allan Poe. E in questo viaggio onirico ci si accorge come il male che ha portato allo scoperto sia in fondo banale, vittima di se stesso e quasi patetico.

Un romanzo di formazione in cui orrore e ridicolo sono le facce della stessa medaglia: l’ignoto.

Sta a noi decidere quale faccia possa essere illuminata dalla nostra coscienza.

Consigliatissimo.

 

 

2 pensieri su ““Onirica” di Aurora Stella, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

  1. Che dire? Non me l’aspettavo. Più che una recensione un saggio. Sei veramente una persona fantastica, capace di cogliere anche le sfumature più impercettibili. ..
    Grazie!

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