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Non è un libro di narrativa quello di Cinzia Tani. Si tratta di racconti tratti dalla cronaca del tempo, racconti di amori passionali, oscuri che trovano la loro consacrazione nel sangue.  Lo racconta già il sottotitolo del libro: quando si uccide chi si ama. E’ dunque, rappresentata la faccia macabra dell’amore, un amore che diventa malato al tal punto da voler annullare totalmente l’oggetto della propria venerazione, come a consegnarlo all’eternità del ricordo reso glorioso dall’omicidio.

 

Ma è davvero cosi romantico l’amore che si innamora della morte?

Assolutamente no.

Cinzia Tani fa un ritratto lucido di ogni protagonista. Lo inquadra nella sua epoca, con i suoi bagliori, splendori e decadimenti, la ingloba nella società del tempo, nei ruoli prestabiliti, nelle aspettative comuni della collettività che fa da sfondo al dramma. Un dramma preannunciato dalla stessa nascita di un amore che forse amore non è. Ossessione, volontà di emozioni troppo spesso soffocate, voglia di trasgressione, un urlo contro un conformismo scelto per paura, per educazione o per mancanza di alternative.

Protagonisti, sono donne uomini immersi totalmente nei loro impulsi incontrollabili.  Sette storie di cronaca accadute in sette diverse parti del mondo, quasi a voler suggerire che la radice degli amori malati (perché di amori malati si tratta) non conosce ceto sociale o  coordinate geografiche, ma nasce li nella parte più cupa dell’animo umano, quella sede incomprensibile e spaventosa di istinti impulsi e mostri. E sono questi luoghi tenebrosi che alimentano una passione cosi violenta e totalizzante.

Il merito del libro della Tani è però da ricercare in due differenti seppur collegati elementi.

Il primo. In un epoca come la nostra, in cui la parola femminicidio si sente spesso pronunciata, è necessario che la donna venga restituita a se stessa. Proprio cosi. Femminicidio è un termine che separa una realtà, la rilega in categorie ben stabilite, e ne fa necessariamente stereotipo. E cosi invece di omicidio si accenna all’esistenza di una sottile discriminazione, come se uccidere una donna fosse qualcosa di diverso da uccidere qualsiasi altra categoria. Ma una donna non è e non può essere categoria. Essa è persona, in tutta la sua contraddittoria essenza. Se è vero che l’oggetto di un omicidio seriale o passionale, o politico o di qualsiasi altro stampo, si rivolge sempre al soggetto che è considerato più fragile, indifeso o rappresentativo del proprio atto di onnipotenza ( perché uccidere è rivendicare un onnipotenza quasi divina) non è sempre detto che la fragilità sia esclusiva di una sola parte della società. La fragilità, come la crudeltà, o la tenerezza, o il bisogno di dominazione è parte di ogni soggetto umano. Uomo o donna, nessuno di loro è possessore di un solo elemento caratterizzante. Quelli sono stereotipi, sono generi che noi umani attribuiamo alle cose per capirle, comandarle e controllarle meglio. Lo stereotipo, infatti, con la sua brama di catalogazione, aiuta la persona a orientarsi in un mondo troppo variegato, e imprevedibile. Cosi dare identità predefinite è utile nel primario approccio con l’altro, fatto di regole non scritte e convenzioni sociali. Altro discorso è quando queste comodità intellettuali vengono tatuate indelebilmente alla persona. Li lo stereotipo diventa razzismo, e il razzismo nasce proprio dalla paura dell’ignoto e dell’imprevedibile.

Ciò significa che, nel concetto stesso di femminicidio, può esserci il pericolo di perpetuare o intensificare quelle condizioni di inferiorità che la parola stessa vorrebbe combattere.  Quando una legislazione condanna perentoriamente ogni forma di violenza ma, specifica un indignazione speciale contro una categoria umana prestabilita, (in questo caso contro la donna)  afferma, in realtà, in modo netto priorio quelle differenze che vorrebbe affrontare. Quelle donne che propone di aiutare, considerate vittime, soggetti fragili e bisognosi di una tutele specifica,  diventa il segno evidente di una condizione svilita e degradata, che rafforza l’idea di un soggetto diverso da quello umano.  Il merito di Cinzia Tani è di rompere questo circolo vizioso del processo di vittimizzazione. La donna non è considerata da lei come il soggetto vulnerabile, quasi etereo costretto a difendersi con la violenza. La donna qua è essere umano completo, portatore in se di bellezza come di orrore, di dolcezza e malvagità, ed è questa contraddizione che le  restituisce la dimensione umana totale che le era stata strappata. Una dimensione dove bene e male convivono in lotta uno con l’altro, e dove quello che viene più alimentato vince.  L’eterno percorso in bilico dell’uomo è qua rappresentato senza sconti o liricismi;  uomini e donne camminano sul filo del rasoio, in un terreno, quello della vita cosi difficile, cosi sconnesso a volte dove è facile inciampare e cadere preda di insidie tentazioni e scorciatoie.

Un altro elemento che rende il libro interessante e profondo è il peso che la Tani attribuisce all’educazione sociale e familiare. E’ questa che forgia gli impulsi sconosciuti e segreti della persona. Vittime, carnefici, provengono tutti da una famiglia distorta, quasi malata e rinchiusa in se e nelle proprie frustrazioni: Madri incapaci di aprirsi e egoisticamente proiettate a soddisfare se stesse, padri dominanti e anaffettivi, tutto sullo sfondo di società tragicamente blindate nelle loro convenzioni, nel loro status quo. La mancanza di modelli di riferimento sani e alternativi crea un circolo vizioso fatto di obiettivi e comunicazioni distorte, ed è per questo che troviamo soggetti pronti e disponibili a vivere emozioni sull’orlo della patologia psicologica. La mancanza di stimoli positivi e di un’educazione corretta ai sentimenti e alla sessualità, generano amori crudeli che risultano disarmonici fino a toccare il fondo dell’abisso. Incapaci di scelte perché abituati a non cogliere alternative valide, i protagonisti della Tani si incamminano verso la strada dell’autodistruzione. La mancata percezione della realtà e il loro pesante fardello familiare li rendono umani, troppo umani per essere odiati perché riusciamo a cogliere il loro vero dramma: l’assenza di un modello alternativo di riferimento che fa vedere loro solo un’unica realtà. La società cosi come è stata tramandata dall’educazione familiare, poi alla fine, si scontra con la realtà che bussa alla porta, e che li trova incapaci di abbracciarla e di osservarla tanto da portarli a chiudersi in se stessi. La morte in questo caso è l’ultimo atto per preservare la loro visione della vita cosi com’è stata e come sarà, consegnata per sempre ai posteri.

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