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Due ragazzi si incontrano e con un solo sguardo tra loro scocca il colpo di fulmine sullo sfondo di una New York piena di fermento e promesse.

Sembrerebbe la classica, romantica storia d’amore eppure…Himi e Liat non sono semplicemente un ragazzo e una ragazza immersi nella scoperta dei segreti di un amore improvviso. Loro portano su di se le aspettative, i pregiudizi e la storia spesso malsana di un intera generazione nata e nutrita a odio: l’annosa, intricata questione della guerra in Palestina

Himi palestinese e Liat israeliana, entrambi figli di posizioni cosi decise, cosi granitiche che influenzano inevitabilmente il loro incontrarsi. Questo sentimento non viene ostacolato solo dall’inevitabile differenza di genere, o di carattere o di sogni. Viene influenzato drammaticamente da un bagaglio storico culturale difficile da sbrogliare e con cui è spesso impossibile fare pace.

Palestina e Israele non sono solo luoghi fisici; per loro diventano vere e proprie prigioni mentali fatte di emozioni e esperienze che segnandoli nel profondo diventano cicatrici urlanti. Himi che cerca di seguire le orme del padre, un coraggioso palestinese ateo che, con lo spirito di un artista, ha cercato nell’arte un rifugio da una società impregnata di rancore e odio. Liat una giovane ebrea che è programmata per disprezzare i diversi, in virtù di un particolare sentimento di colpa verso la sua terra e con un bagaglio pesantissimo di rivalsa, vive quest’amore cosi puro in modo drammatico a volte.

“Era la voce calda e profonda di un mizrahi, un orientale. Un uomo non più giovane che accentuava le gutturali. «Figlie d’Israele! Anime perse!» gridava. «Sedotte e convertite all’Islam, che il Signore abbia pietà! Sposate con arabi che le rapiscono e le portano nei loro villaggi, le picchiano e le drogano, le tengono in condizioni di schiavitù e le riducono alla fame insieme ai figli! Al centro, al nord e al sud del Paese…»

Sì, be’», annuisce sconsolato. «Come Hamas.» Rimette la Bibbia sul comodino. «Con il kalashnikov e il Corano.»

«Cosa? No, no», protesto io, sentendomi in colpa e offesa al tempo stesso. «Non sono affatto d’accordo.» Scandisco la frase ad alta voce, quasi a beneficio di quelle orecchie tese da lontano, oltre il muro, all’altro capo della linea telefonica, in Israele. «Non c’entra niente.»

«Perché no?» Anche lui si scompone. «Non è forse la stessa scena fascista», dice, «con fucili, soldati e libri sacri?»

«La situazione può forse sembrare simile», concedo inacidita, il volto che scotta di rabbia, «ma vorresti paragonare l’esercito israeliano ad Hamas?»

Inarca un sopracciglio scettico. «No?»

«Ma no», ribatto tronfia, scrollando il capo. «L’esercito israeliano è come quello francese o americano», spiego, «come quello siriano o algerino.» Continuo anche se il suo sguardo va oltre, si allontana verso la finestra. «È un esercito che serve a difendere i cittadini di uno Stato sovrano.» Ma guarda un po’, mi punzecchia di nuovo la voce di Iris, quand’è che ti avrebbero nominata ambasciatrice d’Israele presso l’ONU? «E come i giapponesi, gli iraniani e i tedeschi hanno un esercito», insisto, «ne abbiamo uno anche noi. E io non devo scusarmi per questo.»

«Io non ti ho chiesto di scusarti.»

«Né del fatto di avere uno Stato, grazie a Dio, o un esercito forte che mi protegge.»

«È un esercito forte che invade una popolazione civile.»”

 

Per un ebreo di Israele essere dominatore di un luogo fisico equivale a esserlo di un destino segnato dall’orrore di un olocausto. Un orrore che viene affrontato con spirito di vendetta e rivalsa verso il prossimo.

«E sai una cosa? Non mi scuserò neanche del fatto di occupare una posizione di forza in questo conflitto, no. Perché se la situazione fosse all’opposto, se nel ’48 voi aveste vinto la guerra…»

Mentre pontifico con quel tono di voce assolutamente convinta della propria ragione, travolta da una diatriba che è tutta nella mia testa, mi sento disgustata. Tutto mi suona insulso e superfluo, proprio come in quelle noiose tiritere nei talkshow alla radio.

Sospira e sembra quasi un lamento, quello che gli esce di bocca. «Dobbiamo proprio iniziare un litigio adesso?»

«Ma sei tu», ribatto sulla difensiva. «Sei tu che hai cominciato.»

«Io?» L’aria gli esce dalle narici con uno sbuffo. «Ma guardati!»

 Per Liat è automatico sentirsi in dovere di avere una propria terra, un dovere che però non sente davvero suo, visto che gli è stato inculcato nell’infanzia e nell’adolescenza.

“Eccola lì!» Wasim alza le mani e si rivolge a Zinab. «Come si fa a competere?» si lamenta.«No, no, tu non…»

Guarda Mahmud e gira a spirale il dito sulla tempia. «È proprio incredibile il lavaggio del cervello che gli fanno, a questi.»

«Lavaggio del cervello?» insorgo, ricordandogli che lo Stato d’Israele fu fondato dopo lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei. «Fondato perché noi ebrei potessimo…»

«Fondato sulle rovine di un popolo cacciato dalla sua terra…»

«Perché noi ebrei potessimo prendere il destino nelle nostre mani.»

«E, al contempo, depredare il destino di qualche milione di palestinesi.»”

 Un dovere fatto di obblighi, di responsabilità di sensi di colpa verso un paese che è sopratutto spirituale più che fisico; Israele non è un luogo ma un identità irremovibile, un legame soffocante, un impegno da cui non si può scappare a costo di non sentirsi traditori.

Questi due mondi cosi opposti e rancorosi si incontrano su un terreno neutro e fertile di un amore improvviso, un uragano spaventoso nelle loro vite. I due poli estremi ognuno fermo sulle sue posizioni non a caso si incontrano a New York. In questo caso l’America è la zona franca dove i miracoli accadono, dove le promesse si avverano e dove i dislivelli si attenuano. E’ solo qua che loro possono davvero sperimentare l’altro da se, che non potrebbero mai nel loro ambiente. Gli altri diversi e minacciosi, eppure cosi simili…Liat è incredula quando scopre Himi scevro dalle idee preconcette con cui nel suo paese prefabbricano chi non appartiene alla loro gerarchia umana.

E cosa credevi avesse fatto?, penso amaramente. Un attentato? In preda al senso di colpa, come se lui fosse in grado di riconoscersi nell’immagine che mi è balenata in testa un attimo fa, scoprendo se stesso fra quegli individui bendati e ammanettati, fra terroristi e sabotatori, mi volto verso la finestra e guardo le fronde che si muovono nel vento.

Perché  in uqesto romanzo si capisce come l’estremismo, porti davvero a spersonalizzare l’altro. Per Liat, Himi è e deve essere solo quello; rendersi conto che è persona la sconvolge la eccita, la destabilizza. Per Himi ogni ebrea è una sorta di alieno irraggiungibile e lontano, troppo fiero di se per mescolarsi all’uomo.

Fantastico, è esattamente la stessa cosa. Alzati e vattene. ’Avanti, va’ in salotto e sparisci dalla mia vita per dieci minuti.’ ’Adesso torna qui e amami.’ È questo fottuto controllo che devi continuamente esercitare. ’Vieni, entrami nell’anima. E adesso esci, tesoro.’ E poi: ’Amami ancora, mio Hilmi, dammi tutto quello che hai. Ma ricorda: solo fino al 20 maggio. Puoi amarmi solo fino al 20 maggio’. E perché, Bazi? Perché? Perché il 20 maggio ’io torno alla mia vita reale’. Sì, reale. Noi qui giochiamo per cinque mesi, giochiamo ancora quattro, tre mesi, ma solo fino al 20 maggio. Poi khalas, facciamo una festicciola di congedo e tanti saluti. ’Questa non è la realtà, amore mio, questa è New York.’ ’È solo un lungo sogno in cui sogno te.’ 

Si parla di razze qua non di persone. La religione è solo un pretesto cosi come rappresentato magistralmente dai due libri sacri delle due nazioni che non sono più semplici guide per raggiungere la perfezione del rapporto tra uomo e dio ma diventano dei segni di identificazione e alienazione di coloro che non possono essere toccati dalla grazia di appartenere.

In questo volume, seppur con delicatezza e con uno stile lirico e sognante si affronta proprio questo; la difficoltà dei rapporti umani troppo incentrati sulle idee e poco sull’emozione e il sentimento. E l’amore quella forza che per tutti noi muove il mondo si trova invischiato in quella melma che è l’orgoglio nazionale.

Perchè di fronte a un sentimento cosi puro e cosi bello, cosi vivo e vibrante come la passione, questi ostacoli ci appaiono cosi piccoli, cosi tristi, cosi patetici da farci finalmente svegliare di fronte a un qualcosa che non ci identifica ma ci denigra come esseri umani.

Un grande libro, una grande emozione che ha portato una sferzata di energia in una situazione che lunghi dall’essere risolta appare sempre più putrida.

Impossibile non restarne affascinati e ammaliati e difficile non prendere posizione contro ogni fanatismo e nazionalismo. Forse è per questo che davvero un piccolo libro mina alle fondamenta il pensiero israeliano tanto da esserne praticamente vietata la diffusione nello stato di Israele.

Del resto ogni autoritarismo e ogni totalitarismo odiano e odieranno sempre la breccia di aria pura che la cultura dona.

Contro chi obietterà sulla legittimità di pretese territoriali di un popolo da sempre perseguitato, rispondo con le parole della stupenda canzone di Roberto Vecchioni Shalom:

C’è un tempo per combattere e un un tempo per sognare, 
un tempo per raccogliere, uno per seminare; 
e un tempo per andarsene: 
ora quel tempo è mio, arrivederci padre, illuminato da Dio. 
Un dio che sollevava il mare come una punizione, 
per distinguere gli altri uomini dalla sua vera nazione: 
ma padre, qui, c’era un popolo, piantato nella terra, 
e la terra non può darla Dio, ma la fame, l’amore di averla. 

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,
ci mancan, padre, gli altri, gli altri,
quello che noi non siamo;
ci manca, anche se avessimo soltanto noi ragione,
l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.
E invece li strappiamo via in nome del signore,
come sterpaglia e funghi d’acqua,
nati qui per errore,
dovesse mai succederci,
ad esser troppo buoni di fare,
chissà poi per chi, la figura dei coglioni.

 

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