“La bambina” di Nini Moran, Self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Quando Nini Moran mi ha proposto di recensire il suo romanzo, la prima cosa che mi sono chiesta è: perché?

In fondo si tratta di una scrittrice seguita, con ottimi riscontri e recensioni quasi tutte positive.

Cosa mai poteva aggiungere, a qualcosa già ben delineato, il mio stile?

Scrittrice controversa, a volte odiata, amata, ma sicuramente divertita e compiaciuta nel suo ruolo di perturbatrice della morale, cosi sicura di se stessa da sembrare impermeabile alla critiche e provocatoria, cercava forse di comunicare qualcosa che finora non era stato compreso appieno?

Indizi criptici, messi quasi a caso mi indicavano che c’era un’altra chiave di lettura.

Cos’era?

La solita battaglia contro l’ipocrisia?

Inneggiare alla totale libertà di espressione?

L’unico modo di capirlo era accingermi a leggere questo libro che mi scottava letteralmente tra le mani. Un respiro profondo a inizia l’ardua impresa.

La prima lettura mi ha lasciato senza parole, boccheggiante, pervasa da un senso di insofferenza. Questa libro mi lasciava una scia nauseabonda addosso, non certo per il libro in sé o per la scelta del linguaggi,o esplicito fino a rasentare l’inclemenza, ma per l’atroce realismo del racconto.

Perché lungi dall’essere un racconto di fantasia, ragazzi, è vero. E’ reale. E’ presente nella nostra società.

E’ lì, non lo vedete?

Ed eccola la chiave tanto inseguita.

Questo romanzo parla di un evento così tanto vicino a noi, ma troppo imbarazzante per essere portato alla coscienza.  Troppo scabroso per essere affrontato davvero. E non mi capacito di come, lo stesso disgusto che ha preso me di fonte agli eventi descritti, non abbia connotato la reazione di ogni lettore della Moran. Disgusto ben inteso, non per il libro in sé, ma per cosa ha il coraggio, o la follia, di mostrare a tutti noi. Qua non si tratta di un libro che racconta un dolore, un amore tradito, o la follia che la passione spesso porta con sé; qua la nostra Moran ci sputa in faccia la realtà, toglie gli orpelli e ci obbliga a osservarla e sentirci, in un certo senso, responsabili. Come donna, come madre e come persona.

La scrittura della Moran ha lo stesso suono delle famose unghie sulla lavagna, un suono fastidioso. Non un urlo lacerante che invade il silenzio, ma un costante, incessante mormorio di agonia che non lascia in pace la mente.  Che si insinua tra le pieghe dell’animo con il suo odore fetido.

Perché è giusto che rimanga.

La sua scrittura eccessiva, cruda, infastidisce perché è giusto e naturale che questo aberrante scorcio della nostra perfetta società, disgusti.  Non è un libro contro i bigotti, che sono per loro natura incapaci di vedere, ma contro chi invece si rifiuta di vedere. Contro i miliardi di Ponzio Pilato che, giorno per giorno, se ne lavano le mani.

Volete evitare il giudizio?

Negate che il problema esista. Che non esista l’abuso, che non esista la tendenza a snaturare così tanto il corpo femminile che mostrarsi, vendersi, diventa una cosa naturale e normale. Se uno nega che esiste un disagio alla fine ne nega la gravità.

Allora se non si ammette l’esistenza della brutalizzazione costante e quotidiana dell’innocenza, se si tende a ficcare la testa sotto la sabbia, perché scrivere in modo brutale dovrebbe scandalizzare?

Ecco che la Moran affonda ferina il colpo, circuisce, insegue e mette all’angolo il lettore, cosicché, inerme, diventa incapace di distogliere lo sguardo fino all’ultima pagina. Inerme ad osservare cosa, per troppo tempo ti permetti di negare.

Forse di limiti strutturali il romanzo ne avrà sicuramente. Ma non sono qua a parlarvi di questo limite, o delle imperfezioni, o di cosa può o non può migliorare. Sono qua per raccontare per la prima volta, forse, il motivo per cui questo romanzo è nato. I limiti si superano e sono convinta che, Ninì Moran, si metterà di buona lena a sbrigliarli per perfezionarsi. Non interessa ora. Perché questa è una denuncia, e la denuncia parte dalla pancia, come un grido. E se ne frega se la forma non è ineccepibile. Deve solo parlare. E per parlare davvero deve scioccare, sconvolgere e anche, lo ripeto, ripugnare. Questo agghiacciante racconto reale (spesso accusato di essere poco psicologico, ma una denuncia non è mai psicologica, è diretta) è un resoconto realistico di un orrore esistente, finora senza un vero lieto fine. In fondo l’autrice si compiace, in una sorta di sadica vendetta verso il lettore ignaro curioso e inconsapevole, di porlo davanti a una perversione voyerista, in una società dove l’immagine e l’apparenza fungono da placebo verso il disagio, l’insicurezza e il dolore.  E che uccide lentamente la voce di ogni donna.

Se troverete “incantevole” questo libro siete perduti. Ma se dopo la lettura ne uscirete incazzati, indignati, pronti alla battaglia, allora Ninì Moran avrà davvero vinto la sua scommessa.

Necessariamente scioccante e attuale

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