“LO SCHIAVISTA”. Paul Beatty -Fazi editore. A cura di Vito Ditaranto

 

«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato».Questo l’inizio della storia di Bonbon. Nato a Dickens – ghetto alla periferia di Los Angeles – il nostro protagonista è rassegnato al destino infame di un nero della lower-middle-class. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha trascorso l’infanzia prestandosi come soggetto per una serie di improbabili esperimenti sulla razza: studi pionieristici di portata epocale, che certamente, prima o poi, avrebbero risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, l’unico suo lascito è il conto del funerale low cost. E le umiliazioni per Bonbon non sono finite: la gentrificazione dilaga, e Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. È troppo: dopo aver arruolato il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia –, Bonbon dà inizio all’ennesimo esperimento lanciandosi nella più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

Da ragazzino, spesso, guardavo una serie tv intitolata “Le simpatiche canaglie”  (Our Gang) incentrato sulle avventure di un gruppo di bambini. La serie era prodotta da Hal Roach, che metteva di fianco,in anticipo sui tempi, bambini e bambine, bianchi e neri in un gruppo omogeneo, una cosa che non era mai stata fatta prima nel cinema statunitense. Hal Roach volle radicare fortemente la sua serie nella vita reale: la maggioranza dei bambini della serie è povera e la “gang” viene spesso fatta scontrare con i bambini ricchi e snob, con adulti e genitori zelanti ed altri avversari del genere. Rilevante era il fatto che la gang comprendeva anche bambine e bambini di colore in ruoli da protagonista in un’epoca in cui la discriminazione era ancora comune. AVETE MAI LETTO  JONATHAN SWITF?  Avete osservato attentamente il suo romanzo più famoso? “I viaggi di Gulliver”. Avete osservato la sua satira in chiave allegorica nel descrivere l’eterna lotta tra la Francia e Inghilterra? In particolare, nel Gulliver, il suo capolavoro, sotto l’aspetto fittizio della fiaba,  Switf dà sfogo alla propria misantropia e rabbia nei confronti del genere umano e del mondo a lui contemporaneo.  Ebbene signori la satira di Swift inizia dal nome del personaggio principale: Lemuel Gulliver (il cui nome, si noti, contiene la parola gull, ovvero “gabbiano”, ma anche “sciocco, credulone”). Quindi se avete amato il Gulliver di SWITF amerete sicuramente questo romanzo.

Ebbene “Lo schiavista” è tutto questo, è una SIMPATICA CAGNAGLIA  alla SWIFT, e poichè la vera identità del protagonista del romanzo è celata da un alone di mistero io lo chiamerei ironicamente : “Spanky Gulliver”, come i duei personaggi principali di Roach e Swift.

 

“….Qualche volta, quando uno è sballato come me in questo momento, il confine tra pensiero e parola si fa confuso…..”

 

“…«Gentile signore», diceva la lettera.

«Congratulazioni, lei potrebbe aver già vinto! Il suo ricorso è stato selezionato tra centinaia di altri per un’udienza di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Che grande onore! Le raccomandiamo caldamente di presentarsi con almeno due ore d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’udienza, che si terrà alle ore dieci del mattino del 19 marzo, nell’anno del Signore…». Seguivano le istruzioni per raggiungere la Corte Suprema partendo dall’aeroporto, dalla stazione ferroviaria e dall’autostrada, e una serie di buoni da ritagliare per l’ingresso omaggio ad alcune attrazioni turistiche, ristoranti, bed and breakfast e simili. Non c’era firma. Solo una frase di commiato:

Cordiali saluti,

Il Popolo degli Stati Uniti d’America…..”

 

Ora dopo questa breve premessa siete pronti per leggere la presentazione di “Lo schiavista” e  di Paul Beatty suo eccelso autore. L’opera espone principalmente un  tema di forte attualità rispetto a quanto sta accadendo negli Stati Uniti alla comunità afroamericana, le segregazione razziale nel paese più occidentale di tutti non è mai terminata.  Una satira pungente sulla razza, la vita urbana e la giustizia sociale. Un’esplosione di comicità, provocazione e prosa brillante. Un racconto feroce che i lettori non dimenticheranno mai. Credetemi il racconto vi lascerà sicuramente una profonda cicatrice nell’animo. Pungente, sbalorditivo, da capogiro. Un libro folle, meraviglioso, succulento. Beatty supera se stesso e forse anche tutti gli altri. Divertentissimo e come tutti i grandi, profondamente stimolante. Si tratta di una storia tutta americana, che restituisce una brillante, acuminata e talvolta caustica satira sui temi della razza e della giustizia sociale. Il protagonista (il cui vero nome non è noto, il suo soprannome è semplicemente Bonbon), è un afroamericano di Dickens, sobborgo nero della periferia di Los Angeles, ed anche qui scatta ironicamente la parodia dell’autore, proprio in questo quariere si celebra il Dickens festival dedicato ad un altro autore satirico ed ironico, appunto, Charles Dickens. Il protagonista di Beatty  ha trascorso l’infanzia (raccontata in flashback) prestandosi come soggetto per una serie di eccentrici esperimenti sulla razza condotti dal padre, sociologo e psicologo sopra le righe convinto di poter risolvere i problemi economici della propria famiglia (composta da lui e il figlio) con questi studi “all’avanguardia”. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia il primo attore si ritrova solo con un funerale che non è in grado di pagare e una fattoria in cui coltivare angurie e marijuana. Così gli viene in mente l’idea: per ridare un’identità alla sbandata comunità di Dickens decide di provare a ripristinare la segregazione razziale e la schiavitù nel ghetto. Una pensata che lo porterà addirittura ad affrontare in prima persona la Corte Suprema.

 

“…So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato…”.

 

Spesso anche se in maniera ironica Beatty affronta il tema della diversità che,  non dovrebbe divenire puro vanto, come oggi e non solo negli Stati Uniti, sempre più spesso accade. Sono certo che chi si vanta “ragionevole” può essere “ragionevolmente” capace di tutte le atrocità, comincio allora a temere che la ragione male adoperata sia qualche cosa di peggio della stessa naturale bestialità. Voglio, credere che voi siate dotati, non già di ragione, ma d’una facoltà atta ad accrescere i vostri difetti naturali, quale un torbido ruscello che riflette l’immagine d’un corpo deforme, non soltanto ingrandita, ma più stravolta che mai. Tra il romanzo e lo stand-up comedy, Paul Beatty, con grande freschezza di stile e con un umorismo esilarante, riesce a fornire un preciso quadro della realtà sociale della lower middle class nera statunitense. Il suo metodo ruota attorno al potere della risata e della provocazione, proprio come in un’esibizione di un comico da stand-up: del resto il modo di parlare, lo slang, i contenuti e l’ironia del protagonista narratore non si allontanano molto da questo genere di spettacoli. “Lo schiavista” di Paul Beatty è un romanzo provocatorio e attuale.  Un libro di strettissima attualità su quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Una irrisione pungente sulla razza, la vita urbana e la giustizia sociale. Un’esplosione di comicità, provocazione e prosa brillante. Questo romanzo satirico, nella sua semplice bellezza, va inteso come aspro attacco allegorico alla vanità e all’ipocrisia della gente, dei partiti e degli uomini politici , pertanto la satira, spesso graffiante  finisce col toccare l’umanità intera. Acuto, ricco di spunti fantasiosi e al tempo stesso scritto con genuinità. È importante segnalare il fatto che Beatty, con quest’opera, si distingue come uno più importanti autori del linguaggio grottesco contemporaneo…

“…No, vorrei essermi alzato in piedi davanti a quell’uomo e avergli posto una domanda: «Ma che cos’è esattamente la roba nostra?»…”

… Molto bello CONSIGLIATO.

 

vito ditaranto

 

 

 

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