“Piccoli pensieri omicidi”di Gabriella Galt – Corbaccio. A cura di Vito Ditaranto

 

«Perdonami», mi ha detto, «ho rincontrato il mio primo amore, mi sono innamorato di nuovo di lei, è una passione folle, travolgente, più forte di me.»

Sono un tipo accomodante, comprensivo. Ma al ritorno di fiamma, no, non ero preparata. Neanche lui, del resto. Ha preso fuoco in un attimo. Cenere, come la sua bionda.»

«Piccoli pensieri omicidi» è un’operetta a suo modo del bene e del male, a sfondo purificatorio, che in poco più di settanta storie brevissime e telegrafiche racconta di delitti irresistibili, più che ragionevoli e quasi sempre dolosi, (s)fortunatamente rimasti sulla carta. Sulla scia di «“Delitti esemplari” di Max Aub opera di un vero genio del secolo scorso. »

 

 

 

“Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia i sogni per la realtà è un entusiasta. Chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico.” Voltaire

Bisogna sempre fare qualcosa di cui poi si possa parlare a cena con gli amici. Nella sostanza si tratta di confessioni d’altrettanti ipotetici delitti e sono quelli che quotidianamente, in intenzione, si commettono e che l’autrice, trasportando la realtà nel surreale, da per consumati: con lampeggiante fantasia, con esemplare rapidità, come scatti fotografici ed onirica leggerezza.(Ho ammirato la telegrafica sintesi dell’autrice nel descrivere le scene, a volte con pochissime parole). Le antipatie, le insofferenze, gli insopportabili incontri della giornata di ognuno sfogati e liberati in delitti senza castigo. Quanti di noi realizzerebbero degli omicidi che nelle stesse intenzioni sono commessi durante il corso della giornata. Quanti! Pensateci. Iniziate a sommarli e vedrete quanti sono. Fate come ho fatto io all’indomani della lettura del libro. Il primo che nelle intenzioni ho fatto fuori è stato il condomino del piano di sopra che ancora, dopo le innumerevoli volte che gli è stato detto, continua a farmi gocciolare l’acqua del condizionatore sul balcone e poi a seguire, il collega, che non dice mai “BUONGIORNO”, e poi l’incivile che  ha posteggiato in doppia fila impedendomi di uscire dal posteggio con la macchina, per finire al panettiere che mi ha venduto il pane duro, dopo tanti anni che sono suo cliente.

 

“… Il mio collega dice sempre la verità…, l’ho spinto con forza e ha sbattuto la tempia contro lo spigolo della sua scrivania. Un vero orrore, sangue sparso dappertutto, veramente impressionante. In tutta franchezza, lo rifarei…”

 

Gabriella Galt  ha dato sfogo a quella parte cinica e umana che è dentro ognuno di noi a volte mi ha fatto anche sorridere: un ghigno che mi accompagnato per tutta la lettura. Sono oltre 70 omicidi che potremmo definire normali, (anche se poi io non ho mai capito la linea sottile che divide il normale dall’anormale). Sono di qualunque nazionalità, età, sesso, condizione sociale. Sono omicidi universali, senza spazio ne tempo. Impuniti, o meglio autoassolti e tali rimarranno agli occhi del mondo. Nessun moralismo, solo il piacere di abbandonarsi alla soppressione fisica di chi si detesta, e senza che abbia fatto qualcosa di particolare.  Nessuna follia omicida, nessuna pietà, solo il piacere di sbarazzarsi dell’altro, dove tutto perviene la veste della possibilità, pur restando impossibile, o meglio, dove tutto potrebbe essere drammaticamente possibile. Dove la violenza è giustizia, nella mente di chi si crede nel giusto, nella mente dell’omicida doloso che in generale agisce obbedendo ad un raptus improvviso, magari per uno stupido motivo. I moventi sono i più insoliti e al contempo i più normali possibili: Odio, disprezzo, rancore, astio, antipatia, noia, ripicca, rivalsa, semplici opinioni in contrasto che sconfinano nel cinismo e nell’insopportabilità assoluta del prossimo; nella sua sofferenza e disagio sociale, il tutto vissuto come un potente atto liberatorio, senza alcun pentimento. A chi non è mai capitato di pensare di fare una follia, di poter diventare pazzo, di buttarsi dal balcone, di commettere una strage, di impazzire… e via dicendo? Sono pensieri ordinari, che passano nella testa di chiunque e che non significano assolutamente niente! Se tutti coloro che hanno avuto uno di questi pensieri avesse poi veramente messo in pratica quel pensiero, molto probabilmente l’umanità si sarebbe già estinta (non scherzo). Un aspetto che secondo me è molto importante delle descrizioni dei vari tipi di ossessioni aggressive è che sono tutte introdotte dalla parola “paura”. Paura che possa accadere quello, paura che possa accadere quell’altro… paura che i propri pensieri si possano in qualche modo avverare. La paura che in qualche modo il pensiero possa essere reale è talmente forte che blocca ogni tentativo di emanciparsi dal giogo dei pensieri stessi. Il problema non è nella presenza del pensiero ma nella falsa credenza che il pensiero possa divenire reale contro la nostra volontà. Pensieri di questo tipo vengono a tutti. Fa parte della natura bizzarra della mente e non ci possiamo fare niente, se non accettare la loro presenza. Io credo che il fatto che questi pensieri creino terrore è esattamente il segno che non vogliamo farli. Chi compie veramente azioni violente non ha il terrore di farle, le fa e basta. Senza ansia, senza dubbi, senza paranoie. Fare cattivi pensieri non significa essere cattive persone. Passano i giorni, le settimane, i mesi, e le proprie peggiori paure non si realizzano mai (e non certo perché ci stiamo particolarmente attenti, ma perché sono solo paure esagerate e non fatti).  Non sono pensieri piacevoli ovviamente, ma capitano. Sono consapevole che i pensieri sono pensieri e non sono fatti. So che mentre nel mondo della mente non c’è limite al numero di cose terribili che POTREI fare, nel mondo della realtà non FAREI mai cose simili. E so che questi pensieri sono normali per qualunque essere umano sulla faccia della Terra. Anche per il più buono e santo che ci sia. Di conseguenza, lascio scorrere questi pensieri violenti e loro, semplicemente passano. I delitti descritti sono immaginari ed inconsci, sono pieni di una verve surreale, ricchi d’umor nero, rievocando “Arancia Meccanica” di Kubrik o l’ironica violenza di “Pulp fiction” di Quentin Tarantino. La lettura fa sorridere amaro, fa riflettere come un’improvvisa sferzata, che fissa i pensieri degli esseri umani per quelli che sono e che abortiscono nel mondo reale, anche se ultimamente, nella vita d’ogni giorno, fantasia e realtà, dramma e follia sono sempre più presenti in ognuno di noi. Nei nostri affetti, nelle nostre cose, nel nostro mondo di mediocrità. SI, E’ VERO SIGNORI: “SIAMO TUTTI DEI MEDIOCRI”.  La chiave di lettura del libro sfocia in un  liberatorio sfogo in chiave ironica e surreale al pensiero omicida che talvolta, anzi, spesso, quotidianamente idealizziamo.  Una sorta di “Legittima difesa” per evitare di sprofondare sotto il peso di fastidi, banalità, soprusi, mediocrità e altri fattori che ci fischiano sempre intorno. Prendendo spunto da questo libro e tornando a casa progettate un bel giallo con tanti omicidi: vi farà bene alla salute (rimarrete sorpresi di quanti possibili omicidi il vostro subconscio compie quotidianamente). …Una persona esce di casa, va al supermercato, compra questo e quello, uscendo dal supermercato intravede un’ombra che si dilegua. Poi si scopre che in quella strada è stato commesso un omicidio…. Tutta la banalità della spesa quotidiana diventa di colpo elemento di dramma: i gesti, gli orari, la successione dei movimenti, ogni dettaglio acquista rilievo e peso drammatico, quindi narrativo. E’ come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso. A tratti, come Flashback improvvisi, divorando questo libro mi sono venuti in mente due scene di due pellicole che in chiave ironica e/o da un diverso punto di vista, mi è sembrato di rileggere in chiaro-scuro tra le righe e che qui di seguito riporto:

 

da “IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI”(titolo italiano, a mio parere tradotto in maniera banale, il cui vero titolo sarebbe stato: “Il silenzio degli agnelli”):

Hannibal Lecter [volendo sapere cosa divora nel profondo Clarice]: No! Ascolterò ora… Dopo l’omicidio di tuo padre eri un’orfana, avevi dieci anni, sei andata vivere in un ranch con pecore e cavalli nel Montana. E?

….

Hannibal Lecter: Che ne è stato del tuo agnello, Clarice?

Clarice Starling: Lo uccisero.

Hannibal Lecter: Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e senti il grido di quegli innocenti.

Clarice Starling: Sì.

 

Da “COSTANTINE”:

Gabriele: Il tuo ego è impressionante!

Constantine: Gabriele! I malvagi erediteranno la terra!

Gabriele: Vuoi giudicarmi, John?

Constantine: Tradimento, Omicidio, Genocidio, Sarò un povero provinciale ma…

Gabriele: Cerco solo di ispirare il genere umano a fare tutto ciò a cui è destinato.

Constantine: Mettendo la Terra nelle mani del figlio del Diavolo? Aiutami a capire!

 

Tornando a Gabriella Galt  posso affermare con inaudito entusiasmo che l’opera assume un posto tra letture che immancabilmente peregrinerebbero nelle serate invernali davanti al fuoco di un camino, magari, sorseggiando un bicchiere di “Cardinal Mendoza”. L’autrice anche se usa un linguaggio semplice che a volte potrebbe sembrare banale e quasi da operetta, riesce a penetrare nell’animo e nel cuore del lettore il quale con assoluta eleganza, riesce ad immedesimarsi nei pensieri dello scrittore. Il testo rimane comunque nella letteratura di distensione, mai impegnativa ma accuratamente ragionata in un ottica di riflessione. Se si è dei lettori incalliti come me, il libro si legge in poche ore, ma le considerazioni che germogliano vi seguiranno a lungo. Conserva atmosfere e luoghi vissuti da ogni uomo nella sua vita. Non vi è dubbio che la genialità semplice dell’autrice, nel descrivere le sensazioni dell’animo, durerà più a lungo della bellezza delle parole che a volte sembra non siano state scritte. Consigliato.

Vito ditaranto

VOTO 5/5

 

 

 

 

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