download

Come direbbero i bravi di Don Abbondio:

”questa recensione non s’ha da fare”.

Si perché sarò schifosamente di parte. Vi avverto. Sarò talmente di parte che stenterete a riconoscermi. Perché questo libro, questo capolavoro in musica, fatto non solo di lettere e frasi ma di suoni…racconta la mia musica, parla dei sogni con cui sono cresciuta.

Nonostante la mia giovane ( si fa per dire) età quella è la sonorità che ha influenzato la mia crescita. Impossibile non leggere canticchiando, ritrovando artisti amici della mia adolescenza, amici che scrivevano con me le pagine di sogni, di ribellione e creando quella che sono ora.

Il sogno di Woodstock pur non avendolo vissuto direttamente ( troppo giovane) è dentro di me marchiato a fuoco. Quei momenti resi universali e celeri dai video e dalle canzoni, vivono in tutti coloro che in fondo, in questa dimensione umana non ci si trovano e si sentono soltanto un confortably numb…

Pischedelico, sognante, pieno di nostalgia per una musica che non era solo musica; era viaggio, scoperta fantasia voglia di…cambiare. Di scrollarsi di dosso maschere e preconcetti e di danzare sotto le luci sfavillanti di una generazione che si sentiva in dovere e in procinto di fare un salto quantico in un mondo che avrebbe portato l’utopia in terra.

E ci manca quel mondo. Ci manca cosi tanto da sentirlo sulla pelle, ci manca cosi tanto che quando noi fruitori delle sonorità cangianti e dissonanti della musica d’arte, abbiamo le orecchie sanguinanti a udire quella di oggi, cosi banale cosi conformista, cosi…inutile. Perché quelle non era solo canzoni, erano poesie, era speranza tradotta in note, era vitalità e suono che oltrepassava i muri…Another Brick in the wall dicevano i Pink, e un’altra crepa veniva lanciata al ritmo di Here’s to you…

Viaggiare con l’astronave è stato il più bel momento che ho vissuto da quando leggo, in viaggio incantevole al pari di quello fatto con alice nel paese delle Meraviglie. Attraverso ricordi, attraverso le note, attraverso sogni fioriti, sogni seminati e anche piangendo lacrime di sangue su sogni spezzati e traditi.

Il viaggio onirico di Presta non è soltanto (dire soltanto è quasi un sacrilegio) musicale. E’ sociale,storico politico perché la musica, la musica di quegli anni è soprattutto cultura, costume e scaturisce da eventi di grande portata. Ecco che ci si avvicina titubanti a fatti che hanno solcato e attraversato la storia: dagli anni della contestazione giovanile, alla straordinaria vicenda di Rosa Parks, dalla protesta sconvolgente di  Jan Plach, gli orrori e la speranza distrutta della primavera di Praga, dagli orrori del Reverendo Nero, alla lotta contro l’aphartahid portata avanti da uno straordinario Biko. Gli incontri del comandante Jericko sono incontri che segnano nel profondo a volte lasciano sensazioni purissime, altre il disgusto totale per la società e per l’omertà. Ecco che il suo incontro con James Ealy Ray (presunto assassino di Martin Luther King) lo lascia con domande irrisolte circa l’uso strumentale della follia umana, e dei pregiudizi. L’incontro con il reverendo Nero Jim Jones lo lascia con il senso di amaro verso una religione che semplicemente manipola le coscienze in favore di un interesse economico o di un aberrazione personale (una sindrome troppo spesso incontrata durante le mie letture quella del uomo che si erige a divinità) fino a quello che mi ha lasciato qualcosa di indelebile: la non violenta manifestazione delle madri desaparecidos a Plaza de Mayo in Argentina durante la crudele dittatura militare

Non solo soltanto eventi storici, Presta ci lascia qualcosa di incredibilmente importante; ci lascia un monito per non dimenticare, perché il dramma non si ripeta “Nunca mas” dice alla fine di un suo capitolo. Ci lascia il consiglio che, perdere i sogni, la creatività, la fantasia e il senso della bellezza significa cedere al Pifferaio magico che anestetizza non solo l’orecchio musicale ma, ancora più tragicamente anestetizza la coscienza. Ci rende schiavi, ci rende morti dentro, ci rende prede vittime e carnefici del dio denaro, del dio potere, della materialità svuotata di ogni anima che cammina respira ma è completamente vuota, marcia e decomposta come un cadavere animato dal peggiore dei maghi neri.

Ed è emblema di questa orrida decadenza proprio la musica moderna, che sacrifica l’armonia dei suoni in favore della spettacolarità fisica dell’artista:

“ho deciso di non vivere i suoni del presente perché non trovo nulla di interessante nel panorama musicale che le grandi distribuzioni propongono. Ormai la musica, le parole non sono più importanti, si pensa a curare l’immagine dell’artista, l’aspetto fisico e le movenze sempre più sensuali  del corpo che ci viene dato in pasto….la radio, le riviste del settore, la pubblicità, la televisione ci vendono un prodotto da guardare, non da ascoltare. Ragazze e ragazzi sempre attraenti con movenze sexy, sicuramente piacevoli da vedere ma se fanno musica, è il suono che devono vendere, non il corpo!”

E se l’immagine del presente è quella di una società che si rivolta contro se stessa, dei suoi componenti che si azzannano come lupi uno contro l’altro c’è la nostalgia struggente di un sogno: quello che si manifesta a Woodstock. Quel raduno non fu e non è nei ricordi soltanto un raduno musicale. Era un festival delle idea, di un anelito di rinnovamento di un mondo che si considerava al declino. C’era l’entusiasmo di rendere tangibile e reali idee intramontabili, quelle che agognavano non solo ai soliti temi (reiterati a caso anche da un sacco di manifestazioni attuali tipo miss Italia) della pace, della fratellanza e dell’amore libero. Woodstock era contestazione precisa e incisiva contro un modello sociale che sacrificava l’emotività dell’uomo a un ordine precostituito e non sentito. Che immetteva a forza nelle coscienza valori ritenuti accettabili per poter sopravvivere ai cambiamenti che però la mente considerava corpi alieni da rigettare. La morale borghese era semplicemente una morale preconfezionata a tavolino atta a mantenere uno status quo rassicurante, dopo gli sconvolgimenti delle guerre e delle dittature. La borghesia che un tempo ara stata mezzo di cambiamento, si ritrovava a tradire se stressa, diventando un altro muro da abbattere, un altro privilegio da difendere a ogni costo e diventava muro di paura diffidenza contro il nuovo. E invece l’innovazione era parola chiave del movimento del 68. Sperimentazione, mutamento ricerca di un alternativo modello di convivenza sociale, di un’altra forma di governo che rendesse giustizia degli ideali di Wilson  Perché il mondo sognato (ancora una volta il tema dell’utopia) alla fine della seconda  guerra mondiale, considerato l’ultimo stadio di un disastro creato dalla negligenza degli stati fu altro da quello che ci ritrovammo a vivere.

Thomas Woodrow Wilson, fu uno dei maggior promotori della società delle Nazioni, un organizzazione intergovernativa  che aveva come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli uomini. Scopo principale era quello di prevenire le guerre, sia attraverso la gestione diplomatica dei conflitti, sia attraversi  il controllo degli armamenti.

Con i suoi 14 punti, Wilson, pose le basi per un novo ordine mondiale che avrebbe posto finalmente il libero arbitrio, la autodeterminazione dei popoli e l’ideale della gestione non violenta dei conflitti al centro di un programma politico sovranazionale, che travalicasse cioè i confini chiusi di ogni interesse particolare di ogni stato. Gli interessi settoriali dovevano essere sacrificati in nome del bene comune. Non fu cosi. La seconda, devastante guerra mondiale sancì la fine del sogno wilsioniano, e pose la basi per una divisione netta delle sfere di influenza non soltanto politica ma umana e morale. I buoni  da una parte e  i cattivi dall’altra. Ecco che fu la musica a rompere questa barriera borghese e intransigente, tramite la melodia dissonante e passionale del rock.  Note taglienti come lame, che sventrarono letteralmente il tranquillo nido delle consuetudini e del velo con cui si scelse di reagire all’orrore della guerra. Il caos infernale fu sostituito da un paradisiaco stile di vita, irreale e ancora più pericoloso in quanto sacrificatore costante di sogni, ideali e novità. Ecco “rock around the clock” del 55, che viene a rompere le barriere  alzate con tanta fatica , fino a far sfociare la passione in passione politica, in idealismo, in ribellione sociale.

Il 68 anno di grandi motivazioni, di impegno e voglia di rivalsa. Il 68 è non solo il periodo hippie di un alternativo sistema valoriale che potesse sostituire quello oramai consunto e usato come protezione alla brutalità, al disordine. Il 68 è l’illusione tradita, sono i ragazzi che poi il sistema stesso ha inglobato.

“guardavo con ammirazione questo movimento giovanile di protesta che ebbe una diffusione a livello mondiale, basato su valori forti quale giustizia sociale la pace la lotta alla povertà…Ma ora a distanza di oltre 40 anni mi chiedo: dove siete finiti ex sessantottini?Dove siete? Occupate i posti di potere certo, ma dove sono finiti quei magnifici sogni? La mia generazione subito dopo la vostra, ha seguito in parte quello che voi avete iniziato: il 77 è stato il nostro 68, ma ora dove siete voi? Perche ci avete illusi e poi abbandonati?”

Ma il seme era oramai gettato. E lo dimostra Rosa Parks con il suo rifiuto a sedersi nei posti che allora spettavano ai neri, americani come gli altri ma tolti dalla scena, con vergogna e velati dal manto della subordinazione,  e messi in fondo all’autobus, quasi nascosti da una società che separava l’inseparabile che considerava una parte del suo stesso organismo sociale, vergognosa tanto da nasconderla. Ecco un gesto cosi banale, cosi semplice ebbe l’effetto domino di una ribellione contro le assurde leggi razziali. Un detonatore potente che portò a una ribellione straordinaria pacifica che costrinse lo stesso congresso a rivedere e cancellare l’assurdità.

E lo ritroviamo anche nel disperato gesto di Jan Palach, che nel 69 assieme a molti altri ragazzi si diede fuoco a Praga per protesta contro il regime, contro la censura in favore della libertà di espressione. Ceneri che cercarono di oltrepassare la bolla temporale e che arrivano a noi, indegni, impegnati nel rifiuto dei stessi valori per cui questi ragazzi, ragazzi come noi si sono uccisi. E che noi vilipendiamo la memoria, dando una mano a uccidere il pensiero attaccati a un reality, indossando ideologia censorie, il burka quasi a vergognarci delle libertà e dei diritti acquisiti, tra cui la rottura del tabù di far vedere capelli sciolti( simbolo di creatività come se la creatività fosse un abominio contro dio!) a nascondere quello stesso guardo fiero che aiutava Palach ad andare incontro alla morte!  Quelle ceneri disperse nel vento le stiamo tradendo ogni istante. Ogni secondo e non ci vergogniamo!

 Cosi come non ci sia è vergognati durante i mondiali del 78, quando tutti inneggiavano al calcio mentre un intero popolo spariva sotto i colpi crudeli del regime argentino! E Mentre tutti si drogavano di goal, di triplette e azioni le madri dei desaparecidos sfilavano in silenzio, un fazzoletto in capo le foto dei loro cari scomparsi, incuranti delle botte, degli spari della violenza dei carnefici! Tutti noi abbiamo perpetrato un crimine atroce mentre il calcio, serviva il potere:

Una competizione fasulla che la squadra locale vinse con l’aiuto della federazione. Servì al regime a nascondere il dolore di un intero paese, aiutato nei loro scopi dal presidente della FIFA Havelange che parlando davanti alle telecamere delle televisioni osservava finalmente il mondo può vedere l’immagine vera dell’Argentina”

Un errore che tuttora compiamo ogni volta che voltiamo lo sguardo dall’ingiustizia, dalla povertà, dal dolore di madri che si trovano i figli uccisi, da chi non riesce a arrivare a fine mese ma cavolo abbiamo la possibilità di fare le Olimpiadi!

Ecco nei volti delle straordinarie madri noi rivediamo non solo l’orrore mai l coraggio e il pericolo di un potere che non si sveglia per amore ma per interesse, infatti soltanto dopo il caso della Falkland, quando il regime commise l’errore di mangiare nella scodella dell’Inghilterra, che l’orrore fu fermato! E noi invece scordiamo la storia, scordiamo quel  “nunca mas” ripetuto con disperazione ma fierezza, lo scordiamo quando ci omologhiamo, quando rinunciamo di nostra volontà ai diritti, quando il mondo che si prospetta lo descrive magistralmente Presta alla fine del suo romanzo:

“ non esistevano musei, cinema, teatri, la musica che ascoltavano erano il suono delle sirene emesse da altoparlanti invisibili. La gente trascorreva il giorno al lavoro e la sera ritorno a casa chiusi nei loro nidi, guardavano quella scatola, un sottilissimo pannello posto in ogni parete, che trasmetteva giochi balletti e vincite di qualsiasi genere. Erano spenti, forse morti e non lo sapevano. Non c’era spazio per la fantasia la creatività la poesia, l’arte…non c’era spazio per i sogni”

Ed è grazie a questo libro che possiamo ripensare al passato, per creare il nostro presente e ridisegnare il nostro futuro. Perché come dice la coscienza di Jerikco simboleggiata dalla Fata del Tempo:

io mi nutro di queste cose, una carezza, un aiuto portato, un sorriso, sono le emozioni che mi tengono in vita. Non smettere di sognare Jericko! La violenza, le guerre, l’odio, la fame e la povertà, la carestia, spengono la luce che mi alimenta. No Jericko, Non smettere di sognare “

“non dobbiamo smettere di sognare, i nostri sogni alimentano la sa luce che è fondamentale nell’universo”

Ecco il libro di Presta è un omaggio non soltanto alla musica ma ai sogni, alla bellezza, alla storia per non scordare per non ripetere per costruire ancora e ancora….

Spettacolare, commovente, unico, incredibile viaggio attraverso la speranza. Capolavoro consigliato a tutti quelli che rischiano l’atrofizzazione di se stessi..leggerlo è rompere quel muro,,,passo dopo passo..

Another Brick in the wall!!!

Splendido!

Annunci