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Il secondo capitolo della saga di Cormoran Strike è il mio preferito. Non solo perché è un po’ più crudo,degli altri, specie nella descrizione dell’omicidio ( lo ammetto adoro questi particolari) ma soprattutto per la trama e l’ambientazione. Qua , infatti, protagonista è il mondo editoriale londinese, un settore apparentemente intellettuale, che in realtà è una sorta di nido di serpi, un vero e proprio vaso di pandora di tutti i vizi che se scoperchiato genere solo morte.

Cormoran Strike è alla ricerca di un famoso eccentrico scrittore, un uomo perfido e dissacrante, odiato e temuto da tutti, che all’improvviso scompare. Come nel primo libro, la banale idea che si sono fatti di questa misteriosa scomparsa ( una mante giovane, un uomo dedito ai vizi) si dissolve alla scoperta del cadavere orribilmente mutilato del’artista.

Da qua iniziano le indagini che sono guidata dal movente più probabile; un libro scandaloso, perverso a tratti disgustoso, Bombix motrix è una sorta di allegoria del pellegrino in chiave macabra, una specie di favola gotica che in realtà nasconde un preciso progetto; quello di creare ritratti al vetriolo di quasi tutte le persona che conosce, ridicolizzando, mettendo alla mercé di tutti i loro scabrosi segreti, le debolezze le perversioni le inquietudini più buie. E queste persone ruotano tutte attorno al suo mestiere. Un manoscritto che gli si rivolta facendolo oggetto di odi e ripicche, poiché se pubblicato, frantumerebbe molte vite.

I ritratti non sono benevoli; leggendoli si ha un moto di repulsione per la mancanza di eticità dello scrittore. Descrive in forma allegorica persone e eventi accentuando nono solo il lato grottesco ma perverso. Come a goderne come a nutrirsi della sua stessa cattiveria. L’intento non è di deridere i vizi e debolezze ma di usarle contro gli altri per distruggerli, spezzettarli con una crudeltà che rasenta la follia. Eppure è un progetto lucido nella sua cattiveria. Un disegno raccapricciante, nascosto dietro la scusa dell’arte della verità. Una verità che però invece di liberare ingabbia tutti i protagonisti in una spirale di orrori senza fine.

Quentin Orwen è il prototipo dello scrittore senza regole, a cui tutto sembra concesso in virtù di una presunta genialità che lo rende al di sopra di ogni legge compresa quella etica, un difetto comune a molti scrittori e scrittrici contemporanei

“«Perché Owen non pensa di essere soggetto alle stesse leggi del resto della società» rispose lei, aspra. «Si considera un genio, un enfant terrible. Si compiace delle proprie trasgressioni. Si ritiene coraggioso, eroico».”

 

Con penna satirica la Rowling mette rilievo i difetti di chi si crede un genio intoccabile, di chi usa la scrittura per ferire, per distorcere e vendicarsi dei torti subiti, creando un interessante parallelismo attuale con il mondo dell’editoria e degli autrici. Orwen è il simbolo di ogni uomo che credendosi un dio non si cura di altro che non del suo narcisismo, alieno alle critiche, insofferente alle regole crede che tutto ciò che pensa sia arte una volta messa in forma scritta. Talmente convinti di se stessi, di avere una parte fondamentale nella rinascita della cultura questi scrittori in realtà sono e restano sciacalli

“Quando gli ho detto che aveva scritto un libro ignobile, malevolo e impubblicabile, è scattato in piedi, rovesciando la sedia e mettendosi a urlare. Dopo avermi insultato sia sul piano personale che su quello professionale, mi ha detto che se non avevo più il coraggio di rappresentarlo, il libro se lo sarebbe pubblicato da solo, l’avrebbe fatto uscire in e-book.”

E coloro che lo ostacolano diventano inevitabilmente i nuovi censori, persone senza gusto, persone senza carattere che si oppongono alla libera espressione. Pur se questa libertà travalica i limiti del buongusto e della decenza:

“Lo conosce bene. Non crede che esista la possibilità che abbia…» Completò lei la frase, con un lieve sogghigno. «… ‘fatto una sciocchezza’? No di certo. Non si sognerebbe mai di privare il mondo del genio di Owen Quine. No, lui è da qualche parte a pianificare la sua vendetta contro tutti noi, stupefatto che non sia in corso una caccia all’uomo su scala nazionale».”

Ma nonostante la sua indecenza morale, è pur vero che Orwen si scaglia contro il velo che copre il marciume del mondo editoriale, un mondo fatto di compromessi, di cattiverie gratuita, di recensioni comprate, di preferenze e che privilegia più logica del denaro rispetto al dovere di diffondere cultura bellezza e buon gusto.

In questo thriller oltre alla parte adrenalinica esiste una reale denuncia della decadenza di un mondo che ha la responsabilità immortale di far crescere le menti, di educare coscienze e che si perde a favore del dio profitto. Un dio che domina e decide cosa è giusto leggere e cosa no, un mondo contro cui malignamente Orwen si scaglia ripagandolo della stessa moneta che finora ha esaltato. Denaro in cambio di rivelazioni scabrose, successo in cambio di un ciò che il marketing richiede, sesso, amoralità, diffamazione, vendette e ipocrisie.

E Cormoran Strike si trova a dover sbrogliare questa orrida matassa, restandone invischiato a volte, ma anche leggermente affascinato:

Mentre proseguiva la lettura tra brani di elaborata oscenità, Strike si chiedeva quanti ritratti di persone reali gli sfuggissero. La violenza degli incontri di Bombyx con altri esseri umani era disturbante. Le loro perversioni e crudeltà di rado lasciavano un orifizio inviolato, in una frenesia sadomasochista. Eppure la purezza e l’innocenza di base del protagonista erano un tema costante; la semplice affermazione del suo genio doveva apparentemente bastare al lettore per assolverlo dai crimini di cui era complice insieme ai mostri che lo circondavano. Pagina dopo pagina, l’investigatore ripensava all’opinione espressa da Jerry Waldegrave: Owen non era sano di mente. Un punto di vista sempre più condivisibile…

 

Passo dopo passo Cormoran si avvicina alla soluzione dell’intricata vicenda, riuscendo ancora una volta a svelarne i banali retroscena, dietro a tutto questo marcio c’è sempre il solito motivo dominante, non la follia, non la vendette semplice meschino vile denaro. Ecco il letimov dell’opera. Dietro il più aberrante mosaico c’è una regia misera che rende tutta l’architettura del delitto misera e tragicamente banale. L’omicidio è una farsa, un amara commedia umana dove semplicemente l’uomo di abbrutisce. Si trascina dietro a falsi idoli, a false promesse. Crede che il successo vinca e determini il valore di qualcuno. Che la vendita sia la sola vera ispirazione, e che tutto questo sia, tragicamente arte.

Anche qua la scrittura d Galbraight affonda con amareggiata ironia, svelando, denunciando una decadenza che attraversa ogni aspetto della nostra società, e che non lascia nessun margine di rinascita., Anche la bellezza della letteratura si inginocchia vile di fronte al potere delle lobbie, dei risultati delle vendite. Massimizzare a ogni costo pubblicità e profitti servendosi anche del più vile dei gesti: l’omicidio.

E’ questo che sta davvero diventando la letteratura? Un palco per vendere se stessi? Per deturpare l’arte in favore della visibilità? Leggendo Robert so che non è tutto cosi marcio. La sua tecnica sublime,la perfetta caratterizzazione psicologica dei personaggi , la capacità di rovesciare gli eventi apparentemente logici e coerenti, di strabiliare, ammaliare e far riflettere, di giocare con immagini e parole e creare un ritratto di una società, di persone in preda a deliri e vanità, mi fa capire che il futuro della letteratura potrà essere salvato dalla passione, dalla bellezza anche dell’orrore. Perché riuscire a rendere ammaliante una storia cosi marcia è un dono di pochi. E Robert Galbright/J. Rowling è semplicemente questo: il mago che sa creare da singole lettere capolavori indimenticabili

Semplicemente senza parole. Capolavoro assoluto e mi inchino con un riverito senso di meraviglia alla genialità di questa immensa e immortale artista.

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