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Scrivere una recensione sulla mia scrittrice preferita è qualcosa di immensamente difficile. Specie ora che si cimenta con il mio genere prediletto il thriller. E scrivere un thriller è completamente diverso da scrivere un fantasy o un qualsiasi romanzo. Va tenuto conto che questo genere deve avere come base l’adrenalina, il mistero e la suspense. Non deve essere banale e deve “sporcarsi” poiché indaga e rende protagonisti i lati più marci dell’animo umano.

Non c’è spazio per la morale intesa come insegnamento, per l’etica. C’è spazio per la descrizione abietta di cosa può fare un essere umano quando passa la linea di confine tra bene e male. Senza sconti, senza liricismi, a volte con crudezza ma sempre tenendo presente che in fondo, il crimine ha una suo lato artistico.

Per rendersi credibile la nostra J. K. Rowling ha deciso di usare uno pseudonimo, maschile, quasi a confondere le acque e prevenire i pregiudizi verso il suo modo di scrivere. Del resto diciamocelo, la sua saga fantasy l’ha caratterizzata cosi profondamente da rendere difficile l’obiettività verso qualsiasi cosa non fosse un fantasy, e non fosse collegato a Harry Potter.

Io ho letto il richiamo del cuculo. E l’ho letto, pur amando la Rowling profondamente, con uno scetticismo raro per me. Perché il genere è complesso, e perché serve una crudezza che, non sembra appartenere al suo stile di scrittura. Anche se avvisaglie di una certa propensione alla durezza lo aveva dimostrato descrivendo il percorso umano di Voldemort, in fondo anche il nostro caro Tom Riddle potrebbe essere annoverato fra i serial killer più psicotici.

Pagina dopo pagina sono stata conquistata. Ho letto questo giallo in un fiato solo. Il richiamo del cuculo è un esempio di come anche il mio bistrattato thriller possa essere elegante e raffinato. Possa essere nella sua crudezza, nel suo indagare l’avidità e la brama di potere, un maestoso ed elegante dipinto, seppur dalle tinte fosche e oscure. Il richiamo del cuculo parla proprio del primo motore che spinge l’uomo a uccidere, i soldi.

Qua non abbiamo un semplice serial killer guidato dalla follia più pure, qua abbiamo un lucido assassino che uccide per il più banale dei motivi. Ed è la trama cosi scontata a essere raccontata in un grandioso affresco umano, fatto di invidie, di ripicche, di apparenza e perbenismo.

Il titolo della serie è riferito al protagonista indiscusso degli episodi che il nostro Robert narrerà nei capitoli successivi della saga; Cormoran Strike, un detective privato dal passato difficile, un uomo complesso tormentato, cinico e senza prospettive che dopo un doloroso divorzio si lascia quasi andare alla deriva. La sua agenzia è sull’orlo del fallimento, ha un cognome importante (il padre è una rock star famosa) che diventa semplicemente un peso e ha un problema fisico che lo fa sentire diverso da tutti ( il nostro Cormoran ha infatti perso una gamba durante una guerra).Abbiamo davanti non un eroe, ma una persona che sta toccando il fondo, che sente di aver fallito in tutto e si lascia andare alla deriva dell’autocommiserazione:

 

“Gli balenarono in mente le immagini della notte prima: lui che svuotava i tre cassetticon le sue cose e le buttava in uno zaino, mentre Charlotte gli urlava contro; il posacenere che lo colpiva sull’osso sopraccigliare mentre si stava voltando a guardarla dalla porta; il percorso a piedi nella città buia fino al suo ufficio, dove aveva dormito un paio d’ore sulla sedia della scrivania. Poi quell’ultima, orribile scenata, quando Charlotte l’aveva inseguito nelle prime ore del mattino per poterlo trafiggere con le poche banderillas che non era riuscita a conficcargli nella schiena prima che lasciasse il suo appartamento; la sua ferma decisione di lasciarla andare via quando era uscita correndo dalla porta, dopo avergli piantato le unghie in faccia; e poi quel momento di follia in cui si era lanciato al suo inseguimento – tentativo finito ancor prima di iniziare, grazie all’intervento involontario di questa ragazza sbadata e superflua, che era stato costretto prima a salvare e poi a calmare.

Si diresse verso il suo ufficio, chiuse con cura la porta dietro di sé e rimase immobile,con gli occhi fissi allo zaino sotto alla sua scrivania vuota. Dentro c’era tutto ciò che possedeva, perché dubitava di poter mai riavere i nove decimi delle cose che aveva lasciato a casa di Charlotte. Probabilmente se ne sarebbe liberata prima dell’ora di pranzo: le avrebbe bruciate, buttate per strada, strappate, appallottolate e coperte di candeggina. Il martello pneumatico perforava senza sosta il manto stradale. Davanti a lui c’erano l’impossibilità di saldare una montagna di debiti, le spaventose conseguenze che sarebbero derivate dal fallimento della sua agenzia, gli incombenti, ancora sconosciuti ma inevitabili, orribili strascichi della sua separazione da Charlotte; sfinito com’era, l’infelicità di tutto questo sembrava stagliarsi davanti a lui in un caleidoscopio di orrori.”

 

Dall’altra parte, il suo braccio destro, il suo Watson, è una donna. Una donna sicuramente intelligente ma dimessa, cresciuta all’ombra del dovere e subissata da responsabilità; un matrimonio con un facoltoso uomo d’affari, una vita prestabilita e quasi noiosa e dei lavori a termine, eseguiti in modo efficiente ma senz’anima. Si presenta a Cormoran proprio così in attesa che la sua vita cambi con il matrimonio, apatica e quasi dismessa. Una genialità ingabbiata dalla routine incontra una genialità ingabbiata dal senso di disfacimento morale.

 

“Solo quando ebbe raggiunto la porta di vetro al piano soprastante Robin si rese conto, per la prima volta, di quale fosse il lavoro per cui era stata richiesta.

Nessuno all’agenzia gliel’aveva detto. Il nome che aveva letto sul foglietto attaccato al citofono era inciso sulla porta a vetri: C.B. Strike e, sotto, le parole Investigatore privato.

Robin rimase immobile, con la bocca leggermente aperta, provando un senso di meraviglia che nessuno tra coloro che la conoscevano avrebbe potuto capire. Non aveva mai confessato ad anima viva (nemmeno a Matthew) il sogno segreto di tutta la sua vita, sin da quand’era bambina. E si realizzava proprio quel giorno!”

 

Due anime che sono simili e che grazie a questo incontro sbocceranno del tutto:

 

“Proprio come Robin, Cormoran Strike sapeva che avrebbe ricordato per sempre le ultime dodici ore come la notte di un cambiamento epocale nella sua vita. E ora, evidentemente, il Fato gli aveva mandato un’emissaria in elegante impermeabile beige, per ribadirgli il fatto che la sua esistenza stava sconfinando nella catastrofe. Non doveva esserci nessuna segretaria interinale. Per lui, il licenziamento della ragazza prima di Robin significava che il suo contratto con l’agenzia doveva intendersi risolto.”

 

A svegliarli e unirli è un caso di cronaca che ha fatto scalpore; nel facoltoso quartiere di Mayfair , la famosa bellissima modella ,Lula Landry,  simbolo di successo, ricchezza ma anche di spregiudicatezza e trasgressione giace morta sull’asfalto. Schiacciata resa irriconoscibile da una morte annunciata. Una famosa top vinta da quella stessa vita fatta di lustrini che tanta gente le invidiava. Un suicidio. Nulla di inquietante stravolge la sonnacchiosa buona società. Il solito clichè della diva che si stanca di tutto e che cerca nella morta l’ultimo atto di una ricerca di emozioni. Storia trita e ritrita.

Ma è proprio cosi? Meno di tre mesi dopo alla porta del nostro protagonista si presenta alla porta del fatiscente studio un certo signor Brtistow fratello adottivo della Landry che non convinto del responso sulla morte della sorella, catalogata come suicidio, chiede proprio a Cormoran di riaprire la indagini.

 

“«Cosa vuole esattamente da me?» chiese Strike.

Bristow rimise la tazza sulla scrivania con le mani tremanti, che poi strinse l’unanall’altra con forza.

«Dicono che mia sorella si è suicidata. Io non ci credo».

A Strike tornarono in mente le immagini della televisione: il sacco nero sulla barella che scintillava in una tempesta di flash mentre lo caricavano sull’ambulanza, poi i paparazzi che si affollavano attorno all’ambulanza che aveva cominciato a muoversi, le macchine fotografiche tenute alte per riprendere i finestrini scuri, le luci bianche che rimbalzavano sul vetro nero. Della morte di Lula Landry sapeva più di quanto avrebbe voluto sapere, come qualsiasi altro essere senziente in Gran Bretagna. Bombardati dalla storia, si finiva con l’interessarsene al di là della propria volontà e prima di rendersene conto, si era diventati informatissimi e pieni di opinioni sul caso, al punto che sarebbe stato impossibile far parte di una giuria obiettiva.”

 

Da questa banale premessa di dipana un giallo sofisticato, pieno di colpi di scena che meraviglia, incanta e appassiona. Cormoran dotato di una sottile intelligenza si risveglia, e si mette di impegno per andare oltre alle prove deludenti che la polizia ha deciso facessero parte dell’idea del suicidio

 

“C’è stata un’inchiesta, vero?» «Sì. Ma l’ispettore responsabile del caso era convinto sin dal principio che si trattasse di un suicidio, solo perché Lula prendeva il litio. Le cose che ha tralasciato… persino su Internet se ne sono resi conto».”

 

Lula Labdry diventa qualcosa di più di un semplice stereotipo da copertina, diventa una donna in carne e ossa, sicuramente preda di depressioni e di angosce ma anche custode di segreti che spianano la strada alla sua morte. Cosi n banale caso di cronaca diventa un orribile e tragico caso di ripicche private, di sete di soldi e di drammi familiari da tempo messi a tacere. Un dramma in cui( non posso svelarvi altro) fanno da protagonista indiscusso del delitto dieci milioni di sterline!

Ecco che la nostra Joanne/Robert crea da una trama semplice, ordinaria un qualcosa di incredibilmente sofisticato. Come ci riesce? Con il dono della scrittura. Una scrittura che sa mescolare uno stile impeccabile a una passione rara, che da forma e anima a ogni personaggio, che sa giocare perfettamente con desideri, emozioni incubi e impulsi tetri dell’animo umano. Una scrittrice che conosce gli uomini che ne esplora con grazia i lati oscuri e ci gioca creando affreschi indimenticabili.

La nostra Joanna /Robert, sa giocare con le parole, crea immagini e dialoghi strepitosi, incalza la trama con elementi e dettagli, da indizi ma li nasconde tenendoti fino all’ultimo con dubbi, ansie e domande. Fino al colpo di scena finale che lascia strabiliati, increduli e sgomenti. Eh si la Rowling ci porta per mano attraverso la trama, svelando e nascondendo, dietro apparenze fittizie dove ciò che si legge non è la verità. Oltre l’apparenza esiste un mondo sconosciuto dove il mite agnello è in realtà un lupo affamato, dove la spregiudicatezza è in realtà un anima nobile.

Stupendo, ben scritto, ma soprattutto pieno di pathos non posso che ringraziare Robert /Rowling per averci donato un personaggio cosi umano e cosi vero e per averci dato prova che la grande arte della scrittura ancora esiste.

Perdonatemi ma non son degna neanche di nominare la Dea

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