51h3VaXtL1L._SX327_BO1,204,203,200_.jpg

 

Molti si domandano perché si ama cosi tanto il thriller. Forse si chiedono se in questa passione si celi una volontà voyeuristica, o una recondita brama di violenza impossibile da scatenarsi in virtù del timore di un’esclusione sociale.

In realtà il vero unico motivo è legato a un sentimento autentico di terrore. Non un sentimento di nascosta venerazione del crimine ( che ribadisco ha un suo atroce fascino) ma si tratta di  Paura allo stato puro verso un lato dell’animo umano ignoto, nascosto e segreto. Un lato di noi umani che è in bilico perenne tra abisso e paradiso, tra dannazione e salvezza.. E’ quella sottile linea che separa lo stato vigile, legato ai limiti etici, morali e sociali, e quello caotico, ribelle a tratti geniale ma che si sente talmente padrone del mondo e della vita da sentirsi in dovere quasi anche di toglierla. Questo lato che molti psicologici indagano, che si trova annidato nell’inconscio è davvero un terreno di nessuno, in cui l’equilibrio risulta precario in ognuno di noi, sempre a lottare per non cadere nel lato oscuro. Luce e buio questi sono i due elementi che si tengono per mano e che cercano di trovare una stabilità senza che il buio inglobi la luce provocando la pazzia, e senza che l’eccesso di luce annienti in buio provocando una perdita di creatività e mistero e rendendo tutto asettico.

Ed è in quella paura del rischio di cadere nella bestialità più disumana che si nasconde la necessaria differenza tra una mente in preda alla devianza e alla follia pura e la mente lucida e sana.

Il thriller di Cleave parla proprio di questo. Di cosa accade quando la follia invade la vita apparentemente normale di una persona. La vita del famoso scrittore di thriller, Jerry Grey, meglio noto come Henry Cutter, viene totalmente stravolta da un inaspettata quando devastante malattia: l’Alzheimer da lui chiamata capitan A. Una persona abituata a tenere in mano la sua vita, a condividere anche con le sue due anime L’artista e la persona comune si ritrova a perdere lentamente pezzi di se stesso, ricordi, coscienza vigile fino a vagare nelle nebbie della demenza, senza più avere il totale controllo della sua anima, della sua mente e persino delle sue azioni. Distrugge senza colpa tutto ciò che di importante ha costruito, carriera, famiglia relazioni e la reputazione tanto faticosamente conquistata. La sua memoria diventa un intricato labirinto di immagini e di idee dove la vita reale si intreccia con quella della fantasia fino a non riuscir a capire dove inizia una e finisce l’altra. Jerry si sente totalmente invaso dal suo alter ego Henry tanto da sentirsi addirittura lacerato in due, come se Il suo pseudonimo si incarnasse in un personaggio concreto invadendogli i polmoni, invadendogli la personalità e spingendolo sull’orlo dell’abisso e della mancanza totale di remore etiche e morali: l’omicidio.

Per questo Jerry si trova a credere che i suoi personaggi, quelli che ha magistralmente creato siano autentiche, non parti dalla sua fantasia ( una fantasia non malata ma che tramite la scrittura si propone di esorcizzare l’orrore) ma siano fatti reali tanto da sentirsi davvero responsabile di strani omicidi iniziati prprio in concomitanza con l’arrivo di capitan A.

Ecco che da retto cittadino, magari eccentrico e magari semplicemente il prototipo dello scrittore preso dalle sue elucubrazioni mentali Jerry diventa il prototipo di un killer portatore di una novità assoluta: un killer senza colpa. Perché Jerry agisce sotto le spire di una nebbia insidiosa, viscida di cui non è padrone ma schiavo. La sua non è la lucida follia di chi si erige a padrone e divinità tanto da nutrirsi del sangue delle vittime, della loro paura per reagire spesso a abusi, a una vita fallimentare. Jerry è semplicemente vittima di qualcosa che non può controllare, una malattia degenerativa che ti fa perdere del tutto non solo il contatto con il reale ma la tua stessa identità. Un uomo a pezzi che perde continuamente la partita con la sua esistenza, dove il dolore sogghigna vincente e lui è spettatore incapace e inconsapevole di follie e deliri.

Ma si tratta di un thriller e con mano sapiente Cleave mescola le carte, lasciando ciò che sembra certo e sicuro nelle mani di un imprevisto agghiacciante e geniale. Come in ogni noir che si rispetti la realtà non è ciò che appare, il mistero regna e le certezze crollano. Il colpo di scena, lo shock fanno da padroni, cambiando scenari, suggerendo nuove ipotesi fino alla perfezione di un finale che lascia attoniti e sconvolti. Nulla è come sembra, le situazioni sono semplicemente sipari che calano su una scena nascondendo elementi fondamentali e rivelandoli poi con maestria.

Il protagonista assoluto del dramma è dunque ogni sfaccettatura della follia. Non solo la demenza che in fondo rende i carnefice incapace di essere odiato ma semplicemente compatito ( come si può odiare e essere disgustati dal povero Jerry?) c’è anche quella più insidiosa, quella che stranamente fa davvero paura quella di certe menti geniali, menti sublimi forse ma che per motivi legati a narcisismo, a egocentrismo a situazioni che tendono a ristagnare tale genialità diventano manipolatori, accaniti persecutori della vita una vita che la loro mente non gli permette di vivere appieno. Ed ecco il personaggio più oscuro , più spaventoso di Jerry, quello che si erige al di sopra della banali regole morali per sentirsi Dio, capace di decidere l’esistenza di chi ritiene, in fondo è questa la tragedia, non umano. Tanto inumano da poter giocare con la sua corporeità e con la sua psiche in totale orrenda libertà. Ecco il vero orrore, la spersonalizzazione della vita, di ogni vita trattata come oggetto. E un oggetto che non ha diritti, che non ha dignità può essere manomesso, torturato, annullato e infine…..ucciso.

Scrittura perfetta, in bilico tra crudezza e spessore psicologico, in un crescendo di tensione e di cosa rara in un thriller, compassione. Perché c’è anche la compassione del dolore, della perdita, della comprensione di chi si trova a dover rinunciare a se stesso senza avere altra scelta, perché la malattia è questo. La malattia ci impone la fine dei giochi, ci impone la totale dipendenza dall’altrui disponibilità. Ci trova impreparati e inadatti a sentirsi ancora esseri umani. Jerry è poetico, anche quando fa del male. Poetica la usa devastazione umana, il suo voler restare a tutti i costi ancorato alla realtà e la sua rabbia dolorosa di chi si sente sopraffatto da eventi che non ha scelto e di cui si chiede il motivo, la genesi, il perché.

Un libro che con perfezione stilistica ci porta per mano attraverso l’oscurità, attraverso le sue tante sfumature, illuminando angoli nascosti, segreti terribili, ma anche il dolore che spesso si rannicchia in quegli angoli e in quei segreti. Del resto oscurità significa anche mancanza di chiarezza, di incomprensibilità, ed è proprio quello di cui noi tutti dobbiamo aver paura. Perché se ci immergiamo in quello spazio, del  non so, senza domande, senza timori e solo con la certezza della nostra onnipotenza irreale, quella zona franca che  dovrebbe essere resa chiara dalla comprensione, e dall’accettazione di tante verità,rischia di essere patria della generazione aberrante  di mostri.

“Deve capire: capire è il primo passo per accettare, e solo accettando si può guarire. (Albus Silente) “

 

Coinvolgente, emozionante, superbo.

 

Annunci