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Questo è uno dei classici libri che chiamo a strati. All’apparenza frivolo, con una protagonista irritante appare quasi esclusivamente un libro di svago. In realtà, mentre si procede la lettura, il tono scanzonato frizzante e irridente si trasforma cambiando lo scenario in una storia complessa sul dolore, sull’amore e sulla responsabilità, acquistando, lo ammetto, il tono di profondità che cerco e che amo nei romanzi.

Ogni romanzo deve avere, oltre a una perfetta struttura sintattica e una capacità stilistica esemplare, anche un significato che rischiari e dia corpo al linguaggio, che colori di luce le parole e dia quella verve essenziale a ogni esperienza letteraria degna di questo nome.

E questa scrittrice ci sa fare. Parte quasi in sordina, attrae con la forza della classica commedia romantica un po’ piccante, per poi stupire con perle di eccellente spessore.  E i miei complimenti vanno alla casa editrice Newton e Compton, maestra nel diffondere la cultura ma intelligentissima a fornire anche una nicchia per romanzi più leggeri, riuscendo a scegliere, comunque, libri di qualità.

E questo, ragazze, è un libro interessante, sia per lo stile che per i profondi significati che nasconde sotto lo strato di divertimento, ironia e spensieratezza. E nonostante questo tono frizzante riesce alla fine a creare emozioni e una spettacolare empatia con la protagonista.

La trama è semplice. Seconda parte di una trilogia iniziata con That Boy, il libro racconta l’evoluzione della storia tra Jayden e Philip. Amici da sempre, forse silenziosamente attratti uno dall’altro, finalmente i due giovani riescono a dare una svolta alla loro storia decidendo di fare il grande passo che separa un’amicizia da un amore. Fino a decidere di coronare a giuste nozze. Sfondo romantico e sognante ma,,,si c’è un ma.

Jayden è altro dalla ragazza spensierata superficiale e svampita. Jay è una giovane donna chiusa in un dolore bruciante che viene a galla proprio ( ironia della sorte) durante un fastidioso corso prematrimoniale. Li un sacerdote molto duro, la metta di fronte a se stessa, scatenando crisi di panico, ripensamenti e desiderio inconscio di scappare che si manifesta in sogni bizzarri.

Le domande che assillano la nostra Jay sono quelle fondamentali per ognuno di noi: starò realizzando davvero i miei sogni? Sono davvero pronta per questo passo? Chiusa in se stessa, sconfitta da un dolore che nega, si rivela non essere la donna forte e fredda che pensava, ma una ragazza fragile che per paure del dolore si allontana dagli altri. Sopraffatta da una perdita cosi importante come quella di un padre e di una madre, fondamentalmente Jay si sente sola e spaventata. E per reazione chiude il suo cuore ai sentimenti.

Se non fosse per la presenza di quello che appare come più di un principe: Philip la parte che la completa, che rappresenta tutto ciò che Jay nega (sentimenti profondi, impegno, responsabilità) e che proprio per questo in fondo la salva. Perché se Jay guarda negli occhi Phillip lei rivede tutto ciò che sente di aver irrimediabilmente perduto.

Tra loro volteggiano una seria di personaggi adorabili tra cui non può non spiccare la figura strabiliante di pastore John ( che ammetto ci fa rimpiangere di non averne uno accanto a noi) un uomo profondamente umano, conoscitore dell’animo degli uomini e che ci dà una lucida lezione su cosa davvero è l’amore maturo, scambio non solo di affetto ma condivisione profonda di se stesso. Questo significa che per amare, ragazze, non serve solo attrazione, romanticherie sogni e passione; serve darsi totalmente all’altro in ogni nostro lato; che sia brutto, che sia bello, che sia unione come conflitto, perché amore è vita, è crescita e evoluzione e se riusciamo a affrontare nel giusto modo le diversità riusciremo a creare non un unico essere, ma due esseri distinti, diversi emozionati di scoprirsi che scelgono di comporre da soli un puzzle della vita. Della loro vita.

 

“Voglio che ricordiate per sempre questo momento. Come vi sentite. Tutti e due. Mano nella mano. A lottare contro qualcosa che pensate stia cercando di dividervi. Ho fatto un po’ l’avvocato del diavolo. E, in tutta onestà, dopo la scorsa settimana – il modo in cui avete discusso, il linguaggio del corpo – non pensavo proprio che ce l’avreste fatta. Ho pensato che avreste mandato a monte il matrimonio. Nella vita dovrete affrontare ostacoli ben più duri di quello che avete affrontato con me. Il mio compito è tentare di prepararvi a tutto questo.

….Ricordo il funerale dei tuoi genitori, J.J. È stato il più difficile della mia carriera: avevo la stessa età dei tuoi…Non pensavo che ce l’avrei fatta a terminare la funzione, ma poi ho scorto te, J.J., in piedi nel banco. Avevi gli occhi asciutti. La testa alta. Vidi una tale forza. Mi chiesi come avessero fatto i tuoi genitori a renderti così forte a quella giovane età. Ma poi ho visto che stringevi forte la mano di Phillip, come stai facendo ora, e capii da dove veniva tutta quella forza. La prendete l’uno dall’altra. Qualunque cosa vi troverete ad affrontare nella vita, spero che reagirete come ora. Mano nella mano. Uniti. Se sarà così, ce la farete. Il vostro sarà un matrimonio fantastico»

 

Quello che serve a un amore maturo è semplice e complesso al tempo stesso. E a volte la paura,,,la paura di darci, di soffrire diventa uno scudo impenetrabile.  Ed è quello che è accaduto proprio a Jay cosi come spesso accade a ognuno di noi.  Il dolore non è un demone. Il dolore è la chiave per arrivare a noi stessi, a quel cuore più profondo sede di ogni nostra emozione di ogni sogno di ogni creatività. E’ quel luogo oscuro e nascosto nel quale ci dobbiamo immergere per  rinascere, senza più filtri in un colloquio quasi divino con la nostra anima, unico vero e solo dio che davvero ci può sottomettere. O far crescere. Se però questa forza sconosciuta e immersa non viene affrontata, a testa alta, fieri e sicuro che ci può portare a qualcosa di incredibile, diventa soltanto minaccia. Diventa ferita e non cura. Diventa non chiave ma muro solido da cui nessuna linea di luce può passare a noi e illuminarci. Tutto quello che destabilizza, che bussa alla porta di questa gabbia, consenziente, diventa solo orrore infinito. Se il dolore ha la funzione di aprire la nostra mente in questo caso diventa solo una difesa estenuante per non vivere. Ed ecco che invece di abbracciare il dolore e parlarci e rendersi conto che in fondo è solo una voce che ci guida, il dolore cosi negato, avvilito e ostacolato diventa il nostro peggior nemico. E per riempire il vuoto che ci segnala ma che non vogliamo vedere, si diventa controllati, ci si mette su un piedistallo di cartone che a ogni nuova ondata di vita, rischia di marcire crollare e trascinarci con se. Se si avverte la mancanza come un torto e non come opportunità tutto ci è dovuto. E nel tutto ci è dovuto ciò che non si conosce viene rifiutato.  E rifiutando ciò che non si conosce si rifiuta anche l’altro da se. Ecco che Jay fa proprio cosi:

“Non ho ancora affrontato tutto questo. Pensavo di dover essere forte perché fossero orgogliosi di me. Pensavo che riuscire a nascondere tutto significasse che stavo reagendo. Che avevo superato il lutto.

In realtà nascondendo una parte cosi fondamentale di se stessa, poiché provare dolore equivale a aver tanto amato Jay:

Al funerale mi sono messa in piedi per dire a tutti come avevano vissuto la loro vita. Quanto apprezzavano la quotidianità e sapevano fare tesoro di ogni singolo giorno.

Io non ho fatto altrettanto.

Non mi sono goduta il momento. Al contrario, l’ho sfruttato come scusa per fare tutto quello che mi pareva. Certo, mi sono divertita, ma non ho apprezzato fino in fondo quanto di meraviglioso avessi. Non ho smesso di godermi il momento, ma ho fatto come una ragazzina che, passando con la bici davanti a delle rose, ne sente il profumo e poi ne strappa i petali, senza apprezzarne la bellezza.

Le ho distrutte.

Pensavo che, poiché i miei genitori non c’erano più, fosse giusto fregarmene di tutto. Fosse giusto fingere di poter fare quel che mi pareva perché il mondo era in debito con me.

Non è così.”

 

Jay crede che la sofferenza sia soltanto una punizione. E lo crede perché ammettere di amare, di provare emozioni cosi forti che sfuggono a ogni razionalità, e a ogni controllo equivale a non essere forte. E invece si accorge che, in realtà il tempo passato a allontanarsi e scappare dalle sue emozioni la ha causato una chiusura tale che, nella disperata ricerca di una ricompensa, non ha apprezzato i doni che sbocciavano attorno a lei,. Cosi presa a trovare un riscatto, una vendetta contro la vita da non rendersi conto che, anche in quel deserto di angoscia la vita le regalava istanti magici. E che era quella la sua vera ricompensa. La vita dà e la vita toglie in un eterno bilico tra abisso e paradiso.

 

“Pensavo che, poiché i miei genitori non c’erano più, fosse giusto fregarmene di tutto. Fosse giusto fingere di poter fare quel che mi pareva perché il mondo era in debito con me.

Non è così.”

 

Se è vero che a volte la sofferenza non è capibile con i sensi umani, è pur vero che può aiutarci a modificare noi stessi e a renderci guerrieri ascoltando soltanto, e per davvero il nostro cuore più che la nostre paure (spesso simboleggiate dai consigli degli altri) :

 

“Il pastore John aveva ragione: mi allontano da Phillip ogni volta che la situazione si fa dura. Faccio sempre in modo che sia lui a corrermi dietro e a salvarmi. A volte ho inscenato delle tragedie solo per farmi salvare da lui: mi piace che lo faccia, ma non è corretto.

La nostra relazione è sopravvissuta per più di vent’anni, perché non abbiamo dato retta a nessuno.”

 

Perchè a volte perché i miracoli accadano, perché la vita si sveli davanti a noi in tutta la sua magnificenza bisogna davvero lottare con dio come fece Giacobbe quella famosa notte nella tenda, riuscendo a strappare il vero nome di Dio e di conseguenza di se stesso. Ecco cosa capisce Jay. Che a volte lottare con la vita non è tempo perso ma è solo per mostrarle quanto siamo degni dell’amore, quanto meritano di averlo nella nostra vita e quando riconosciamo il suo valore appunto perché si lotta, contro tutti e contro le proprie debolezze e paranoie:

 

“Phillip ha sempre lottato più di me per noi due. Ci credo che abbia provato ad accelerare le cose. Ha paura che scappi. Non voglio che Phillip dubiti mai più del mio amore. Questa volta, e d’ora in poi, sarò io a correre da lui. Lotterò per lui.”

 

Ecco che un libro giudicato semplicemente divertente per me diventa qualcosa di diverso. Diventa una meravigliosa e ben scritta parabola sulla rinascita, sulla capacità di dominare le paure e tenere loro testa e di lottare perché l’amore è degno di ogni nostro sforzo. Perché è l’unico tramite tra noi e il divino:

 

È solo che mi sentivo piccolissima rispetto a un amore che sembrava così grande.

 

E spero che ognuno di noi leggendo questa piccola poesia, riesca a provare la meraviglia di sentirsi cosi piccoli di fonte a un sentimento cosi elevato.

 

 

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