Recensione di “Antiche voci da Salem” di Adriana Mather, Giunti editore. A cura di Natascia Lucchetti

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Mi avevano detto che questo libro era bello e questo non ha fatto altro che acuire la mia curiosità. Quella parolina, poi: “Salem”, lo ha fatto passare il cima alla lista dei libri da leggere. Per qualche pagina, però, ho avuto il terrore che la protagonista poco più che adolescente, ne facesse un urban fantasy dedicato ai più giovani. Gli elementi c’erano tutti: il trasferimento di una ragazza Newyorkese in una cittadina piccola e attaccata al passato come Salem, quindi tutti i suoi scontati pregiudizi, il figaccione di turno, la scuola. Tuttavia la mia impressione è cambiata come il giorno e la notte dopo le prime cinquanta pagine. Lo stile di Adriana Mather è bello da morire. La prima persona e il tempo presente dettano un ritmo serrato che fa identificare pienamente il lettore con la protagonista. Ti mette lì, a Salem, una città di case scure e antiche, dove i negozi si adeguano al folklore. Anche se l’autrice non perde tempo in descrizioni dettagliate, io mi sono trovata a muovermi nei panni di Samantha, a pensare assieme a lei e a sentire le sue sensazioni. Samantha ha un nome molto importante per la gente di Salem. Lei è una Mather, discendente di Cotton Mather, una figura controversa che aveva avuto un ruolo chiave nella condanna delle giovani donne impiccate a Salem nel 1692. Le Eredi di coloro che furono accusate frequentano la stessa scuola in cui piomba Samantha e la pregiudicano, odiandola solo per il nome che porta. Il nome è importante, importantissimo, più delle azioni che vengono compiute.  La situazione è quindi capovolta ai tempi d’oggi. Le discendenti delle accusate mettono sotto accusa quella dell’accusatore e questo aspetto è la chiave di lettura del libro. Adriana Mather, l’autrice, è lei stessa la discendente di Cotton e ha vissuto sulla sua pelle ciò che significa avere un nome inviso in una comunità che non dimentica. Con il progresso è lo sbiadire del rigore dei puritani, la situazione si è capovolta, non equilibrata. Al tempo c’erano le accuse di stregoneria che portavano all’impiccagione in pubblica piazza di ragazze che, molto probabilmente, con incantesimi e magie avevano davvero poco a che fare. Erano semplicemente persone che non seguivano le convenzioni, che non rappresentavano il “must be” della società dell’epoca. La comunità puntava il dito contro di loro e si inventava accuse mirabolanti, tipiche per trasformare in bersaglio una persona innocente. Un capro espiatorio con colpe inventate. Ebbene, come ho già detto, la volontà di trovare un bersaglio, di punire persone considerate “diverse” non è affatto scomparsa, ma si è trasformata, si è ribaltata. Nel caso della Salem descritta da Adriana Mather, Samantha subisce il suo processo e la sua condanna. Il bullismo sostituisce la tortura e l’odio pubblico, l’impiccagione.  Le Eredi puntano alla sua totale distruzione di Samantha, dapprima solo da un punto di vista psicologico e d’immagine, poi anche fisico.

Questo credo sia il tema principale, ma non l’unico. Il personaggio di Samantha è molto interessante. Lei afferma di essere una persona sola, con una certa fierezza. Ha smesso di legarsi ai suoi coetanei dopo brutte esperienze in passato, scatenate da una pesante “sfortuna” che le orbita attorno da tantissimi anni. Diffida di tutti, anche di chi tende lei la mano, come il bel Jaxon. Ha un rapporto morboso con suo padre, interrotto dalla malattia di lui che l’ha costretto al coma per diverso tempo. Lei lo vede come un esempio, l’unico punto di riferimento, l’unica persona che la comprende davvero. La mancanza di questo pilastro le proibisce di apprezzare ciò che ha intorno, poiché per lei è come se non esistesse più nient’altro. Persino i rapporti con la matrigna Vivian, di solito buoni,  si sono deteriorati in seguito a quell’evento tragico. Nel corso della storia, però, Samantha incontra il fantasma di un ragazzo: Elijah, ex padrone della sua casa, morto suicida nel periodo dei processi per stregoneria. Con lui instaura un rapporto strettissimo, che la astrae ancora di più dalla sua vita normale. Molto probabilmente è una reazione all’odio dei vivi che la fa legare ad un morto, l’unico che non la pregiudica che, anzi, richiede il suo aiuto per spezzare la maledizione che affligge Salem e che riarde di nuova foggia dopo il ritorno della discendente dei Mather.

La ricostruzione storica di ciò che accadde è soltanto accennata, anche se con precisione e viene resa perfettamente funzionale al messaggio che passa dalle righe del romanzo. Proprio come fu per le streghe di Salem, l’uomo non può fare a meno di condannare il prossimo che reputa “diverso” o fuori dagli schemi della società. Non serve che essa sia fondamentalista come quella puritana. Anche la più piccola comunità ha le sue linee guida in costumi ed apparenze e la massa le segue anche se si propone di non etichettarsi. Chi va contro corrente viene condannato, anche solo per pregiudizio. Siamo noi uomini che creiamo le maledizioni, quindi. Siamo noi a non volerle far finire, perché che succede? Il condannato viene accusato e ovviamente reagisce all’accusa o isolandosi o vendicandosi, e da lì prende vita una spirale d’odio che in alcuni casi si tramanda per sentito dire, ribalta le situazioni  e prosegue finché qualcuno non decide di dire basta, di evitare il male inutile e riequilibrare le cose.

Pensiamo a quante rivalità esistono per solo pregiudizio tra popoli, tra comunità, tra filosofie di vita. Riflettiamo su quanto sangue è stato sparso per questo motivo. Il pregiudizio è una questione di ignoranza e gonfia nomi e definizioni di significati non veri.

Gran bel libro con un messaggio imponente. Lo consiglio davvero a tutti.

-Natascia.

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