“Lode a Mishima e a Majakovskij!”. Valerio Carbone, Flavio Carlini, Haiku Edizioni. A cura di Vito Ditaranto

 

“…Questo libro fallirebbe il suo proposito laddove si limitasse a una valutazione fredda e tecnica dei personaggi storici di Yukio Mishima e Vladimir Majakovskij. Lode a Mishima e a Majakovskij non vuole esibire delle semplici biografie, piuttosto utilizzare gli spunti ricevuti dalle letture delle opere di questi due autori, così lontani e vicini al contempo, estremamente controversi e affascinanti a loro modo, per analizzare in maniera critica, tramite la letteratura, anzitutto il rapporto tra individuo e società, la frizione del singolo nei confronti del conformismo e dell’emancipazione…”

 

L’autore dura solo un istante e quello che ci resta è la sua opera e vale anche per gente come Céline, Pirandello, D’Annunzio, Mishima  e Majakovskij (e non apriamo il complicatissimo caso Tolkien, altrimenti poi arriviamo per passare insieme anche il pranzo di Capodanno!).

Il 14 gennaio del 1925 a Tokio nasce Kimitake Hiraoka, meglio conosciuto come Yukio Mishima. Scrittore geniale ma anche folle nazionalista e grande sportivo questo strano personaggio sconvolse il Giappone e l’Occidente con la sua morte, forse più delle sue opere. Anziché morire come i poveri dementi lui ha pensato bene di occupare il Ministero della Difesa, fare un bel discorsone e poi darsi morte tramite “seppuku” ovvero il suicidio rituale in stretta osservanza del codice dei samurai. Perché? Capire un personaggio complesso come lui non è semplice. Va premesso però che era da sempre legato al culto del suicidio e della perfezione.

La contraddittorietà è un fatto comune a molte persone intelligenti. Spesso ne è il fascino. Dopo il suicidio lasciò un biglietto.

Diceva:

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.”

La frase può essere sicuramente riconducibile ad una lunga tradizione di personaggi il cui motto era “Viva la muerte”, basti pensare allo stesso Achille che partì per Troia con la certezza della morte e della gloria eterna.

Pagina dopo pagina si approfondiscono alcuni temi della legati alla psicologia di tutte le società contemporanee e in un certo qual modo è affascinante conoscere i tormenti interiori di un uomo all’apparenza normali.

“Ma voi potreste? Ma voi potreste essere come Yukio Mishima?”, 1913, Majakovskij.

Quale metodo migliore per parlare di un poeta se non mostrarne il lato più intimo attraverso le sue lettere?

Vladimir Vladimirovič Majakovskij nasce a Bagdadi (Georgia) il 7 luglio 1893. Tra il 1902 e il 1906 studia al ginnasio di Kutaisi, all’esame di ammissione “il prete mi chiese che cosa significasse oko. Risposi: tre libbre (così è in georgiano). I cortesi esaminatori mi spiegarono che oko significa occhio in slavo ecclesiastico. Per poco non fui bocciato. Perciò odiai di colpo tutto ciò che è antico, ecclesiastico e slavo. Forse scaturirono di qui il mio futurismo, il mio ateismo e il mio internazionalismo”.

Nel 1908 entra nel partito bolscevico come propagandista. Non fa in tempo neanche a iniziare a lavorare che viene arrestato per attività sovversiva. In carcere scrive i suoi primi versi. La miccia è accesa. Nel 1911 aderisce al futurismo russo, non a caso ne è considerato uno dei padri fondatori.

Sicuramente meno contradditorio di Mishima, Majakovskij aveva le idee molto chiare: per lui la poesia non aveva senso di sussistere senza un obiettivo. L’obiettivo era la rivoluzione. Da qui ne deriva il carattere fortemente politicizzato di molte sue poesie. La poetica majakovskijana varia moltissimo, ed è forse ciò che contribuisce maggiormente a renderlo grande. Avendo inoltre studiato anche Belle Arti, Majakovskij non mancò di manifestarsi anche nelle arti raffigurative (creò più di 3000 manifesti per il partito bolscevico). Mi sembra opportuno farvi presente un piccolo volume intitolato “Per la voce”, il testo fu pensato insieme al tipografo russo El Lissitskij. Il risultato? Quattordici poesie scelte apposta per essere recitate a voce alta. Per ogni poesia poi c’è un’illustrazione costruttivista che ne sintetizza il contenuto. Un capolavoro della letteratura e della tipografia. Consigliatissimo.

Majakovskij era un vulcano. Il suo catalizzatore? Il cambiamento, il movimento e quindi la rivoluzione.

Ma il 1917 non portò a ciò che lui desiderava. Se a ciò aggiungiamo anche le delusioni sentimentali il  risultato diventa un colpo di fucile al cuore nel suo appartamento a Mosca. E’ il 14 aprile 1930.

Vi riporto le sue ultime parole:

“A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.(…) La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”

La Russia della Rivoluzione bolscevica come il Giappone del Secondo dopoguerra si presentano come due contesti inconciliabili con la nobiltà d’animo di Vladimir Majakovskij e Yukio Mishima: due paesi destinati ad uno stravolgimento totale di culture millenarie che sembravano provare vergogna per se stesse. Così prendono corpo i personaggi descritti nei racconti di questo libro.  Il volto di Majakovskij è la vittoria dell’ideale futurista. Il Majakovskij presentato infine nel racconto L.Ju.B. incarna la straziante situazione di un’esistenza annientata da quella stessa società che si è lottato per costruire.

Il romanzo/saggio descritto da Valerio Carbone e Flavio Carlini, sebbene lontano dalla grazia stilistica delle opere migliori, risulta a mio avviso gradevole. Lo stile “asciutto” essenzialmente didascalico descrittivo, non permette all’opera di “decollare” in maniera significativa; il pregio che personalmente riconosco agli autori è quello di essere stati  in grado di mantenere l’interesse del lettore sempre vivo con piccoli colpi di scena dettati, comunque, dai due grandi maestri descritti (Vladimir Majakovskij e Yukio Mishima), che si inseguono fino alla fine di un libro/saggio che, credetemi, nonostante il tema trattato non farete la minima fatica a leggere in pochissime ore.  Un libro che non mostra delle semplici biografie, piuttosto usa gli spunti ricevuti dalle letture delle opere di questi due autori, così lontani e vicini al contempo, estremamente controversi e affascinanti, per analizzare, tramite la letteratura, il rapporto tra individuo e società, il dissenso del singolo nei confronti del conformismo e dell’emancipazione, la solitudine, lìsolamento, la fierezza, l’orgoglio, la ferocia della vita e la gioia della morte.  Non troverete in questo testo nessun tecnicismo sui personaggi storici di Yukio Mishima e Vladimir Majakovskij, semplicemente quattro racconti. Quattro racconti che siciramente innescheranno nella vostra mente la seguente domanda:

“Qual è il senso della vita?”

Il filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe, osserva giustamente a parer mio, che «ogni nuova generazione chiede: qual è il senso della vita?» ma «una via più efficace di porre la questione potrebbe essere: perché l’uomo abbisogna di un senso della vita?»

Si potrebbe rispondere con le parole di Seneca:

 «la vita, senza una meta, è vagabondaggio», trovandosi in accordo sia con il pensiero del mistico indiano Inayat Khan, che proclama «beato colui che ha trovato nella vita lo scopo della propria esistenza», che con quello dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, quando afferma che «è proprio la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita interessante».

Possiamo cercare una risposta nei diari di Anna Frank: «viviamo tutti, ma non sappiamo perché e a che scopo; viviamo tutti coll’intento di diventare felici, viviamo tutti in modo diverso eppure uguale».

Siamo esseri mutevoli, non solo nell’aspetto ma anche nel pensiero, e quindi non è neanche detto che il senso della vita d’un individuo perduri per l’interezza della propria esistenza, in quanto potrebbe interessare periodi limitati o, nei casi più estremi, anche un singolo istante. Il senso della vita, soggettivo ed individuale, può quindi trasformarsi nel corso del tempo, e non è detto che debba limitarsi ad un sol ambito; un individuo potrebbe inseguire simultaneamente sia la motivazione che scaturisce dalla ricerca della conoscenza che quella che fiorisce grazie all’amore, o quant’altro sia in grado di realizzare la pienezza della propria esistenza, donandogli un incantevole orizzonte nella soggettività della sua realtà.

A mio parere, non abbiamo una risposta certa e definitiva riguardante “il senso della vita” e non sappiamo neanche con certezza se la domanda sia ben posta, ma anche se un senso oggettivo ed universale non dovesse esistere, noi esseri pensati avremmo comunque un’alternativa:

«il potere più grande che una persona possiede è la possibilità di scegliere», anche e soprattutto per quanto riguarda il senso della propria vita.

Se volete provare a dare un senso alla vostra vita, leggete quest’opera, forse non cambierà il vostro modo di pensare, ma, sicuramente vi porterà a porvi delle domande. BUONA LETTURA.

 

…a MIRIAM con infinito amore…vito ditaranto.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...