“La classe dei misteri” di Joanne Harris, Garzanti. A cura di Vito Ditaranto

Joanne Harris  ci proietta a St. Oswald nel 2005 con il professore di latino Roy Straitley. Il  St. Oswald è una scuola indipendente. Roy Straitley insegna al St.Oswal da trent anni ed è così radicato in questo mondo che non può immaginarsi di essere altrove. Pur consapevoli delle esigenze della tradizione, non può proprio definirsi un tradizionalista, potrei definirlo una sorta di sognatore alla Peter Pan, ma forse gli americani lo definirebbero adeguandolo ai giorni nostri: ‘ the Boys Brodie ‘, in ogni caso è una persona rispettabile ed un punto di riferimento per tutti gli altri docenti. Mentre Roy Straitley comincia a sognare il futuro dopo la pensione, ma improvvisamente scopre che il nuovo preside è un ex allievo della scuola con il quale aveva avuto molti problemi e l’anziano professore aveva quasi perso il suo lavoro. Roy Straitley sa bene che il nuovo preside non è il tipo che perdona e dimentica e che quindi, il suo futuro non sarà più roseo come immaginava. John Harrington, il nuovo preside, non è solo una vecchia cattiva testa, ma è anche un buon oratore ed un ottimo leader apparentemente educato e colto, conosce tutte le parole giuste, rimarcando queste sue doti nel discorso di presentazione alla scuola. Straitley è riluttante a prendere consigli da qualcuno che non ha mai conosciuto la differenza tra il presente e il participio passato. Il suo approccio alla formazione è vecchio, ma non ingeneroso e al passo con i tempi, le sue opinioni, per esempio, sui  gay sono molto più liberali di quelle di alcuni altri membri dello staff. Tuttavia Straitley, ritiene che i genitori dovrebbero essere tenuti lontano dalla formazione dei loro figli in contrasto con il nuovo preside. Le sue battaglie sull’educazione degli studenti risulteranno comunque vane, sempre in contrasto con il nuovo preside. Questa lotta tra i due protagonisti principali del romanzo porteranno indietro nel tempo il lettore. Il romanzo a questo punto sarà interrotto da un capitolo  narrato da una terza persona apparentemente senza nome. L’anno è il 1981, quasi un quarto di secolo prima, e la voce è quella di un ragazzo che è appena arrivato alla scuola. Sta scrivendo a qualcuno che chiama Mousey ed è subito chiaro dal tono che odia il suo corpo docente, in particolare l’onorevole Straitley di St. Oswald. L’odio si estende anche agli altri ragazzi che vede come  cani obbediente ai capricci dei loro padroni. Scrive, inoltre, che odia i cani, aggiungendo che una volta aveva uno, ma non per molto. C’è chiaramente una violenza repressa in questo ragazzo senza nome, una violenza che, non rimarrà soppressa. Dopo questa parentesi si ritorna al 2005. Si riscopre a questo punto che il conflitto non è solo tra il professore e il preside ma, irrompe una terza persona probabilmente il ragazzo sociopatico ed è proprio qui che lastora da prima lenta inizia ad animarsi incuriosendo il lettore il quale, diviene impaziente di conoscerne l’esito. L’epilogo è emozionante e totalmente sorprendente per il lettore.

La trama segue il modello attualmente popolare degli eventi del passato che ritornano a tormentare il presente, e non ci sono elementi di bullismo e abusi in entrambe le sezioni. Per essere onesti, Harris gestisce questo viaggio tra passato e presente maldestramente, sembra chiedere al lettore di avere una visione indulgente verso l’abuso dei ragazzi da parte degli insegnanti.

Il libro è abbastanza dettagliato nella descrizione dei personaggi, comunque, non mi entusiasmato particolarmente. Onestamente mi aspettavo qualcosa in più da un autrice così acclamata a livello internazionale.

Il romanzo merita di essere letto solo per il suo finale mozzafiato, inaspettato, astuto. Le ultime pagine, solo le ultime pagine danno un senso al libro, una svolta inaspettata, l’unica mai possibile.

 

 

…a Miriam con infinito amore…vito ditaranto

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