Recensione di “Gli Occhi del Drago” di Stephen King, Sperling e Kupfer editore. A cura di Natascia Lucchetti

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Lo so, il nome dell’autore potrebbe indurvi a pensare che sto per parlarvi di un altro romanzo horror del Re, ma non è così. Questo libro del 1984 è un fantasy puro, narrato come una fiaba.
La trama è classica, forse scontata per questo genere. Abbiamo un regno lontano lontano di nome Delain dove un re non molto brillante ad arguzia, domina su un territorio tranquillo, lontano dalle guerre. Il re ha due eredi, avuti dalla moglie buona e gentile. Il maggiore si chiama Peter, il minore Thomas. Il re è ormai vecchio e la successione al trono è al centro dei dibattiti di corte. Non c’è dubbio che il brillante Peter sarà il prossimo re e rivestirà quel ruolo in maniera impeccabile e Thomas rimarrà principe a vita, eterno secondo. Tuttavia c’è qualcuno a tramare contro Peter: il perfido mago Flagg che desidera che Delain precipiti in rovina per dare sfogo alla sua brama di sangue e distruzione.
Il mago assassina il vecchio re Roland e fa incriminare l’innocente figlio maggiore che finisce in una prigione inespugnabile. A questo punto Thomas sale al potere, supportato dal mago. Ovviamente la decadenza del regno non lascerà sudditi e autorità indifferenti. Molti di loro avranno di che dire di quell’assassino insospettabile e pochi cercheranno la verità.
Come sempre King crea personaggi completi con un profondo background. Utilizza molte pagine nella descrizione del passato dei personaggi principiali, presentandoli in tutte le loro sfaccettature e risalendo fino alle loro origini. Anche i più secondari non stanno lì per caso. Nessuno è semplicemente una comparsa e questo a me piace davvero molto.
La famiglia reale è molto diversa da quella descritta dalle altre fiabe. Re Roland è sempre stato una persona inadatta alle riflessioni e sicuramente alle responsabilità del regno. Proprio questa sua inidoneità alla sua carica ha lasciato molto spazio al consigliere Flagg. Roland è un personaggio particolarmente insipido, né buono né cattivo, che compie più errori di quanto ad un re sia concesso, soprattutto con la sua stessa famiglia. Sasha, la regina, sposa il marito per dovere e lascia casa sua. Rimane sempre un po’ infantile, nonostante gli anni che passano. Esattamente come Peter lei è buona e perfetta agli occhi di tutti, tranne che a quelli di Flagg che decide di farla morire dopo il secondo parto. Peter è l’eroe classico. Forte e intelligente, bello, fulgido. Lui è buono fino al midollo, fiero e coraggioso. Ha queste doti sin da ragazzino e si fa subito conoscere come un astro nascente. Lui è il primo in tutto, mentre Thomas è l’eterno secondo. Simile al padre e dannato sin dalla nascita dal peccato di aver fatto morire sua madre soltanto venendo al mondo, Thomas verrà sempre considerato come privo di valore, vuoto. Lui soffrirà molto questa condizione che lo chiuderà in una profonda solitudine. Il suo stesso padre non lo amerà mai, mettendo sempre Peter al primo posto, senza riconoscere gli sforzi del figlio minore. Thomas maturerà, quindi, un odio profondo verso il fratello maggiore, ma non proverà mai lo stesso per il padre. Nonostante tutto continuerà ad amarlo e a desiderare il suo amore. Flagg approfitterà del malessere di Thomas per portare disgrazia a Delain, avvelenando la sua mente di ragazzo “solo e profondamente sfortunato” come lo definisce il narratore. La vicenda si basa su questa frattura tra i due fratelli, manipolata da Flagg.
Non aspettatevi un libro dove l’azione fa da padrona. I tempi sono molto dilatati da lunghe digressioni che approfondiscono il passato di luoghi e personaggi e gli eventi che si susseguono dall’inizio della vicenda alla fine sono davvero pochi. Non c’è molto movimento. La trama si basa più che altro su riflessioni e pensieri e forse esagera per il suo genere. Il fantasy medievale classico ci ha abituati a viaggi, battaglie, paesaggi meravigliosi, creature magiche e chi più ne ha più ne metta, qui non c’è quasi niente di tutto questo. Scordatevi le battaglie e gli scontri con altri regni e creature.
Ne “Gli occhi del Drago” il male è all’interno del regno e no, non è solo rappresentato da Flagg, diciamo che lui è quel qualcuno che lo plasma e lo domina. Il male è dato dall’ignoranza, dalla miopia di una società che non impara mai niente da se stessa, stagnante e basata su concezioni antiche che arrivano a condannare più le lacrime sul viso di un futuro re che l’omicidio. Delain è retta da leggi che ignorano l’infanzia e la sensibilità di un bambino che inventa storie di fronte ad una casa di bambole appartenuta alla propria madre. Delain è la tradizione basata sui “veri uomini” che difende le sue apparenze rozze.
Tiriamo ora le somme di questo libro particolare, oserei dire insolito. Non è un comune fantasy, basato sull’azione e la descrizione di creature e luoghi fantastici, questo libro è una fiaba che racconta di personaggi realistici, normali, esattamente come me e come voi. Ed è proprio questo che colpisce. Ovviamente non è adatto a tutti i lettori. Chi è patito di lotte tra regni, di viaggi in paesaggi fantastici e grandi eroi, non troverà quello che cerca qui. Gli Occhi del Drago è qualcosa di più profondo, che scava nella psicologia dei personaggi, nelle vere origini del male e della rovina. Ovviamente non è per i puristi del fantasy e no, non è una fiaba per bambini come alcuni hanno suggerito, però è un libro bello e particolare.

Leggetelo per scoprire un’ulteriore sfaccettatura di King!

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