Il diario delle cose improbabili di Federica Auriemma. Self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Di solito inizio la mia recensione con una piccola digressione sulle caratteristiche dei generi che vado ad approfondire oltre che leggere. In questo caso, procederò in un altro modo, ossia contestare le critiche riservate al libro in questione, proprio perché la mia analisi si fonda su quei lati criticati che , invece , rappresentano i punti di forza del romanzo. La critica più ricorrente e non di aver scritto un libro, ma di aver di aver semplicemente, effettuato, una scopiazzatura, mal eseguita, della Austen. Di quale libro non è dato sapere. Probabilmente del più famoso e gettonato. Non ho la stoltezza di pensare che si conosca a menadito tutta la biografia della nostra Austen.  Oltre a essere fallace ed evidentemente senza motivazione, mi accingerò lo stesso a contestarla punto per punto. Per semplice narcisismo.

Il diario delle cose improbabili è un libro fondamentalmente storico. Racconta si le avvincenti vicende di una ragazza che si affaccia alla vita e all’amore, ma soprattutto, ambisce a descrivere una società controversa, ambigua piena di ombre e di luce, che affascina da sempre, chi come me adora la storia: il periodo denominato vittoriano.

Cos’è ma, innanzitutto, cosa c’è di abbagliante e coinvolgente in questa discussa età storica?

Per epoca vittoriana ( o età vittoriana) si intende comunemente il periodo della storia inglese, compreso nel lungo regno della Regina Vittoria, cioè dal 1837 al 1901. Durante questo periodo, l’Inghilterra attraversa un periodo di stabilità, floridità economica ed espansione commerciale e coloniale, ma vede altresì l’emergere di importanti problemi sociali.

Questi problemi erano legati paradossalmente sia alla tanto decantata floridità economica, che a un certo ethos antropologico della stessa. Fu, infatti,un’ era caratterizzata dallo sfruttamento del lavoro delle donne e minorile, visto l’abbondante diffusione di miniere e industrie, sia da uno scarso progresso nelle politiche sociali con la creazione di veri e propri ghetti. L’avanzare del progresso scientifico, d’altronde, procurò una sorta di strana e ambigua lacerazione nel contesto sociale; ci fu una tensione tra l’idea di progresso, del razionalismo e della fede nella capacità dell’uomo di dominare la natura, e la volontà di ristabilire un equilibrio appoggiandosi all’esteriorità della fede religiosa. Si tratto di risolvere questi iati tra volontà di progresso e di ricerca di stabilità emotiva attraverso compromessi esteriori edificando una comunità basata sull’apparenza, sulla morigeratezza, su una sorta di ipocrisia del vivere comune secondo i dettami di una nuova mentalità borghese. Fu questa novità a scontrarsi con delle resistenze psicologiche e sociali di una strutturazione collettiva che, in fondo, trovava negli antichi fasti, nell’idea di nobiltà la sua “coperta di linus”. Fu questa dialettica tra ragione  e anima, alla base dell’indiscusso fascino che ancora esercita questo particolare momento: non  a caso a livello letterario fu caratterizzato da un lato dalla letteratura gotica( come terreno per poter esprimere quelle pulsioni interiori soffocate dalla razionalità) e dall’altro dall’emergere di racconti sociali alla stregua di Dickens con la sua volontà critica, ma anche stupendi spaccati di realismo con le meravigliose ricostruzioni di Hardy,di Dickens, della Woolf e delle sorelle Bronte (le uniche che unirono passione e realismo delle loro opere)

In questo contesto si inserisce il diario delle cose improbabili, riunendo in se tutti gli elementi caratterizzanti proprio l’epoca vittoriana. La Auriemma riesce a amalgamare le influenze diverse dei grandi maestri dell’ottocento senza che , queste soffochino una sua peculiare originalità di fondo. Il testo risulta cioè, classico in quanto richiama lo stile linguistico delle grandi autrici: manieristico, poetico e con quell’afflato verso una ricerca di qualcosa che possa dare senso a un’età che si dibatteva tra due opposte tendenze, senza riuscire a decidere quale seguire. Si riscontra l’ipocrisia  bigotta tendente a  soffocare la creatività troppo libera della fantasia, che poi  lungi dall’essere persa o dissolta, sfociava inesorabilmente, nelle grandi scoperte scientifiche, nella letteratura di ogni genere e forma. Sempre però, con un occhio guardingo, sempre con sospetto,sempre con quella recondita paura di perdere quel poco di identità necessaria alla sopravvivenza. Si ritrova la condizione femminile bloccata, controllata da inflessibili  norme di convivenza sociale che apparivano dissonanti in un mondo che, inesorabilmente cambiava, ma proprio per tale motivo diventavano indispensabili per tenere insieme una società che barcollava sotto la spinta della modernità. Si ritrova l’ossessione della sessualità, repressa e fonte di curiosità, tanto da sfociare più tardi nei racconti orrrorifici di stampo vampiresco. Ma al contempo la Auriemma dona un elemento moderno, impersonato dal narratore esterno e dai pensieri della protagonista che si proiettano in un futuro prossimo, come se la fantasia ( ed è la realtà straordinaria di quel potere mentale che abbiamo inserito nella corteccia cerebrale) potesse essere un punto di congiunzione tra presente passato e futuro. La mente è un organo che tutto comprende, che per la sua forza creatrice e immaginativa precorre i tempi, gli spazi e le dimensioni. Cosicché le idee strabilianti ma pericolose per la società rigida, diventano non impossibili ma improbabili, terreno fertile su cui il progresso porterà al disfacimento della società vittoriana e all’instaurazione di una nuova in cui, come sappiamo, si ribalteranno gli assunti valoriali su cui si basava l’Inghilterra dell’epoca. Da rigido contenitore di regole di comportamento l’Inghilterra, diventerà un terreno di innovazione, progresso e nuove idee.

Ed è questo l’elemento originale dell’Auriemma, quello che non troveremo, nelle sorelle Bronte, nella Woolf. Queste autrici, seppur dotate di una notevole modernità, restano inevitabilmente e senza possibilità altra,  figlie del loro tempo. La loro ribellione è sicuramente un valore che oggi noi esaltiamo, ma che rimane al margine, che rimane una volontà inconsapevole di donne che , erano soltanto coscienti di un fuoco creativo che non potevano domare se non andando contro alcune e sottolineo alcune, regole.

 Per l’Auriemma è diverso. Nata nel mondo di oggi ha una consapevolezza lapalissiana di se, del ruolo femminile, dell’identità personale e umana di ognuno, della necessità tutta contemporanea del dovere che ogni essere umano ha di essere felice. Realizzato. Completo, anche a scapito dei principi sociali che, possono essere contestati e rielaborati, se non si dimostrano idonei allo sviluppo personale e psicologico. Ecco che unire lo stile vittoriano, come influenza letteraria, non significa copiare un autrice del passato, significa apprendere uno stile, una modalità di scrittura elaborandola con la mentalità odierna. Ed è la dote straordinaria dell’autrice.

La Auriemma unisce passato e moderno creando un affresco di bellezza rara, scorrevole, donando non solo un lucido racconto di un epoca ma anche un insegnamento per il futuro e il presente. Tutto questo senza sacrificare il necessario linguaggio vittoriano, senza alterare l’espressione fondamentalmente rigida di un romanzo storico. Non scordiamoci, infatti, che scrivere la storia significa immergersi totalmente in quella precisa era, assorbirne l’essenza, la moda, i modi di dire, le convezioni e i valori, anche se questo cozza inevitabilmente con i nostri, con quelli dell’epoca in cui l’autrice vive e respira. In questo romanzo ho assistito a questo e a qualcosa di nuovo, la capacità si di farci assaporare la peculiarità di un’era perduta nei meandri del ricordo, ma anche la capacità critica di una donna che, tramite quelle convezioni riflette sulla sua società. E qua assistiamo a un capolavoro di significati concernenti un ruolo femminile standardizzato, chiuso, resistente, pieno di stereotipi che ancora e lo vediamo dalla cronaca odierna, ci appartiene. Verità terribile, a cui spesso volgiamo lo sguardo altrove, incapaci di affrontarla. Eppure grazie a una giovanissima autrice al suo esordio, assaporiamo le sue descrizioni, portate avanti grazie a uno straordinario punto di vista esterno, totalmente alieno, obiettivo al massimo ( non posso svelare la natura del narratore per non togliervi il piacere della scoperta, posso però dire che si avverte l’influenza di un altro grande della letteratura, il nostro amato Lewis Carroll)  possiamo davvero comprendere come, il ruolo della donna, necessiti ora come oggi un attenta rivalutazione, più in linea con l’idea che, la femminilità non sia un mero esercizio intellettuale ma sia viva, corposa, reale e tangibile:

Noi donne non possiamo avere un lavoro, a meno che non siamo povere. Lo sapete che le donne lavorano quanto gli uomini nelle fabbriche ma guadagnano di meno?

La donna sembra essere inevitabilmente inserita in un mosaico da cui difficilmente riesce a uscire per assaporare un istanti di spontaneità di libertà come se dovesse seguire pedissequamente un ruolo stabilito per lei da chissà chi altri:

Mi chiedo come può vostra sorella considerare ciò che le donne sono costrette a fare delle cose utili? Ci insegnano fin da piccole a studiare la storia, la geografia, le lingue, a suonare uno strumento, a dipingere, a ricamare. Le donne sanno e possono fare solo questo. E perché poi imparare le lingue e la geografia se non possono viaggiare da sole? Perché devono studiare la storia e non poter lavorare o credere in un progetto per migliorare il presente? Che senso ha dilettarci attraverso delle arti, solo per essere oggetti ammirati e tenuti a moderata distanza l’un dall’altro?» si interruppe per un momento, scoppiò a piangere, e singhiozzò, «noi siamo tutte uguali, non c’è caratteristica che ci distingue le une dalle altre, allora perché un uomo dovrebbe scegliere me o un’altra, su quale criterio si baserà la sua scelta?»

Questa costrizione, questa prigione in cui vengono tenute le donne sembra contenere come ha suggerito spesso Fatema Mernissi un vero terrore atavico verso la femminilità intesa non soltanto come portatrice di vita, ma anche di una fantasia salvifica vero ma che per la sua stessa natura feconda, minaccia costantemente di distruzione l’intero corpus sociale, come può costruire se non infrangendo antiche convezioni e distruggendo valori consunti?:

La sua vita era completamente vuota, priva di ogni evento entusiasmante e di novità. Era dominata da abitudini e da regole di buona condotta: ricamava, studiava, pregava, questo faceva e questo le veniva insegnato perché era nata femmina, intrappolata nel sesso debole, ingabbiata in un mondo che voleva che svolgesse una vita priva di ogni interesse e sostanzialmente inutile. L’unica cosa che doveva fare, ribadiva sua madre, era cercare un buon partito, sposarsi e procreare. A ciò serviva il sesso debole, meditò spesso Lylian, a procreare! Ad avere figli! Il sesso debole porta in grembo la vita! Esiste solo per dare degli eredi a un uomo? La sua esistenza era uguale a quella delle altre donne. Le loro vite erano identiche, e cosa allora le avrebbe distinte? La differenza di età, la bellezza, la posizione?

In realtà l’esigenza di Lyllian è fortemente moderna; essa rappresenta il simbolo di chi non accetta di essere soltanto oggetto ma ambisce a diventare soggetto:

Per questo motivo Lylian leggeva e scriveva: in questo modo aveva la possibilità di essere chi voleva – una principessa, un valoroso guerriero, un animale -, lei poteva essere chiunque con la fantasia, vivere qualsiasi avventura o amore, sentirsi chi probabilmente non poteva mai diventare e chi era impossibile concepire in quella società.

Perché ogni donna è e deve imparare a comprendere una verità importante, perfettamente spiegata dalla nostra Federica:

Sono io la protagonista della mia storia. Io ho il potere di cambiare le cose! Non sono più l’oggetto, ma il soggetto che agisce e domina su tutti i verbi successivi.

 

Ecco che ho avuto tra le mani, felice come non mai, un piccolo capolavoro di grazia incanto e ricco di significato. Un libro prezioso, indispensabile che svela il potere della fantasia creativa, dell’immaginazione come non soltanto un passatempo, un diletto mentale ma come un ponte proiettato nel futuro più prossimo. E che restituisce dignità alla donna cosi spesso orribilmente sfigurata in tanti romanzi privi di senso.

Grazie Federica!

 

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