“Al di la di te” di Argeta Brozi. Butterfly edizioni. A cura di Micheli Alessandra

Ho letto il libro di Argeta Brozi per curiosità. Ho sentito molto parlare di lei sui social, pareri divergenti che inevitabilmente mi hanno incuriosita. Cosi ho deciso di iniziare la lettura di Al di la di te, con uno sbuffo snobistico che, ahimè, è il mio marchio di fabbrica.

Eppure io, dotata come tutti e forse un po’ più della norma di pregiudizi e di preconcetti verso la letteratura, dati dall’immenso amore e rispetto che provo verso questa forma di arte, mi sono felicemente ricreduta.

Il libro disgusta, dà rabbia, e orrore. Argeta, non fraintendermi: non perché scritto male o perché sia pessimo a livello di trama, struttura e sintassi, ma perché tratti un argomento scomodo, scabroso, disgustoso come deve essere trattato. Raccontare una realtà difficile come quella di un abuso, finanche della crisi societaria di questo millennio, una crisi valoriale e, perché no, una crisi di identità – talmente profonda che arriva a considerare lecito e normale il bullismo, la superficialità, abbassando lo sguardo su ferite evidenti e profonde – deve essere strutturato partendo da un presupposto importante: il disgusto stesso dell’autrice. Questa sensazione deve permeare ogni pagina, ogni lettera, ogni evento. Di libri che romanticamente e criminalmente descrivevano la violenza femminile come un atto di passione ne ho letti a bizzeffe. E ogni volta il mio aplomb inglese crollava sotto la rabbia di avere tra le mani scritti assurdamente immorali fatti da scrittrici donne. Immorali nel senso atavico della parola, ossia di un danno non contro la morale della società (spesso tacciata come bigotta e rigida) bensì contro l’ethos morale umano, ben diverso dalla maschera con cui una comunità copre i suoi orrori. Sì, perché anche Argeta con forza denuncia questo iato tra la morale pubblica e quella umana, potremmo dire una sorta di eticità del vivere che cozza contro un perbenismo, una comprensione fallace, fittizia, antieducativa.

La morale comunitaria è una forma di nascondimento del lato oscuro di una società. Ci si barrica dietro a un costume, a delle regole che non sono riservate al giusto regolamento dei rapporti umani nonché al corretto distinguo tra giusto e sbagliato. Essa è senza coscienza, si fa infinocchiare dalle apparenze, dai finti pentimenti e manca della componente della colpa e della pena. Senza sentimento della colpa (badate bene, diverso dal senso di colpa irreale e fittizio basato su una percezione reale o presunta di trasgressione di regole altre, morali, religiose o giuridiche con una sorta di riprovazione illusoria verso se stessi) il sentimento della colpa è un atto consapevole, che riesce a identificare realmente l’esistenza di un dolo verso altri o verso le cose. Si tratta della presa di coscienza necessaria dell’esistenza di una dicotomia tra rispetto verso l’altro in tutta la sua interezza e un narcisismo atto alla piena realizzazione della propria grandeur. E Argeta lo spiega benissimo quando, davanti a un atroce atto di bullismo, basta un “mi dispiace” per ottenere l’assoluzione da ogni responsabilità, da ogni dovere etico, da ogni coscienza fino a cancellare definitivamente il danno agli occhi del’adulto, ma non agli occhi del soggetto aggressivo. E il soggetto, senza la presa di coscienza, continuerà a reiterare un azione che non considera dannosa ma che, soprattutto, giudica legittima. E dov’è l’adulto ora? Dove ci porta questa nuova convinzione educativa se non al “tutto è lecito” purché procuri piacere e visibilità? Dove ci porta il politicamente corretto se non al disfacimento totale del lato più umano della nostra organizzazione sociale? Se tutto è lecito, se la sfida è al maggior protagonista, ai chi ha più like o visualizzazioni; se non importa per cosa si viene visualizzati, senza la certezza della pena (intesa come certezza del diritto) senza la comprensione che per fermare l’accrescimento di chi si libera dalla responsabilità l‘apparato educativo non può esimersi dal diventare autorità garante (non autoritarismo) noi andiamo sempre di più ad affacciarsi sull’abisso.

Dall’altra parte questo atteggiamento lassista si perde di fronte all’abuso: se tutto è lecito, se tutto è perdonabile, l’abuso stesso non fa altro che fiorire e proliferare indisturbato.

L’abuso si nutre di indifferenza ma anche di stereotipi. È il reiterare di concetti poco aderenti alla realtà dell’interezza della persona, che si basano sull’apparenza, su pregiudizi e su quello che noi vogliamo vedere che danno un colpo secco, fatale, non soltanto all’autostima ma abbattono le difese che ognuno di noi deve poter erigere davanti al mondo. Queste difese sono di vitale importanza perché fanno da scudo tra noi e quell’amalgama di emozioni negative, di idee strutturate e rigide con cui il mondo, specie quello adolescente, si rapporta con l’altro. Gli stereotipi servono, soprattutto a chi si barcamena tra la fluidità mutevole della vita per trovare certezze, per imparare a capire questo flusso e immergersi in esso per risalire in superficie. Ma queste stesse armi di conoscenza diventano di offesa, diventano spade taglienti se il giovane non è guidato, se non è educato a comprenderle appieno; deve imparare a comprendere che lo stereotipo rischia di diventare pregiudizio. Ed ecco che le vite delle due ragazze sono emblematiche. Entrambe convinte che l’altro abbia tutto, così immerse nel loro personale inferno da chiudersi in se stesse e da rendere l’altro una sorta di certezza su cui improntare desideri e sogni. L’invidia non è che un’ancora di salvezza nella speranza che, per altri, esista un’isola felice, un’oasi di perfezione. Ma è nella scoperta, invece, dell’imperfezione, nell’incontro/ascolto di loro due, nude e crude davanti al loro dramma, un dramma per certi versi similare, che trovano davvero una speranza per risalire assieme, unite verso la superficie tanto agognata. Il loro è il dramma di persone che non si sentono comprese, amate, guidate verso il percorso della vita. Ma che soprattutto sono tradite da quelle figure che, per loro natura, dovrebbero proteggerle da loro stesse. Drammi di intensità diverse ma non meno gravi, in cui il corpo femminile è usato come oggetto, dove loro stesse si sentono orrendamente spersonalizzate e ridotte a gioco. Vittime chi di egoismo infantile, chi dell’incapacità di gestire rabbia e dolore. Incapacità che, ben inteso, la nostra Argeta spiega ma non giustifica. Ed è in quella condanna che va rilevato il vero punto di forza del romanzo. Perché comprendere non significa minimizzare ma significa creare coscienze affinché il dramma non si ripeta. Significa andare !al di là” di noi stessi.

Cosa può fare un libro davanti a tutto questo disfacimento?

Denunciare. Raccontare, scatenare la rabbia e il disgusto, provocare orrore e senso di nausea perché questo, lo ripeto, solo questo può riscuotere le coscienze. E un libro simile, scritto con passione ma anche con competenza – perché Argeta sa di cosa parla, conosce le situazioni descritte poiché anche le emozioni sono tracciate con una notevole professionalità – fa parte di quelle poche, rare, troppo rare opere, che fanno della scrittura un impegno preciso.

Pertanto il libro merita piena promozione. E i miei più sentiti complimenti.

Un pensiero su ““Al di la di te” di Argeta Brozi. Butterfly edizioni. A cura di Micheli Alessandra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...