“Il drago, il custode e lo straniero” di Enrico Pompeo,edizioni Creative. A cura di Micheli Alessandra

 

E’ un peccato che libri di valore etico e sociale vengano vergognosamente snobbati dai blog di oggi. E’ quasi un insulto alla letteratura che si prediligano molesti romance finto storici, lacrimosi libretti di evasione, favoritismi ad amici di amici artefici di fantasy che di fantastico hanno solo la favolosa limitazione di fantasia e creatività

Enrico Pompeo ha creato qualcosa di unico e di importante, ha messo nero su bianco la storia umana, sociale e antropologica di quello strano, affascinante e controverso soggetto chiamato uomo.

Il drago, il custode e lo straniero è un libro scritto per tutti eppure dono per pochi, per i coraggiosi, per quelli che hanno bisogno di sollevare il velo di Maya e penetrare nel lato oscuro dell’esistenza, quello pigro, flaccido, patetico a volte ma sostanza fangosa da cui, necessariamente, si può e si deve creare il nuovo.

Le tre storie descritte sono in realtà un’unica storia, apparentemente diverse eppure cosi precisamente collegate tra loro e descrive un percorso umano specifico: quello della comprensione di se stessi, attraverso i lati meno visibili del percorso di esistenza. Quelli che una straordinaria poetessa di Ragusa, Simona Accarpio, ha definito

gli angoli dell’eterna mia vita”

Ed è che questo appare dalle tre storie. I percorsi non sono così lineari, così centrali come ci aspetteremo, i significati si trovano nelle periferie, quelle degradate, fatte d’immensi errori senza luce, quelli che portano a cadere vittime delle tentazioni, a cadere preda d’impulsi oscuri, quasi degradanti, ma che ci sembrano l’unico mezzo per reagire di fronte a una vita cosi piatta, così banale così…senza senso.

I tre destini nascono dalla relazione alla insofferenza dall’incapacità umana di interagire con il mondo. E’ la mancanza di strumenti cognitivi adatti che ci rende incapaci di decodificare la realtà, osservandola soltanto da una prospettiva, quella più stantia, così odiata eppur così rassicurante, nella sua inutilità, nel suo grigiume. Perché è grazie a quella zona asettica, priva di creatività e fantasia che possiamo smettere di pensare, sostituendola con le droghe del consumismo:

Finzioni che diventano norme di comportamento dentro un meccanismo di maschere sociali in caduta verticale sulle proprie fragili ovvietà.

Tanto va sempre tutto bene: nel carrozzone, dunque, a consumare il tempo, tra telefonini, internet, tablet o altri congegni che ci riempiono le ore per avere ancora più fretta, di più, dipiù, dipiùdipiù, dipiùdipiùdipiù e non fermarsi mai abbastanza, tossicomani ingordi di distruzione di secondi, per potersi lamentare che non c’è mai il momento per parlare davvero, di stare vicini e staccare completamente, scaricando, così, la responsabilità dei nostri fallimenti d’espressione ai ritmi massacranti della vita quotidiana, convincendoci a dimenticare che siamo stati noi a crearli e volerli tali. Costruttori di prigioni in cui crediamo di vivere liberi.

Incapaci di vivere davvero, di lasciare la propria impronta sul mondo, incapaci di decidere, di scegliere, di concepire un’idea, i protagonisti cercano una scappatoia a questa concezione di vita, pensando di sovrastarla, di batterla e invece:

Ed io, anche se, apparentemente, non facevo niente di male, facevo parte di questo mondo, ne ero un piccolo ingranaggio. Anche la mia vita stava per strutturarsi dentro un percorso che offriva scelte apparenti, di forma, ma non di vera sostanza

Esteriormente forti e liberi, ma in realtà chi pensa di essersi distaccato è meno libero di chi dorme proprio perché il sistema gli fornisce l’apparente illusione di superare il baratro mentre invece ci finiamo dentro, sempre più a fondo, sempre meno liberi e sempre meno noi stessi.

Ci manca la creatività, la fantasia, la capacità di pensare a percorsi alternativi, di fuggire dalla gabbia in cui ci siamo rinchiusi con il beneplacito dei potenti, delle marionette, dei finti boss di cartone, quelli che si illudono a loro volta di avere tra le mani il destino, quando il destino non è che una ragnatela viscida che li ingloba fino a che il ragno mastodontico del conformismo, da loro stessi creato non li fagociterà per sempre.

Ecco che ne libro Pompeo snoda un filo conduttore di ogni storia che è la storia di tutti e non solo (impossibile svelarvi la genialità dell’autore): la volontà di esistere e sopravvivere, di esercitare il potere visto come potenzialità di reazione, la capacità di trovare la via giusta per fare fronte a una vita scialba per trasformarla in un’esistenza più genuina, più ricca di anima. E qual’è la scelta?

Nel primo caso la legge della giungla: il più forte fagocita il più debole, quella che esalta la violenza . Ma è una scelta dissonante, che si rivela solo un assurdo alibi per sentirsi fintamente dominanti e non dominati. Perchè la giungla vera è sopravvivenza e ogni gesto ha un suo valore etico, unica scelta possibile per far fronte all’ambiente. Nel nostro caso è una legge esibita come marchio di riconoscimento, per far fronte non a una serie di eventi naturali, ma soltanto per noia, la noia del post moderno che ci fa avere tutto ma in fondo non ci dona nulla. Sbandati, senza identità affamati di un senso di se stessi perduto, considerato quasi una chimera, affamati di sacro, di significati di risposte, ignari della realtà dell’universo vissuto come meccanico. Ed invece l’universo è una gigantesca macchina perfetta, una concatenazione di eventi e persone legate l’una all’altra, dove esiste azione ma anche la retroazione, la conseguenza, dove persino un semplice innocuo battito di ali di una farfalla può causare tornadi.

Ed ecco il drago, che è soltanto un drago di cartone ( come recita la bellissima canzone di Edoardo Bennato) ma che sarà:

visti dall’alto i draghi del potere

ti accorgi che son draghi di cartone!…

Ed ecco che la smania di violenza non è altro che una mera illusione, che ci fa credere di emergere e vincere la banalità ma che al contrario ci risucchia e ci fa diventare nessuno, un :

confortably numb ( Pink Floid)

Vittima di se stesso è anche il custode, colui che rifugia dalle scelte dalle responsabilità, anestetizzato e sopravvive, cadavere ambulante che si nutre di energie, di storie come un vampiro.

Un relitto umano che si trascina negli eventi ma non ne partecipa perchè incapace di essere:

È come se fino ad oggi la mia vita l’avessero vissuta altri al posto mio, come se io fossi un personaggio di un brutto romanzo e non una persona in carne e ossa. 

Cosa ci resta allora? Semplicemente ripartire, in cerca di redenzione in cerca di risposte per :

magari mi incontrerò per riconoscermi davvero

E’ un libro duro quello di Pompeo. Scritto con uno stile granitico, immediato senza liricismi. Racconta la vita, denuncia i meccanismi della società e cerca la redenzione nel cambiamento necessario delle coscienze, nei giovani, nelle energie fresche e innovative:

Imparare a lottare, sicuri che per cambiare un sistema l’unico modo vero è

non usare nessun mezzo tipico di ciò che si vuole radicalmente modificare:abolire la scala gerarchica tra gli esseri umani, in un’ottica di omnicrazia, cioè una partecipazione di tutti, senza delega, alla costruzione del bene comune, declinata in collettivi, assemblee, gruppi, con porta voci intercambiabili, che hanno compensi in linea economica con i parametri delle mansioni più semplici; non permettere che ci siano squilibri nel possesso e prevedere che chi ha più di una certa soglia debba mettere a disposizione il surplus per la comunità; non rico rrere mai alla violenza come strumento di risoluzione di un conflitto, perché essa genera senso di rivalsa, vendetta, odio; adottare credi religiosi che sono patrimonio delle sfere private, con la distruzione delle chiese, come organizzazioni politiche ed economiche, per mantenerle soltanto come luoghi di culto…Ma tutto questo presuppone un’educazione libertaria, delle scuole aperte, libere, in cui l’insegnamento sia il seme per lo sviluppo di personalità complete, autonome..

 

Un libro di orrore e speranza, di perdizione e redenzione, Un libro che forse non è per tutti ma che ironia della sorte tutti dovrebbero leggere, un libro che rapisce, che forse lascia un po’ di amarezza e disgusto per noi stessi ma che proprio da questo ci spinge a ripartire, a cercare a sperare. Perchè proprio la volontà di cambiamento non può che non nascere da una caduta, in cui ci si possa rialzare fieri, trionfanti e forse più convinti a combattere marciume e decadenza. Da non perdere. 

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