“Costellazione di brufoli” di Mauro Colarieti, Lettere animate edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

Chi non ricorda la sua adolescenza? Periodo di splendore e a volte orrore, di cambiamenti, di tentativi e errori. Indimenticabile e gioioso quanto terribile e doloroso.

Anche io sono stata adolescente, e ho impresso quei ricordi quasi come un marchio di fuoco dentro di me. Ricordo come se fosse ieri i sogni, gli ideali la forza fiduciosa nella volontà come metodo per cambiare, per farsi ascoltare da una società presa di mira con contestazioni e urla. Una masnada di guerriglieri brufolosi con gli occhi puntati sul futuro. Eppure, leggendo il libro di Colarieti, mentre mi immergevo nei ricordi mi sentivo quasi aliena nel sentirmi raccontare le passioni e i problemi di quei ragazzi che come me, hanno attraversato le acque tumultuose della transizione. Come se a separarci non fossero anni ma secoli. Noi fieri ed eretti avvolti da una kefiah che parlava di ingiustizia mentre proclamavano con orgoglio la nostra lontananza ai centri del potere, ai misfatti compiuti per denaro e prestigio, urlando contro le orribili stragi di Sabra e Shatila ( per chi non lo sapesse,più di 30 anni fa, tra il 16 e il 18 Settembre del 1982, si compiva uno dei più agghiaccianti massacri della storia, quello del quartiere di Sabra e del campo profughi di Shatila o Chatila. Entrambi collocati alla periferia est di Beirut. Quasi 1500 e 3000 palestinesi furono uccisi in modo barbaro dalle falangi cristiano maronite libanesi e dall’esercito del libano del sud con la complicità di Israele).

Dall’altra parte loro, i ragazzi in e quelli meno inquadrati, meno “fighi”, tra soldi a palate, feste, sballi, tra stati di facebook e foto, tra musica sparata a tutto volume a atti di bullismo, nel tentativo di dare un proprio ordine al caos.

Eppure, nonostante le differenze abissali abbiamo tutti fatto la stessa fine. Noi traditi dagli stessi ideali a cui ci aggrappavamo, costretti o compiaciuti di tradirli a nostra volta, appoggiando quel sistema che contestavamo, loro traditi dallo stesso sforzo di primeggiare sul mondo, di dominarlo, e tradendo a loro volta quell’ansai di sentirsi dei, ritrovandosi anch’essi soltanto burattini di un gioco più grande e più contorto. E non parlo del gioco della vita, ma del bisogno, lo stesso, quello che traspare con forza dal libro di lasciare, disperati e quasi patetici, un segno del nostro passaggio. Che sia in un ricordo di una lacrima, di un bacio rubato, di un’apparente tentativo di superare il dolore diventando egoisti o egocentrici. Ma il viaggio spesso finisce. Con noi finì nelle banche dove abbiamo lavorato, o negli uffici a recitare. Per loro il sogno, l’illusione si infrange con la debolezza, con l’inutilità di correre veloci per lasciarsi dietro il senso di inadeguatezza.

Storia vissuta e rivissuta. Duro essere se stessi in un mondo che ha perso esso stesso l’identità. E’ difficile capire dove si va se le strade sono oramai oscurate dalla nebbia, di altri fallimenti prima di noi.

E’ un libro apparentemente semplice quello di Mauro Colarieti. Per molti può sembrare soltanto una simpatica narrazione,adolescenziale, pieno delle paturnie tipiche dell’età scorrevole quasi impermeabile al mondo. Questo se lo si legge adocchiando soltanto il primo strato. Perchè come ogni opera che si impone di dare contributo alla cultura, intesa come insieme di valori e consuetudini determinanti l’ethos di una specifica società, è un libro a più livelli. Il primo è quello ovvio, letterale, quello in cui si ravvisa una storia per ragazzi fatta da ragazzi, in cui si occhieggia con condiscendenza alle loro interazioni, ai primi amori con un sorriso bonario, e un pizzico di nostalgia per un tempo perduto. Il secondo livello è però più di impatto. In questo si ravvisa una profonda e per nulla velata accusa alla società, al mondo e alle idee di cui essa si avvolge spesso imbozzolandosi , richiudendosi in se stessa refrattaria al nuovo che avanza. Il terzo è quello simboli. Quello che ravvede nella fatica, nella volontà dei due protagonisti di emanciparsi la storia eterna dell’uomo burattino che, liberandosi dei fili inizia a viaggiare da solo, a scoprire se stesso e a rinascere, un uomo nuovo, portatore di una diversa idea di mondo e di compagine sociale.

I tre significati nel libro sono interconnessi, in maniera tale che, ciascuno possa parlare a una specifica persona individuandone come un antico santuario pagano la fase che attraversa in quel preciso istante. Il libro di Colarieti non è semplice. Nonno lo è nello stile, anche se capace di confondersi con il gergo giovanile lo osserva quasi da lontano e se ne discosta. In ogni frase, in ogni consueta modalità di approccio si ravvede una neanche tanto velata critica. Cosa difende Colarieti nel suo testo? Su cosa scaglia in suo graffiante sarcasmo? Sulla mancanza di libertà. Una mancanza che, per vigliaccheria, per educazione si compiace non di ammettere a se stessa la sua carenza, ma di indossare maschere, di esibirsi davanti al mondo, recitando da bravi burattini il loro ripetitivo quotidiano ruolo. Per i protagonisti, Lohan e Fabrizio, è tutto completamente diverso. Immersi in un mondo che non comprendono. Dotati ognuno del proprio inferno personale che, non è visto qua come un limite ma come una risorsa, si ergono a simboli del quotidiano sforzo di chi decide di non accettare, non tanto i compromessi, quanto le regole imposte da altri. Non da se stessi ma dal burattinaio di turno: società, ideale di bellezza, comitiva, gerarchia dominante, e persino il sistema educativo e genitoriale.

Due storie di disperazione e forza profondamente diverse ma simili. Due storie di ricerca profonda ognuno con un indimenticabile grillo parlate voce non della coscienza ma del caos ribelle, del caos che si sforza di creare ex novo la personalità. Ed è quello il protagonista sin da subito. La personalità mancante o eterea che si manifesta ai protagonisti eppure sfugge loro, rappresentata sia dall’orientamento sessuale, sia da un preciso canone fisico da rispettare. Entrambi sono semplicemente catene con cui imbrigliare la creatività, la volontà di poter produrre alternative. L’incapacità di accettare il diverso o di contrappasso di esaltarlo fino al ridicolo nasconde, in fondo l’eterna paura del caos. Ma in fondo noi non siamo nati proprio da quello? Dal caos?

Il caos non è da sempre foriero di nuove forme di vita?

Ma è questo il terrore. Quello di andare incontro all’ignoto di cambiare che spaventa gli altri protagonisti, quello di vivere in fondo con più anima, che ci pone nel rischio costante di soffrire. Lohan e Fabrizio no. E’ nella sofferenza, nel dolore, nella caduta che trovano la bellezza, il fascino della vita. E’ nella perdita che sanno trovare la rinascita, perché in fondo il dolore non è altro che un avvertimento, cosi come ce lo descrive perfettamente  Paolo Cohelo:

“penso che dio nella sua infinita saggezza abbia nascosto l’inferno in mezzo al paradiso. Per fare in modo che stessimo sempre attenti. Per non farci dimenticare la colonna del rigore mentre viviamo la gioia della misericordia”

Ed è questo che imparano, che anzi apprendono con forza tra le lacrime i due protagonisti. La libertà ha un prezzo, e quel prezzo è rompere parte di catene che, in fondo hanno formato una parte di te. Perdere le catene significa morire a se stesso.

E cosi si legge con un pizzico di profonda amarezza una scena vista e rivista, anche se in modi diversi, la difficile strada per essere, per reclamare anche noi quel posto al sole, quel sole che sia amore, o successo, o accettazione. Che basta per scaldarci, noi anime allo sbando. Noi senza più certezze e sempre meno guide.

Eppure c’è la possibilità di riscatto soltanto qualora si capisca che in fondo :

Perché noi adolescenti non siamo deboli, pretendiamo tutto senza dare niente, e usiamo i nostri istinti per ficcarci in guai più grandi di noi. Rendiamo le nostre vite un qualcosa di molto simile a una gigantesca costellazione, una rete stellare che tutti possiamo osservare e in cui tutti, più o meno, possiamo rivederci. Sono delle costellazioni di esperienze, orrende e magnifiche, che descrivono l’immensità dell’adolescenza che ognuno di noi possiede o ha posseduto. Forse, tra questa moltitudine offerta dal cielo notturno, gli adolescenti sono delle stelle. Alcuni si sentono speciali, arrivano a pensare che il mondo sia stato costruito per farli star male, quando in realtà fa di tutto per proteggerli. Sapete cosa? A loro non interessa, perché fuggire da una costellazione che non si sente propria è l’unica soluzione per chiunque preferisca precipitare a fondo piuttosto che illuminarsi di false speranze.

E in fondo quando si accetta che si è parte di un progetto più ampio, che ci aiuta a imparare, che si ripete sempre per dirci ragazzo tu in fondo vali solo perchè esisti, non per gli ideali, per le ansia di emergere, ma  tu piccola particella di luce sei caduto come una stella sul suolo e devi essere uomo per questo, perchè sei stato creato, perchè respiri, perchè tenti, sbagli cadi e ti rialzi. E tu che lo capisci devi aiutare il mondo scegliendo un altra strada:

Non voglio che vada così anche a me. Sono stato sempre il ragazzo diverso, e per la prima volta posso considerarla come una fortuna, perché tutti amano sentirsi speciali. Tutti siamo stati storie di giovani, storie raccontate dagli specchi dei nostri occhi, che seppur dipinti come innocenti, in realtà nascondono segreti frammentati. Conosciamo sulla nostra pelle quei giovani disastri e quelle giovani promesse, i giovani amori e le giovani sofferenze. E forse sì, la maggior parte di noi stelle sarà sempre troppo piccola per cambiare il mondo, ma alcune, invece, non saranno mai troppo grandi per cambiare loro stesse .

E se alcuni resteranno sempre prigionieri di illusioni, ci sarà chi saprà fuggire e scoprire un altra vita. E la guarderà in faccia la sua incapacità di alzarsi, la guarderà in faccia l’esistenza e partirà in cerca di un altra, e sarà grato soltanto perchè avrà il coraggio di provarci, di scappare da quei limiti imposti da chi non riesce a uscire dalla propria personale gabbia. Un libro profondo, che scuote la nostra anima con la forza tremenda di un uragano, perchè in fondo anche se grandi ancora non riusciamo a evadere davvero dalla nostra costellazione di limiti personali.

Assolutamente da leggere.

 

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