“Arma Infero. Il mastro di Forgia” di Fabio Carta, self publishing. A cura di Natascia Lucchetti

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Dare un genere a questo romanzo è davvero difficile. Le sue ambientazioni richiamano la fantascienza. Muareb, il pianeta inospitale nel cui l’uomo si è trasferito dopo aver distrutto la terra ospita una civiltà tecnologicamente più avanzata rispetto alla nostra, anche se le dinamiche che regolano la società sono proprie del periodo feudale.

La storia inizia in un lontanissimo futuro. Un vecchio si avvicina alla folla intenta a celebrare un rito in onore del Martire Tiranno, un certo Lakon. L’anziano viandante si scopre essere Karan, Maniscalco della Falange, un’antica nazione in costante conflitto con altre, confinanti. La storia di Karan è fortemente legata a quella di Lakon, che, all’inizio della narrazione del maniscalco, che parte decenni prima rispetto all’incipit del romanzo, ci viene presentato come un oltraggiato prigioniero. La Cavalleria della Falange si accanisce contro gli sconfitti, specialmente con quelli non umani. Lakon infatti è un alieno, un figlio delle stelle e per questo è vittima delle angherie dei feroci uomini, benché disarmato. Karan decide di salvarlo da morte certa, garantendogli un impiego presso la forgia. In questo modo scopre la sensibilità e l’intelligenza di quell’essere dapprima etichettato come diverso. Il tema della diversità percorre tutto il romanzo. L’uomo, benché invasore e distruttore, dotato di una tecnologia avanzatissima, non riesce a scrollarsi di dosso la macchia del pregiudizio. Alieno, diverso, completamente altro, sono concetti che fanno paura alla società, indipendentemente dal progresso. Per assurdo, l’uomo di Muareb dotato di macchine così progredite da sembrare esseri viventi, è selvaggio, arretrato, ingabbiato in ideali antichi, forse infiammati dalla disperazione, dall’inospitalità di quel pianeta che si ribella con forza alla sua invasione. Karan è diverso. Anche se umano e dotato di pregi e difetti, egli gode di un’intelligenza tale da trovare affascinante lo schema profondamente logico della mente di Lakon che, affamato di sapere, si affianca a lui e gli porge domande sul loro mestiere, sul sentire dell’uomo, sul mondo che lo circonda. I dialoghi tra questi due personaggi sono molto interessanti e in grado di far riflettere il lettore su vari aspetti della natura umana. Bello è il rapporto che lega i due protagonisti della storia così diversi ma allo stesso tempo ragionevoli e simili.

Ad un certo punto il “diverso” sveste la sua accezione negativa. Lakon supera il suo amico e mentore, e realizza il sogno di entrare a far parte della cavalleria al posto suo. Egli sorge come un prescelto, colui che risveglierà l’antico spirito del Pagan. Ed è proprio in questo punto che l’autore ci parla della Cavalleria, delle sue origini e dei suoi ideali.

Per la prima volta il guerriero sentì l’esistenza di doveri collettivi, sociali, etici. Il cavaliere poteva ancora cercare gloria nella lotta, ma aveva giurato di farlo per uno scopo, non indiscriminatamente. L’orgoglio personale, infranto, aveva ceduto in loro il posto a un inconsapevole ma straordinario orgoglio di casta. Loro, presi individualmente, non erano niente; ma l’ordine, il collettivo era tutto.

E questa descrizione mi ha riportato alla mente i classici dell’epica, il combattimento per la gloria che matura non appena l’uomo si organizza in società sempre più grandi. Diviene servo del bene pubblico, ma mantiene quel codice di principi antico, quasi in contraddizione con il senso del dovere legato al prossimo.

Carta riesce a unire la futuristica tecnologia dell’uomo del futuro a elementi dell’epica medievale in un connubio meraviglioso, incentivato anche da un linguaggio adatto ad un poema cavalleresco. Inutile dire che io, da amante delle grandi saghe dell’epica, abbia profondamente apprezzato lo stile di questo autore ottimo in ogni descrizione. I personaggi sono bellissimi, spiegati con minuzia con background approfonditi. Il mio preferito è Karan, dotato di un’umanità fatta di luci ed ombre, forza e debolezza. Amo, adoro questi personaggi inseriti in un mondo vivo, crudele, fatto di guerra e difficoltà, ma anche di amicizia e coesione.

I personaggi sono bellissimi, l’ambientazione è dannatamente affascinante e come non parlare della peculiare descrizione delle macchine? Quella che mi ha più colpito è relativa agli zodion, mezzi attraverso i quali i Cavalieri si spostano sull’irto terreno di Muareb. Ovviamente non tutti gli zodion sono militari, ma a questi viene donato più spazio. Ogni giuntura, ogni movimento meccanico viene descritto in analogia a gesti di creature vive. Una tecnologia che dà vita alla macchina così bene, quasi le regalasse un cuore pulsante.

Fabio Carta ci ha regalato un romanzo che non è facile da inquadrare. Un fantascientifico che è allo stesso tempo epico. Non c’è un solo aspetto che non mi abbia convinta, anzi, riga dopo riga, pagina dopo pagina, sono rimasta sempre più affascinata dall’universo che ho visto dipanarsi di fronte a me. Il linguaggio, le descrizioni, i dialoghi, le ambientazioni, gli approfondimenti dei personaggi più che eccellenti, hanno dato vita a una straordinaria opera d’arte completa in ogni suo aspetto.

Lo consiglio a tutte le persone che amano il fantasy. Badate, di meraviglie simili se ne trovano pochissime in giro.
Gran bel libro.

 

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