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Quando ho acquistato il libro (perchè nonostante io sia una blogger li compro lo stesso)  sono stata colpita da due cose. Una è la copertina. Semplice quasi scarna eppure proprio quella semplicità resta impressa a fuoco nell’inconscio. E’ l’immagine stilizzata di un gufo, immerso in un ambiente privo di luce, che vola attraverso un intricato groviglio di rovi.   Naturale, ma ti fa capire già cosa ti troverai di fronte, un inquietante viaggio verso un atmosfera soffocante, irta di spine che se non uccidono lasciano ferite fastidiose sulla pelle. Perché The quick è un questo, un itinerario  tra qualcosa che ti ingabbia, da cui difficilmente ti liberi, proprio come quando capita d’estate, di voler golosamente raccogliere more e ti trovi intrappolato nei suoi rovi. Ecco The quick intrappola.

La seconda cosa che colpisce è il titolo. The quick è un termine immediato, con una sonorità che lascia un senso di stupore per la velocità con cui viene pronunciata. Così come il terrore. Appare all’improvviso svanisce ma lascia un fastidioso brivido sullea pelle. Pronunciare il titolo ha lo stesso fastidioso suono di unghie che grattano il vetro. The quick poi significa veloce, rapido come a identificare un movimento sovrumano. E cos’è che ha questa caratteristica?

Ce lo spiega egregiamente il sottotitolo, misteri ( il mistero ha quella cadenza rapida di un susseguirsi di inizi che lasciano sconvolti) vampiri (la velocità di un vampiro è leggendaria) soltanto il terzo termine lascia basiti e sale da te. Cosa centra una sala da te in un libro che è tutto un susseguirsi rapido di orrori e misteri che incalzano la mente con il grido stridente di quick?

The quick racconta una storia oscura, nera nella sua accezione più profonda, non soltanto perché parla degli spenti, ma anche perché è immersa nella fuligginosa Londra vittoriana dove, accanto al finto splendore, esisteva una società suburbana persa e disperata. In tal caso il nero racconta benissimo di anime che cercano di sopravvivere, di povertà e degrado. Ed è in questo marcio che prosperano una categoria di spettri incartapecoriti (come li definisce abilmente la Owen) che da millenni vivono come parassiti rinchiusi nei loro ricordi lontani. Sono gli spenti. Che gli spenti poi siano vampiri lo si legge soltanto nel titolo e negli ultimi capitoli ed è proprio quel non identificarli, quel terrore di nominarli che aumenta l’angoscia del lettore. Entità cosi forti, cosi amorali, cosi interrotte. Perché se il termine vampiro ha una certa sonorità potente e vitale, per la Owen, chi rinuncia al movimento, alla vitalità delle emozioni, non è che un vero e proprio corpo che cammina, che si degrada giorno per giorno, rinchiuso in un’immobilità che si sveglia soltanto con l’odore del sangue. E qua ci fa comprendere come il sangue è considerato il principio vitale, unico colore in quel grigiore senza speranza, senza motivazioni e senza domani. Solo un eterno attimo, solo un odore di muffa neanche di morte, perché l’odore della composizione sarebbe più naturale di questa eterna orribile stasi. E fa più paura la descrizione di quel loro circolo elitario che la brutalità delle loro azioni. Fa più terrore quel senso di stagnazione di un atto, seppur brutale e violento, che comunque da origine a un movimento. Il veloce non è tanto il vampiro in se, quanto il decadimento di un mondo che nonostante si debba sgretolare, si mantiene in vita mummificandosi. Cosi come i privilegiati del club passano ore, giorni, mesi sprofondati in lussuose poltrone polverose, davanti ai camini accesi nella speranza di frenare il gelo dell’immobilismo.

La Owen usa il vampiro per simboleggiare l’alba di una civiltà, le sue contraddizioni quella speranza addormentata, quella mancanza di sogni. Tra le storie di vampiri classici e moderni quella della Owen si pone a metà tra il moderno e il classico  ponendo l’attenzione non al lato erotico e sensuale della figura, ma sulla sua inerzia, sul decadimento di una società chiusa, bigotta e spenta. Il vampiro per la Qwen è qualcosa che è morto eppure si ostina a voler esistere, che è figlio di un epoca di disillusioni, di degrado che ama mascherarsi di lusso sfrenato, di deliri di potenza per avere ancora il sogno di poter vivere davvero. E’ la Londra di White Chapel, con il suo via vai di ladri prostitute di un umanità allo sbando, di velleità artistiche che non si realizzeranno mai perché ingabbiate in regole prestabilite che regolano i rapporti, l’amore, i sogni le ambizioni, ogni freschezza istintuale che è bandita. E’ un epoca di rassegnazione profonda di stenti non solo materiali ma anche morali e valoriali. Chi tenta di reagire al colore plumbeo, è ostacolato, bandito denigrato ( non a caso l’unica nota di colore è l’apparizione di Oscar Wilde con il suo estro satirico). Modello fasullo di benessere la vita dei protagonisti è avvolta da qualcosa di immediato che li risveglia, che da loro un’aspettativa di vita in negativo: per James è la vendetta, per Charlotte la ricerca di una speranza che la consumerà per tutta la vita. Per l’Ægolius club è la ricerca del potere, convinti che la loro razza di spenti possa trovare nuova linfa vitale in un progetto delirante di dominio; la loro forza può dirigere un umanità allo sbando, priva di riferimenti, brutale e corrotta. Ma in tutto questo fermento che non si realizza, in quanto nessuno riesce a muoversi fuori dai confini, esiste soltanto la brutalità della sopravvivenza. Nessuno ottiene cosa cerca, è soltanto in incalzare di orrore su orrore di fughe e di lotte senza un briciolo di umanità. Neanche il dolore, neanche l’amore dà la scintilla che possa dare un sorso di aria in questa cupa soffocante atmosfera. Tutti sono già morti, chi per un dolore non risolto, chi per incapacità di reagire, chi per indolenza chi per menefreghismo.

In tutto questo, il tè è la pausa necessaria che colora di tranquillità il contesto orrorifico. Il tè è il rimedio, un antico rito tranquillizzante, che calma lo spirito e lo rende più ricettivo al prossimo fremito. Ecco il gusto inglese che davanti ai problemi si pone in ordine, sorseggia il tè e si consola in un attimo di estremo benessere. Un attimo che la Owen non fa durare in eterno.

Con uno stile mirabile limpido e al tempo stesso crudo e duro la Owen ci porta in un romanzo dal sapore gotico e moderno al tempo stesso. Una storia di fantasmi e di perdite, un incessante terrore che mai da pace. Stupendo, profondo accattivante il libro della Owen rapisce ammalia e affascina e una volta finito, lascia un po’ di nostalgia. Si nonostante le raccapriccianti atmosfere quel mondo entra dentro il sangue, invade i sensi perché è di una bellezza oscura che non può essere più dimenticata. Assolutamente incredibile, meraviglioso, da capogiro, un intreccio che lascia davvero senza parole.

 

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