“GORDON PYM e il mistero della morte del suo autore”, di vito ditaranto

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“GORDON PYM e il mistero della morte del suo autore”, in ricordo della nascita di Edgar Allan Poe (19 gennaio 1809), di vito ditaranto.

 

 

“Più lottavo con me stesso per non pensarvi, più quelle paure si ingigantivano nella mia mente. Giunse alla fine quella crisi dell’immaginazione, sempre tanto funesta in questi casi, in cui s’incominciano a presentire le sensazioni che si proveranno quando si cadrà, e ci si raffigura il malessere, la vertigine, l’ultimo sforzo supremo, il semideliquio, infine tutto l’orrore della fulminea, precipite caduta a capofitto. Ed ecco che quelle immagini fantastiche si tramutavano di colpo in realtà, tutti quegli orrori pensati soltanto diventavano veri, tangibili, incombenti. Mi sentii tremar sotto le ginocchia, mentre lentamente ma inesorabilmente la stretta delle mie dita sull’appiglio si allentava. Un gran rimbombo mi rintronò nelle orecchie e io mi dissi: “Ecco! Questa è la mia campana a morte!”. Improvvisamente mi assalì un desiderio irresistibile di guardare in basso. Non potevo, non volevo più fissare la parete soltanto, finché con un senso di emozione assurda, indefinibile, in parte fatta di orrore, in parte di sollievo affondai lo sguardo nell’abisso” (Edgar Allan Poe, “Storia di Gordon Pym”)

 

“Sia moralmente che fisicamente ho sempre avuto la sensazione dell’abisso: non solo della vertigine del sonno, ma della vertigine dell’azione, del sogno, del ricordo, del rimpianto, del rimorso, del bello, del numero, etc…” (Charles Baudelaire)

 

“Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d’una scienza dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando – d’un tratto, sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse – pichiasse alla porta della mia camera.

— « È qualche visitatore – mormorai – che batte alla porta della mia camera » —

Questo soltanto, e nulla più. (…). E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!” (Tratto da “Il Corvo” di E.A.POE)

7 ottobre 1849, Baltimora.

La morte di Edgar Allan Poe viene considerata il più grande mistero della letteratura americana, un mistero che avvolge il creatore della letteratura del MISTERO.

In letteratura non passano alla storia solo le opere, ma anche le vite dei loro autori. Spesso sono proprio le esistenze più o meno tranquille dei grandi scrittori che influenzano la creazione di romanzi indimenticabili, e che accrescono l’aura leggendaria dei loro protagonisti.

Se esistesse una classifica degli autori più controversi, tra i primi posti ci sarebbe certamente Edgar Allan Poe. Inventore del racconto poliziesco, massimo esponente del racconto dell’ orrore, progenitore, con il suo romanzo Gordon Pym (che diede lo spunto a Melville per Moby dick), della fantascienza, giornalista, poeta squisito, d’una musicalità che nessuna traduzione, neppure quelle di Mallarmé, ha potuto rendere, infine autore d’un trattato di cosmogonia, Eureka, nel quale scienziati del nostro secolo hanno visto prefigurate chiaramente scoperte della fisica recente: queste le proverbiali benemerenze di Edgar Allan Poe. Il quale, oltre a questi primati ne vanta tuttavia un altro, di ordine biografico: quello d’essere stato, in vita, amato e soprattutto odiato, con una furia che dopo la sua morte, anziché placarsi, si è ampliata ben oltre i confini della sua patria. Charles Baudelaire che, con le sue perfette traduzioni, lo rese meno americano diffondendone in Europa e nel mondo un’ immagine seducente ma arbitraria, di saggio dedito al culto dell’ insolito e dei paradisi artificiali. Mistero e mistificazione: i due poli fra cui si espresse la personalità di Poe, si sono perpetuati a dir poco bizzarramente.  Da quando, adolescente, aveva visto una mano livida uscire dal buio per posarglisi sulla fronte, non riusciva ad addormentarsi se qualcuno non lo teneva per mano confortando il suo ingresso nelle tenebre del sonno. Il teorico del “principio di perversità” pianificò americanamente fin dal 1831, a ventidue anni, di scrivere racconti d’un genere particolare, e per questo fece uno studio quasi statistico del romanzo gotico inglese. dei racconti di Hoffmann e in genere di tutta la letteratura dell’orrore, per impadronirsi alla perfezione degli ingredienti, a cui aggiunse le sue personali ossessioni ma anche il suo gusto della mistificazione.

Le circostanze del suo decesso, avvenuto a Baltimora nel 1849, non sono mai state chiarite: come sia morto il grande scrittore e poeta è un mistero che ancora oggi  aleggia e toglie il sonno ai suoi fan più sfegatati.

Personalmente inizierei ad analizzare il giorno della sua morte. SETTE (7).

Le lettere dell’alchemico V I T R I O L sono 7: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra (il proprio intimo, la Psiche) e rettificando scoprirai la pietra nascosta (e indagando troverai la tua intima essenza). Il numero 7 rappresenta il tutto, poiché il 7 è il numero della creazione. E’ la legge che domina l’universo condizionando la nostra esistenza. Il numero 7 esprime l’universalità. Considerato fin dall’antichità un simbolo magico e religioso della perfezione, gli antichi riconobbero nel Sette il valore identico della monade in quanto increato, poiché non prodotto di alcun numero contenuto tra 1 e 10. Dai Pitagorici fu considerato simbolo di santità. Secondo questa scuola il 7 era “amitor” (senza madre). Veniva considerato “Veicolo di Vita” in quanto formato dal quattro (azione, materia, femminile) più il tre (spirito, sapienza, maschile). Pitagora, che è stato lo studioso per eccellenza sceglieva i suoi discepoli tra quelli che avevano il 7 nel loro profilo numerologico, in quanto persone introspettive, con un forte intuito e una predisposizione al misticismo. Platone definiva il 7 “anima mundi”. La settima lettera dell’alfabeto ebraico è ZAIN. La sua funzione è: Eternità (come eterne sono le opere di POE). “Il numero Sette” è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. Un tempo i fanciulli nati col destino 7, venivano iniziati ai misteri esoterici dell’alchimia. Il 7 nel Destino predispone ad un percorso di conoscenza di se stessi. Il percorso può condurre alla ricerca della verità, oltre le apparenze del mondo materiale. Il 7 rappresenta l’immortalità e per me EDGAR ALLAN POE è un immortale la sua filosofia e la sua aura echeggiano ovunque.

ULTIMI BATTITI

Il 3 ottobre 1849, un tipografo del Baltimore Sun, Joseph Walker, passando per High Street vide, giacente sul marciapiede, un uomo dagli abiti sporchi e laceri, in stato di estrema prostrazione fisica, ma anche di confusione mentale.

In quei giorni Baltimora, era in piena campagna elettorale, quindi all’abituale frenesia che caratterizzava normalmente la vita cittadina si sommava quella provocata dalla lotta politica con metodi da far sembrare giochetti gli attuali imbrogli nostrani. Poe fu portato all’ospedale Washington College, dove morì la domenica del 7 ottobre 1849 alle 5:00, padre della letteratura poliziesca e dell’orrore, ma la sua morte è un caso clinico più misterioso dei suoi racconti.  Ebbene la sua morte fu il suo ultimo “racconto misterioso”, un caso clinico ancora irrisolto e che presumibilmente rimarrà tale per sempre

Lo scrittore non rimase mai lucido per spiegare come si fosse trovato in tali gravi condizioni, né come mai indossasse vestiti che non erano i propri.

Si dice che abbia ripetutamente invocato il nome Reynolds ma nessuno è mai riuscito a identificare la persona a cui si rivolgesse. Le sue ultime parole furono:

 “Signore aiuta la mia povera anima…”

I giornali dell’epoca attribuirono la morte dello scrittore a una “infiammazione cerebrale”.

L’alternarsi di depressione e di speranza, che aveva caratterizzato gli ultimi due anni dello scrittore e che aveva visto anche un tentativo di suicidio nel 1848, pareva quasi dimenticato  facendo anche, pubblica promessa di dimenticare il vizio del bere.

Tra le varie ipotesi della causa della sua morte alcuni ritennero che fu vittima del “Cooping”, una pratica fraudolenta in uso nel XIX secolo, che consisteva nel rapire e costringere a bere alcool per essere usato come “elettore forzato”. Gli agenti elettorali battevano le strade cercando persone isolate, preferibilmente forestieri o contadini. Usando la tecnica del cooping, ossia del “mettere in gabbia”, le drogavano con una miscela di whisky e narcotici, e poi li portavano da un seggio elettorale all’altro facendoli votare a ripetizione per questo o quel candidato. Rinchiusi poi in un locale buio venivano successivamente gettati in strada.

Altre ipotesi furono: delirium tremens, attacco cardiaco, epilessia, sifilide, meningite, colera e rabbia.

Molti pensarono, vista la sua vita tormentata, alla conclusione più ovvia: ossia che Poe sia morto a causa di una sbronza fatale, ipotesi questa a mio avviso inverosimile visto e considerato che nell’ultimo periodo della sua vita aveva cominciato ad amare il profumo della vita stessa. Inoltre il medico di Poe dichiarò che il proprio assistito rifiutò l’alcol che gli fu offerto (per curare l’astinenza) e bevve solo acqua, ma con gran difficoltà; questo pare essere un sintomo dell’idrofobia, la paura dell’acqua (in realtà si tratta di un laringospasmo che provoca dolore e difficoltà di deglutizione). Il mistero è aggravato dal fatto che il poeta e collaboratore di diverse riviste letterarie, avesse indosso vestiti troppo grandi per essere i suoi; qui il mistero si infittisce, chi mai ruberebbe dei vestiti lasciando intatto il portafoglio alla propria vittima per poi rivestirlo con altri abiti? Cosa o chi, condusse Poe a trovarsi a Baltimora, quando in realtà era atteso a Philadelfia per un lavoro di revisione su un libro di poemi commissionato da una dama di quella città e pagato ben 100 dollari dal marito di lei?

Lo scrittore Matthew Pearl, nel suo libro “L’ombra di Edgar”, che si sviluppa partendo da un fatto storico reale e si avventura in un’inchiesta per fornire la propria versione dei fatti in modo romanzesco, sostiene di aver trovato le prove per cui Poe sarebbe morto per gli effetti di un tumore al cervello: “Spiegherebbe le sue allucinazioni e il suo stato mentale prima di morire”.

Plausibilmente nessuno potrà mai sapere la vera causa della sua morte.

Delirium tremens?

Oppure delitto?

L’ipotesi è suggestiva e il suo sviluppo è degno delle deduzioni del geniale investigatore Auguste Dupin creato da Poe.

CURIOSITA’ SU POE

I genitori di Poe erano attori e, molto probabilmente, scelsero il suo nome ispirandosi al principe Edgar, uno dei personaggi del Re Lear di Shakespeare, tragedia che stavano portando in scena proprio nel periodo della nascita del futuro scrittore.

Poe ha utilizzato molti pseudonimi nelle sue opere. Tra i tanti, il primo fu Gaffy, soprannome dei tempi del college. Nei panni di Henri Le Rennet firmò la raccolta Tamerlane and Other Poems. Per il certificato di arruolamento nell’esercito utilizzò invece Edgar A. Perry. Per la poesia Il corvo usò il nomignolo Quarles, un gioco di parole (“quarrel” significa “litigio”). Infine, poche settimane prima di morire, chiese a sua zia Maria Clemm di inviargli una lettera, ma indirizzata a E.S.T. Grey.

William Henry Leonard Poe, fratello di Edgar, era un marinaio che ha pubblicato alcune poesie e racconti in una rivista di Baltimora. Ma forse, gran parte di questi lavori erano in realtà del più noto dei due Poe.

Taro Hirai critico letterario e scrittore giapponese della prima metà del Novecento, scrisse numerosi romanzi e racconti gialli. Era un grande ammiratore di Edgar Allan Poe, tanto che assunse lo pseudonimo di Edogaa Aran Poo.

In un articolo dell’Evening Mirror di New York del maggio 1845, Poe accusò il poeta Henry Wadsworth Longfellow di plagio. Una cosa strana, dato che proprio un anno prima lo aveva elogiato definendolo come “il miglior poeta in America”. In difesa di Longfellow rispose all’articolo un misterioso lettore del giornale, un tale Outis. La leggenda vuole che fosse stato proprio Poe a scriversi quella risposta, nel tentativo di occupare più spazio tra le colonne del giornale, firmandosi con lo stesso nome che usò Ulisse con il Ciclope (“Outis” è in greco “Nessuno”).

Nonostante uno dei suoi più famosi racconti (Il gatto nero) parli di macabre pratiche su uno spaventevole felino demoniaco, Poe era un grande fan dei gatti. Ne aveva uno suo, chiamato Catterina (gioco di parole…).

Ed il corvo disse: “MAI PIU’”

 

“I limiti che dividono la Vita dalla Morte sono,

 

nella migliore delle ipotesi,

 

vaghi e confusi”

(E.A.Poe)

 

ho sempre dedicato tutto ciò che scrivo a mia figlia Miriam che amo immensamente, ma oggi dedico questo mio articolo a tutti coloro che in questi giorni soffrono a causa delle calamità che hanno colpito il nostro bel paese e a una collaboratrice di “Les fleurs du mal”, “ALESSIA MUNICCHI” alla quale volgo il mio pensiero…. 

 forza ALESSIA.

vito ditaranto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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