“Ferion. Cuore Vs Acciaio ”, di Francesco Maneli, Cavinato Editore international. A cura di Vito Ditaranto.

 

Il fantasy è sempre stato tra i generi letterari da me preferiti. Ho amato molto Tolkien e tutti i suoi romanzi, ma forse non tutti sanno che, in realtà Tolkien non ha mai scritto fantasy, ma romanzi a sfondo esoterico e simbolico.

In Tolkien, e in particolare nel “Signore degli Anelli”, ci sono due caverne o tipi di caverne. Le prime sono le antiche case degli hobbit: la loro caratteristica è il senso di accoglienza domestica. Il popolo hobbit, d’altronde, è di indole prevalentemente borghese e “matriarcale”. Le caverne abitate anticamente da loro, comunque, hanno poco della “caverna” in senso classico: dai dolci e verdi colli della Contea non sorgono vette altissime e le caverne sono proporzionalmente dimensionate, anche e soprattutto nell’”indole” espressa dai loro abitanti. L’altro tipo di caverna, anzi la caverna per eccellenza del Signore degli Anelli, è Moria (forse non tutti sanno che le colline di Moira sono ampiamente descritte nella Bibbia). Nel viaggio della Compagnia a Moria, vera e propria “discesa agli inferi” in piena regola, si ripetono modelli universali di simbolismo. Lo stesso ingresso nell’antro della caverna è anticipato da un viaggio periglioso; il luogo in cui si trova il “passaggio” al mondo infero è oscuro e tetro (ricordate ad esempio Dante:”Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura…). Queste caratteristiche trovano delle precise corrispondenze, per esempio, nel VI libro dell’Eneide e nel primo canto dell’Inferno dantesco; ma di “discese agli inferi” sono ricche un po’ tutte le tradizioni: si tratta del modello classico del viaggio iniziatico di tutte le società esoteriche. Entrata la Compagnia dell’Anello nella caverna, il simbolismo di questa cede il passo, secondo un modello assai consueto, al simbolismo del labirinto (ricordate Minosse e il Minotauro, oppure il film “Il labirinto del fauno”); infatti Moria si snoda in una miriade di stanze, costruite in epoche remote dai nani. Qui la Compagnia può procedere solo grazie alla guida sicura di Gandalf, elemento della luce spirituale, vero e proprio “filo di Arianna”. La caverna è nel simbolismo inoltre strettamente associata al cuore, come ha rilevato con particolare efficacia René Guénon. Non è d’altronde casuale, a mio avviso, che l’assedio di cui è vittima la Compagnia sia scandito da un battito (“tum, tum“) di tamburi, a ritmo sempre crescente. Nel viaggio raccontato nel romanzo, seguono con preciso significato al nero della caverna il combattimento di Gandalf, custode del “Fuoco Segreto” nelle e contro le fiamme del Balrog (fase “rossa”, Baal ,signore, padrone è una delle principali divinità della mitologia fenicia, Baal, come molte altre divinità antiche, è stato assimilato come demonio nella religione cristiana.) e, alla conclusione di un lungo percorso iniziatico, la rinascita del protagonista quale “Gandalf il Bianco ritornato dalla morte”. In questa prospettiva, il “ritorno alla luce” della Compagnia rappresenta il compimento della “rinascita” iniziatica.

Ed ora qui mi fermo con Tolkien perché l’analisi di “Ferion” è totalmente diversa, qui parliamo di un fantasy puro, un fantasy alla Licia Troisi, ove non vi è nulla di esoterico o simbolico ma il tutto è reale fantasia.

In “Ferrion” troverete, terre incantate, razze diverse che popolano un mondo immaginario, battaglie tra cavalieri poderosi e draghi alati che solcano i cieli. Una fiaba in chiave moderna, il sogno di ogni ragazzo. Lo stile è molto scorrevole e diretto, le descrizioni dei paesaggi e dei personaggi sono molto dettagliate e riescono a immergere il lettore nel mondo fantastico magistralmente descritto. L’autore, comunque,ha una sua espressione, che può piacere o non piacere ma sa senza dubbio come coinvolgere il lettore e come catturarlo fino alla fine del romanzo. Non è scontato, non è noioso e non è ”assurdo”. Senza dubbio, l’autore ha avuto la capacità di offrire un qualcosa in più rispetto ad altri autori dello stesso genere, una specie di torta monostrato glassata di fantastico, sicuramente ben confezionata e dal sapore rassicurante, che fa dimenticare lo scavo psicologico spesso monocorde, l’ambientazione a volte discontinua, i dialoghi prevedibili, i finali un po’ artificiosi di tomi scritti da altri autori del genere fantasy. Francesco Maneli usa un linguaggio semplice, per palati semplici, che si sentono gratificati da una fuga dalla realtà condita con un po’ di vittimismo, nonché da una storia che riflette le classiche pulsioni e fantasie adolescenziali, amplificate in una sorta di catarsi. Una letteratura facile, un fumetto formato libro, dotato della capacità di comunicare in presa diretta con il lettore, e meritevole sicuramente di aver azzeccato una tendenza giovanile diffusa, fatta di adolescenti un po’ confusi che vorrebbero mangiare sushi al MacDonald’s e amano il MacFantasy. Che leggono Moccia e sognano. D’altra parte, se è questo che la maggioranza vuole, perché non darglielo? Ogni espressione è libera di esistere, se non altro per chiarire le idee a chi desidera qualcosa di diverso, che nel panorama italiano al momento è assente. E nemmeno questo deve stupire più di tanto. Il Fantasy non è nato in Italia, fa parte di altre culture e mitologie vecchie di millenni, che non ci appartengono, e sono distanti dalla solarità mediterranea delle nostre tradizioni. Per quanto si possa elaborare un mito, elfi e fate non saranno mai uguali a ninfe danzanti e satiri vogliosi: il Fantasy ha bisogno di meno carnalità e più mistero. Da qui il motivo, probabilmente, del perchè in Italia il genere non sfonda: forse mancano non i buoni autori, ma quell’idea geniale che a mio parere si può intravedere in quest’opera che, a mio parere, rispecchia il vero fantasy. Credetemi, non esagero se chiamo Manelli Autore con la A maiuscola, quello sopra le righe, capace di compattare una cultura fantasy tradizionalmente nordica ad un immaginario nato, secondo me, da qualcosa di personale. Un’idea peculiare ma innovativa, da cercare in profondità nella propria ispirazione, senza fotocopiare all’infinito ciò che è stato già detto. Altrimenti, il risultato è quello del vecchio ciclostile: ogni copia viene peggio della precedente. Ho trovato la prima parte del romanzo chiara e ben scritta: riuscivo quasi a “vedere” Tabacra, le sue foreste e i suoi laghi, il drago Angarus, il mago Altidor. La seconda parte, invece, l’ho trovata meno coinvolgente ma non per questo meno valida nel complessivo valore dell’intera opera. Il mondo fantasy di Francesco Maneli è una storia che resta, piacevole da leggere e diversa dal solito. Una storia ricca di sentimenti profondi, emozioni descritte nel minimo particolare che ti riescono a coinvolgere e ti portano a riflettere.

“…Attento con l’amore, noi uomini spesso lo confondiamo e non ci rendiamo conto che in realtà è già in noi. E’ il sentimento più forte che l’umanità conosca, rende speciali persone che semplicemente un attimo prima erano normali. L’amore è tutta la luce che un uomo possiede…”.

“…E’ strano come alcune volte gli uomini non riescano ad aprirsi con le persone care, poi basta un estraneo perché la verità che abbiamo nascosto sotto i battiti del nostro cuore esca fuori…”

“Ferion” narra la storia di un ragazzo che da il titolo all’opera e narra essenzialmente la crescita e il destino del protagonista. La trama è molto classica, riconducibile al viaggio dell’eroe, che passa dalla spensierata felicità del fanciullo alla realtà, iniziando un viaggio tra terre misteriose e fantastiche, osservando e iniziando a comprendere la sua parte interiore, ossia, direi che il protagonista effettua un vero e proprio viaggio dentro se stesso. In questo viaggio apprenderà molte cose e ne uscirà fortificato e pronto per affrontare le prove che lo aspettano e che riusciranno a renderlo immortale, da questo punto di vista paragonerei “Ferrion” a “Ercole”, in quanto le fatiche dei due personaggi sono molto simili. L’atmosfera generale del racconto non è mai eccessivamente tragica o drammatica, per quanto l’autore nel finale non si risparmi al riguardo.

Ho apprezzato molto lo stile di Maneli. Scorrevole, incalzante, mai noioso che mi ha spinto a divorare il libro in pochi giorni. Le pagine sono volate via in un lampo e senza accorgermi ero già all’epilogo, una promessa di un seguito imperdibile. Non fraintendetemi, “Ferion” ha un suo finale, non ci lascia a metà e con angoscia come molti altri libri fanno, ma ci introduce al secondo volume, o almeno questa è la sensazione che ho provato. “Ferion” è una lettura piacevole e originale per la sua storia, una ventata d’aria fresca nel fantasy e adatto ai lettori più giovani.

Definirei Maneli un “cantastorie” di epoche passate, in grado di entrare nelle vostre case in punta di piedi e di uscirne trionfante, riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico e inizia a cantare storie antiche che sembrano risalire a epoche molto remote. Narra le storie perdute di tutti i fanciulli che ormai adulti hanno dimenticato il significato della parola amore. L’unica nota dolente del romanzo è rappresentata da un editig non proprio perfetto.

In definitiva è un libro che consiglio volentieri.

BUONA LETTURA.

…a mia figlia MIRIAM con infinito amore…vito ditaranto…

 

 

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