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Le prime righe di questo romanzo mi hanno lasciato a bocca aperta ed è per questo che voglio iniziare la recensione parlando dello stile della Mazzini. Il prologo sembra disinserito dalla narrazione, crudo e spiazzante. Lascia col fiato sospeso e con mille domande in testa. Le parole scorrono come un flusso inarrestabile, plasmando, nel primo capitolo l’immagine del mondo in cui si muovono i personaggi che risulta cruda e decadente. Le frasi sono geniali, perfette, particolari, tanto che in un primo momento il lettore ne viene avvolto, soverchiato. Tante informazioni che danno la sensazione di essere smarriti nella realtà decadente di un duemilaundici non troppo diverso da quello che abbiamo vissuto davvero.
«Nei primi anni Novanta il mondo ha raggiunto il suo massimo splendore, come ogni impero prima del crollo, e lì si è fermato. Tutto quello che vive da allora lo fa in una sorta di delay, come quel fenomeno che ci consente di vedere brillare le stelle già esplose. Una sfasatura del segnale. Qualcuno ha provato a darle il nome Matrix.»

Il mondo ha avuto la sua età dell’oro negli anni novanta, ma allo stesso tempo si è spento, uniformato al volere di pochi che hanno deciso di dominare le masse soffocando ogni forma di protesta. Esattamente come io stessa più volte ho ipotizzato nelle mie riflessioni, ne “I Dissidenti” la maggior parte delle persone non si è opposta, si è accontentata di quell’andare avanti placido, senza problemi, sempre uguale a se stesso, sacrificando la possibilità di gridare le sue ragioni, la sua identità, la sua voglia di libertà. Soltanto in pochi hanno deciso di sfidare il sistema ormai troppo radicati e  questi vengono chiamati Dissidenti, guidati da una rockstar decaduta che ha rifiutato il suo successo.
La maggior parte della gente non riesce a capire come qualcuno possa avere un successo internazionale a soli vent’anni e scegliere deliberatamente di gettare tutto al vento. Lo considera un delitto. Nell’immensa fiera dell’ego che è il mondo in cui viviamo puoi scegliere di rinnegare la tua stessa famiglia, di infischiarti della legge e di farti beffe della religione – di dissacrare insomma qualsiasi valore tradizionale – ma non puoi scegliere di rinunciare al successo. Semplicemente, è qualcosa di impensabile. Io l’ho fatto, e loro hanno deciso che dovevo essere pazzo.

In una sola frase, l’autrice condensa il motivo della decadenza che permea tutto il libro. La cosa che regola la società moderna è l’egoismo, unito all’ambizione. Niente conta più del successo, dell’arrivare in alto anche a costo di schiacciare ogni cosa. Chiunque non sappia agire in questo senso è da considerare un pazzo. La cosa che veramente mi ha fatto venire un brivido a questa frase, che l’ha scolpita bene nella mia memoria, è che riassume non solo la realtà alterata del libro, ma quella che ci troviamo a vivere tutti i giorni. Basta riflettere a come si idolatrano le persone che si agitano su un palco, che hanno un’esteriorità scintillante, che sono esempi di perfezione anche se hanno gli armadi pieni di scheletri. A noi basta questo, basta che qualcuno sfrutti la nostra ignoranza con i lustrini di una vita solo di facciata. Siamo persone altamente superficiali, un po’ come la madre di Madena, che non si impegna nemmeno a ricordare gli avvenimenti più importanti della sua vita. Chi riflette è ghettizzato, proprio come i Dissidenti, relegati ad una zona imbarbarita della città di Volterra. Questi personaggi sono l’opposto della gente comune. Emblematico è Fede: il primo dissidente che incontra Madena. Ogni frase che dice è figlia di una profonda riflessione. Lo scambio di battute che inserisco subito dopo questa frase mi ha toccato moltissimo:
«Sei un venditore?» gli chiedo.
Annuisce.
«Che cosa vendi?»
«Ideali. Cose per cui vale la pena vivere.»

La popolazione del mondo ha perduto l’anima, ma i Dissidenti no, se la tengono stretta e aiutano gli altri a cercarla al proprio interno, facendo da guida ai nuovi arrivati alla scoperta di loro stessi.

Un ruolo importantissimo appartiene alla musica, la quale è in grado di stimolare le corde sopite delle emozioni umane da sempre. Nel libro essa costituisce l’unica arma, a volte letale, di cui sono dotati i dissidenti. La musica arriva al centro del cuore, distrugge la maschera d’indifferenza delle persone e ne modifica l’umore. A volte può arrivare fino a uccidere. Ognuno dei dissidenti suona uno strumento musicale che deve riflettere le sue emozioni. Tutti devono essere in grado di suonare per potersi difendere dalle persone aride che vivono di guerra e che prendono ogni pretesto per schiacciare anime che vivono davvero.

La guerra non è tra uomini, ma tra opposti. La non vita cerca di divorare la vita e tutto ciò per cui vale la pena non abbandonarsi all’oblio dell’assenza di motivi per alzarsi ogni giorno. Sembra che l’uomo preferisca rifiutare la vita per stare comodo, per non impegnarsi in nulla ed è così che si cavalca verso la fine dei tempi, evitando esplosioni e catastrofi visibili. Quello di Sara Zelda Mazzini è un libro rivelatore che grida all’uomo comune la sua condizione già abbastanza pietosa, prevedendo un epilogo mostruoso attraverso la distopia del romanzo. Lo stile è particolare, ma parla dritto al cuore del lettore in grado di riflettere. Non è un libro semplice, né una lettura leggera e dimenticabile. “I Dissidenti” è un romanzo da leggere, punto e basta. Lo consiglio davvero a tutti perché ci guida a pensare attraverso una storia articolata, ricca di personaggi ben caratterizzati, tutti dotati di una storia completa che definisce diversi aspetti della vita e della società moderna. Non perdetevelo per nessun motivo.
Tantissimi complimenti a Sara Zelda Mazzini che ha saputo chiudere una verità così grande tra le pagine di una storia bella da leggere.

-Natascia.

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