“Come fiori tra le macerie” di Monica Maratta,Capponi editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Il  libro della Maratta è un libro straordinario, oserei dire coraggioso in quanto affronta una parte della storia troppo spesso sepolta dalle analisi storiche e mai sviluppata nel suo lato più importante quello umano. L’impatto del fascismo e della crisi economica portata dalla guerra assurda e insensata fatta solo per:

Quel giorno, però, il duce non poté più restare in disparte se voleva avere un posto a sedere al tavolo delle trattative e ottenere, in quel modo, dei vantaggi dalle numerose vittorie che la Germania stava già guadagnando.

fa parte del settore denominato dagli storici la piccola storia. Questa è il fondamentale insieme di come gli eventi traumatici stravolgono le abitudini quotidiane, il sistema valoriale delle popolazioni che a loro volta formano la società. I grandi cambiamenti non possono no essere le conseguenze di sintomi meno considerati. In questo caso Monica lo ricorda attraverso le vicende di Filomena (protagonista ispirato alla nonna) e del paese di Cassino, reso tragicamente famoso dai bombardamenti degli alleati. Cassino è il simbolo oscuro del vero orrore della furia bellica, la distruzione dell’abazia come il rifugio di una pietas semplice e immediata conforto a una vita contadina che, già gravata dalle difficoltà sociali dell’epoca diventa una lotta per la sopravvivenza, raggiungendo estremi assurdi e impensabili. Dalle conseguenze economiche della prima guerra mondiale, quelle che portarono all’avvicendarsi del regime fascista unico baluardo di speranza contro il deperimento di un Italia che ha sempre stentato a nascere, si ritrova la prima avvisaglia di una crisi del mondo contadino. Da quell’evento lontano assistiamo oggi al progressivo perdersi di quella realtà cosi come denunciato dal libro di Leoni “Maecchia”.
E’ il mondo dei poveri, quello dedito ai ritmi della terra che è maggiormente colpito dalla catastrofe. La stratificazione sociale e il divario si fa sempre più profondo, mentre il vuoto governativo viene riempito da figure a volte equivoche che sacrificano i cittadini a favore di un idilliaca quanto effimera idea d’Italia. Mussolini e company fecero proprio questo. Cercarono disparatamente di riuscire laddove fallirono i padri dell’unità, quella di creare non solo uno stato territoriale ma un popolo, coeso da valori comuni simboleggiati dall’idea di razza. Questo sogno onnicomprensivo però, non rispecchiava l’autentica realtà del nostro paese diviso economicamente nord e sud oltre che a livello di mentalità:

lo sviluppo industriale aveva portato benessere nel nord dell’Italia, ma lo stesso non si poteva dire per il centro-sud. Come un cappio alla gola la povertà costringeva la gente a vivere sul filo del rasoio, in bilico tra la vita e la morte.

Questa mancanza di realismo politico, perfettamente descritto da Monica spinse le persone a tentare la fortuna verso altri posti, specie l’America che divenne patria di opportunità reiterando la sua fama di stato democratico, in grado di livellare la differenza sociali in favore dell’idea del self made man. L’America acquistò il valore, presunto e spesso non concreto, di patria della meritocrazia dove chi davvero era capace riceveva dalla divinità protettrice il successo come premio per la corretta osservanza della sue leggi.

Così, la tanto nominata America -neanche fosse stato il paese dei balocchi- e l’emigrazione verso quel continente lontano, divennero il tentativo disperato di trovare una soluzione a molti dei loro problemi.

E questo causò ancora la corrosione della mentalità che vedeva la fatica come una prova che avrebbe regalato il benessere in un mondo utopico ma incontestabile in quanto indimostrabile con la scienza: l’aldilà. Eppure, con la sua rassegnazione, la fede contadina semplice, dalla religiosità quasi scarna fu l’unico sostegno che resse davvero l’Italia in un momento in cui veniva letteralmente distrutta. E Filomena, la splendida protagonista di questo libro, reale perchè ci ricorda tante storia sentite da bambini, diventa il simbolo della forza indomita causata proprio dalla sofferenza.

Erano tempi davvero difficili che, sicuramente, tempravano la povera gente, rendendola d’animo forte! La profonda fede cristiana rappresentava l’unico insegnamento che i nonni, analfabeti, erano stati in grado di impartirle e gliene era grata.

Fu questa semplicità, l’accettazione del flusso della vita imparato nei campi che determinò la capacità di resistere con una flessibilità che solo chi non ha nulla possiede, ai colpi inferti non solo dai bombardamenti ma dalla disperazione che essi accompagnavano ai boati: la perdita della certezza di un domani e della sicurezza di un focolare protetto. Tutto travolto dalla sete di potere che presto prese il sopravvento sul patriottismo espresso dalla volontà di creare l’uomo nuovo, fiero esponente dell’italica patria. La Maratta descrive quell’angoscia e quel senso di oppressione in modo più incisivo di quanto può fare un saggio. Perchè raccontando le vicende di una donna e dei suoi incontri delle speranze dei traumi e delle difficoltà crea l’affresco di un Italia che non si è mai spenta, che ruota attorno agli stessi problemi di allora, corruzione, mancanza di una borghesia vera, di un concetto di stato che coinvolga tutti e non solo nobili e intellettuali. Alle prese con il potere sena compassione. E quà c’è il posto a una critica perfetta, un lontano eco di un tempo remoto e un età dell’ora presente in noi stessi che vede nel governo ginocratico un’ auspicio :

Se fosse dipeso dalle donne la guerra non sarebbe mai esistita. Se al posto di Benito Mussolini ci fosse stata donna Rachele, sua moglie, avrebbe senz’altro affermato:
«Madre mia, la guerra? E perché? Poveri figli, morire così
giovani!».
Ma le donne, si sa, non contavano granché, all’epoca, e così subivano, insieme ai bambini, le decisioni degli uomini e, con questo, le guerre.
La donna porta la vita dentro di sé, è un’incubatrice come la fertile terra che accoglie il seme e lo trasforma amorevolmente in un albero.

Ed è questa femminilità che, seppur frustata dall’impervio vento della guerra, ostacolata dall’egoismo più becero, dalla povertà emerge fiera e orgogliosa di se stessa e della propria integrità insegnandoci come essere uomini e come poter rinascere:

Il dolore della gente rimasta viva era tanto, palpabile,
bisognava dare ugualmente una degna sepoltura a quella povera gente senza pensare al passato, ma solo al futuro, portandoli nel cuore e ricominciando.
Dovevano rinascere, come fiori tra le macerie.

Ed in fondo la mentalità di Filomena quella che è solo un oscuro ricordo in noi ce lo insegna, il ciclo della vita è la nostra unica risorsa, per morire per rinascere, dare voce la passato perchè parli al presente, e dia vita la futuro.
Perfetto, semplice e incredibilmente coinvolgente. Un libro che non si dimentica e che fa parte di noi tutti.

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