“Dracula. Love never dies” di Natascia Lucchetti, Del edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Ogni volta che leggo un libro sul tema dei vampiri ( quelli veri, non quelli coperti di glitter e brillantini) la domanda che mi pongo è sempre la stessa: quale motivo nascosto spinge un autore a utilizzare il complesso e sfaccettato simbolo del vampiro? Cosa ci intende comunicare??

Il vampiro è un archetipo ricco di significati diversi, spesso rifiutati dalla morale comune ( badate bene parlo di morale non ti etica) che precede e trascende il mito stokeriano. Il vampiro esiste da secoli e esisterà sempre nell’inconscio umano,  che sarà in bilico tra il necessario terrore, ma anche l’inspiegabile attrazione. Cosa strega cosi tanto la nostra mente? E’ non tanto l’ammaliante desiderio di trascende le morte, quanto dal potere incredibile del superamento dei limiti umani dai suoi vincoli di coscienza, di quella responsabilità che lega indissolubilmente la libertà ai confini. Perché nessuno può essere completamente libero, totalmente scevro da ogni barriera, che sia un freno dato dalla paura, dalla biologia, dalle emozioni come rimorsi, pentimenti, passione e soprattutto l’amore. Il vampiro vive a cavallo di due mondi ( l’umano e l’onirico)  dove esiste solo un vago illusorio piacere, cosi sospeso che travalica le regole, le coscienze e addirittura la dipartita, porta occulta verso una dimensione di pura energia. Nel vampiro la morte non è una rinascita, ma è un semplice non essere. E’ una potenzialità vaga che diventa corporea soltanto grazie al sangue. Per la Lucchetti però, questo fluido vitale ha ben altre caratteristiche. Se nel Dracula di Stoker è essenza sensuale, magica di rigenerazione, perché essenza  energetica, qua c’è una sottile ma fondamentale differenza:  è un veicolo comunicativo, contenitore di ricordi, emozioni, di quelle esperienze incise nel DNA, ricordi di prove superate, di prove mai sostenute, di modalità di azione date da cadute e risalite. Ecco il senso del sangue come vita. La vita è movimento, è cambiamento e informazione che genera il cambiamento. In quello stato incorporeo di se e si sogni, Dracula diventa vivo e reale attraverso i ricordi e le emozioni degli altri. Ecco perché si avvicina, lui bestia satanica, anche se il termine qua va letto nel senso di Shaitan avversario o addirittura controparte in una sorta di dialogo di accuse /scuse, basti pensare al magnifico Shaitan del libro di Giobbe, necessario elemento di consapevolezza per un uomo troppo tronfio di se.  E Dracula è specchio speculare dell’uomo, di quello che potrebbe essere senza empatia, quella che in fondo da alle nostre azione il senso etico di appartenenza a una stessa sostanza energetica. Dracula non condivide, Dracula si appropria. La Lucchetti in una visione sicuramente più matura della vita e meno idealizzata, lo racconta con tenerezza e compassione, nonostante l’orrore delle vite che spezza, che assorbe. Eppure quelle stesse vite sono vite a metà perdute, che lui onora proprio cibandosene e conservando in se stesso cosa potrebbe perdersi, il ricordo, l’essenza stessa fino a renderli immortali dentro di se. Cosi fa con Peter perduto in un inferno che non è il regno cattolico ma è la vita che si richiude su se stessa, formando un bozzolo da cui tener fuori il senso di comunione con il mondo e gli altri.  E’ l’esperienza che ci rende vivi. E’ l’esperienza di apprendimento che fa di noi esseri viventi. E con le esperienze facciamo la conoscenza del vero dominatore di questo mondo: il dolore. Nasciamo con il dolore, moriamo producendo dolore, e durante la vita lo conosciamo e ci dialoghiamo sempre, spesso, chiedendoci il suo ruolo in questo nostro straordinario cammino. Ecco che la riflessione si sposta sul grande interrogativo di ogni autore, di ogni poeta, su ogni animo sensibile che davanti alla devastazione del dolore si angoscia, ricerca il perché, la chiave per comprendere. E l’esistenza si fa non più paradiso ma inferno, il dolore diventa il male, quello che spezza sogni, progetti e vite, che contrasta la purezza e la inquina. Eppure è tramite quel forte sentimento che noi apprezziamo la vita, che conosciamo le bellezza del paradiso e i pericoli dell’abisso. E’ il dolore il nostro insegnante cosi duro e a volte crudele. Ecco che Natascia si ferma e riflette ancora una volta i suoi interrogativi attraverso gli occhi ferini e sanguigni di Dracula: il male allora?  Cosa mai è il male? Se anche il dolore, pur se non lo sappiamo coscientemente ha il posto d’onore nel lungo regno della vita, il male cosa è? E’ violenza, trasgressione, una divinità aggressiva e in antagonismo con dio? E se esiste questo Male personificato allora Dio cos’è un entità minore? E la vita quindi da chi è mai comandata? Riflessioni che accompagnano tutto il libro e che si rivelano mano a mano nella lettura. Il male è la capacità sconsiderata di oltrepassare i limiti.  E in quell’osare spesso, noi tradiamo la nostra natura più profonda in nome di qualcosa che creiamo con la forza del pensiero. Dio, Patria, onore, denaro, Potere non sono altro che le paure ingigantite incarnate e rese minacciosa da…noi stessi. E questo passare quel limite che il dolore ci indica, quello tra abisso e delizia, come se noi fossimo eterni acrobati che camminano su un sottilissimo filo in equilibrio costante tra follia e creatività, tra umiltà e egocentrismo tra bene e male. E il dolore ci fa male perché ci risveglia dall’incanto che l’abisso produca, una sonorità ammaliante quasi come il famoso canto delle sirene di Ulisse. E basta uno sguardo, una disattenzione per cadere. Basta non riconoscere il dolore come mappa, ma come punizione per abbracciare…il vuoto. E allora crolliamo sempre più giù, verso un oblio che ottenebra la mente e distrugge la nostra coscienza. Fino a renderci morti viventi che per vivere succhiano le altrui energie.  L’uomo sostanza divina è fatto di etica. Non di morale, ma di valori universali, di verità eterne, di un’armonia quasi magica. E opponendoci a quest’armonia che noi diventiamo non esseri e ci avviciniamo al vampiro. Quando cerchiamo l’oblio, quanto preferiamo le scorciatoie, quando ci nascondiamo dalle emozioni le temiamo come pericoli. Il vampiro si muove in una nebulosa dimensione in cui non c’è nulla, né pensiero, né discernimento, se non bisogno e inerzia. Un luogo senza peccato perché senza limiti da sorpassare, ne da trasgredire ma anche di conseguenza senza stimoli per crescere. Il vampiro è eterno perché non si modifica. Non si evolve, semplicemente non è .Ecco perché la tradizione racconta che il vampiro non può specchiarsi né invecchiare. Perché è solo una possibilità che non è divenuta. E’ quella strana situazione di nulla, che resta nulla perché non si incarna. E’ potenzialità ma non manifesta. Né morte né vita. E un qualcosa che potrebbe essere ma troppo pusillanime per essere e che per questo forse non sarà mai. E’ la sua natura di possibilità inespresse che affascina, senza doveri ma anche senza diritti. Ma l’uomo è diverso. Esso è la possibilità resa viva, concreta, partecipe di un processo creativo continuo, donato dalla contrapposizione movimentata tra la natura di Jahve la forma, e la sostanza in fermento di Elohim. Colui che è e desidera restare e la forza che va oltre, che lo pungola, lo stuzzica e lo sfida. K’uomo crea. Mondi, idee, possibilità, emozioni e da struttura al suo universo. Quando l’uomo, invidiando il vampiro ambisce all’immortalità statica, va contro la sua profonda natura fino a inglobare il mostro dentro di se. Distruggendo i limiti distrugge la coscienza barattando per il potere, per ambizione per soldi la sua natura creativa. Ecco il vero mostro. Non il vampiro che è cosi e cosi è destinato a essere. Ma l’uomo che uccide…l’uomo. Che rinnega e bestemmia la sua divinità, le sue capacità, la sua missione. L’uomo è un servo. Ma servo anticamente significava custode. Custode di quel dono regalatoci per gioco o per sbaglio, di quella gnosi donataci perché senza di noi Dio non riesce a manifestarsi. E sta a noi decidere che Dio può manifestarsi. Se il crudele predatore o l’Amore della Madre, della fanciulla e dell’amante.

Se la scienza senza compassione, divenuta finalità cosciente, o la fede, quella che si meraviglia della bellezza, dei piccoli miracoli, che cerca non la guerra e l’annientamento ma la pace.

E in questo senso Natascia ha creato un altro indimenticabile grande personaggio: Van Helisng. L’uomo nuovo. L’uomo libero dalla follia di Dio, quella che ci spinge a distruggere per proteggere, un alibi che dobbiamo aborrire con tutte le nostre forze.

Un libro intenso, non semplice seppur di una scorrevolezza poetica, dalle cupe atmosfere gotiche e dalla dolcezza soffusa, che rende le scena drammatiche leggiadre e quasi poetiche. Dove la morte è compassione e dove la compassione è morte. E il coraggio è vigliaccheria e la vigliaccheria è coraggio. Il segreto sarà svelato presto: non esistono immolazioni, per nulla che sia amore o ideali.  La vita vi desidera felici, anzi la vita esige la vostre felicità. E per essere gioiosi dovete abbandonare le armi e abbracciare quel nemico oscuro. Perché in un lampo di consapevolezze capirete che il vero nemico da perdonare: è dentro di voi.

Ultima cosa da scrivere. Raramente le mie analisi contengono elementi personali. Ma in questa devo fare un eccezione. E devo ringraziare una piccola grande donna, che ha saputo far tesoro di discorsi notturni, di condivisioni private, prendendo un po’ di me e rendendola immortale in un libro. Un libro degno del tuo cammino che mi rende ogni giorno fiera e orgogliosa di tenerti per mano.

 

 

 

 

 

 

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