” La fabrica di farfalle” di Samuele Fabbrizzi, Lettere animate editore. A cura di Natascia Lucchetti

 

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Appena ho iniziato a leggere questo libro, sono subito stata colpita dallo stile di Fabbrizzi: frasi concise, crude sulla realtà di protagonisti distanti anni luce da personaggi positivi. Ognuno di loro ci viene presentato in base ai suoi vizi, alle sue bassezze. Gente che conta poco al mondo, persone che raschiano il fondo della società. I primi capitoli sono preparatori e ci definiscono i personaggi al millimetro, parlando dettagliatamente del loro background, ma facendo risaltare il loro lato più oscuro, la loro carenza, lo schifo sul fondo dell’anima.

Ognuno di loro si ritrova ad affrontare l’apice del suo fallimento, ma invece di affrontarlo, tutti i protagonisti preferiscono scappare.

Scappare per dove? Una casualità che sembra sin dall’inizio poco fortuita vuole che ognuno dei personaggi venga a conoscenza di un viaggio gratuito verso un paradiso lontano. Nonostante questa concatenazione puzzi di trappola, i protagonisti non se ne accorgono perché troppo intenti a lasciarsi la vita alle spalle. Va bene tutto, tranne rimanere ad affrontare i propri errori.

I finestrini neri riflettevano i riflessi dei vacanzieri, gli uni vicini agli altri nonostante la distanza. Nove persone pronte a ricominciare l’ennesima vita da buttare. Un labirinto di facce sconosciute,
essiccate, contese fra spavento, disperazione e speranza. Nove reietti costretti a fuggire con l’idea di ritornare. Perché le pecore tornano sempre all’ovile.

Il paradiso si rivela un inferno. Esatto. È il termine giusto perché i nove dannati verranno giudicati e torturati dall’uomo che si nasconde dietro la finta liberazione. Ho usato la parola “Inferno” perché la prigione in cui i malcapitati vengono rinchiusi ha alcune delle caratteristiche dell’Averno dantesco: prima tra tutte la pena del contrappasso. I dannati di Dante erano puniti per la loro condotta con pene che ritorcevano la gravità del peccato commesso trasformando il peccatore in vittima della sua stessa brama. Fabbrizzi fa lo stesso con i suoi personaggi che, al contrario dei dannati insalvabili di Dante, possono purificarsi attraverso una perversa metamorfosi che passa per l’annullamento dell’individualità intesa come desideri e volontà, che spesso sfociano in ossessioni. Ecco che dal bozzolo di torture, i condannati devono diventare farfalle. L’annientamento della personalità fa pensare al potere del totalitarismo che da sempre ha come scopo profondo quello di cancellare le coscienze e asservire l’uomo a un potere unico, centrale, che usi la massa a suo piacimento. E proprio queste masse mansuete sono paragonabili alle farfalle di Fabbrizzi.

Un libro inquietante e spietato, crudo, che consiglio agli amanti del thriller e dell’horror. Davvero di ottima fattura. I miei complimenti all’autore per lo stile non solo coinvolgente, ma travolgente.

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