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Odio recensire in maniera non positiva un libro. Tuttavia, recensire significa analizzare un testo, raccontarlo ai lettori e magari consigliare i giovani scrittori lungo l’arduo percorso verso la gloria.

Il problema è che scrivere non è gloria. Non è voglia di emergere, scrivere è arte, è comunicazione.  Non basta la volontà. Serve la capacità di riuscire a trasmettere qualcosa, che sia emozione, la scintilla sognante, la capacità di comprendere la società o la vita stessa, attraverso il ritmo di sillabi che, assieme creano magia. Pertanto ogni genere ha una sua struttura, un suo codice cosi come ogni linguaggio. È quel codice è il cosiddetto canovaccio su cui viene strutturata la fantasia e il pensiero dell’autore. È la pietra angolare su cui edificare il difficile palazzo di mille stanze atto a invogliare il lettore a visitarlo, perdersi e uscirne diverso e ammaliato dai profumi e dall’essenze esotiche che permeano le stanze.

Non serve soltanto amare la lettura. Serve tecnica e non soltanto cuore. Serve destrezza e mente acuta perché con le parole si possano creare piccoli quadri visibili non all’occhio ma allo spirito.

Pertanto un libro deve appoggiarsi alla sua essenzialità portante, e quell’essenza è proprio il genere. Il genere letterario è la mappa con cui, il lettore e anche il recensore percorrono i corridoi incantati di un libro. Senza il genere si vaga sperduti. Quando io vi chiedo cosa scrivete e perché scrivete, non mi basta sentirmi rispondere “un romanzo perché amo scrivere”.

È limitativo e superficiale. Io amo la musica ma non so comporre, e se volessi provare a comporre dovrei decidere quale melodia scegliere, quale mi possa fornire l’opportunità di mettere i miei talenti a servizio delle note. Cosi tu autrice devi scegliere un genere, elaborarlo, arricchirlo e lasciarti guidare da esso. Combinare romance, thriller e erotico è un gran pastrocchio. Ed è forse il difetto più grande del libro che sto recensendo. Senza una linea guida forte i generi si sovrappongono, si confondono, e purtroppo si annullano a vicenda. Non criticherò la sintassi e la grammatica. Né demolirò un libro. Però, grazie a queste mie considerazioni, forse potrò far comprendere come si scrive un romanzo. E se davvero il fuoco dell’arte brucia in voi, più della classifica di Amazon troverete le mie parole importanti. Altrimenti continuerete a essere una tra le tante, ma non l’unica.

Il romanzo che ho letto, apparentemente vuole essere un rosa. Ma il rosa, se non ha un bel contorno che lo incornici, appare vuoto, senza significato e rischia di essere noioso. Raccontare solo una storia fedigrafa, argomento già di per sé complesso, senza identificare le sfaccettature psicologiche che possono innescare questo strano ménage, lo rende quasi caricaturale. E non credo che il libro suddetto voglia appartenere alla categoria ironico e grottesco. Qua purtroppo manca molto. Mancano le descrizioni, che siano di una citta, di un luogo quasi a richiamare i moti dell’animo (ce lo insegna la Bronte in Cime Tempestose) mancano le sotto storie a arricchire le situazioni, quasi un corollario di sotto personaggi che fanno da coro e da specchio ai protagonisti. E cosa ancor più grave, manca la caratterizzazione psicologica dei personaggi. Essi appaiono quindi stereotipi, mentre invece si poteva approfondire il senso di inadeguatezza di Serena, la competitività dei due fratelli. L’anaffettività del padre che è penosamente privo di moti profondi, tanto più preoccupato della sua Maserati che del figlio schiantatosi a 250 all’ora. Senza quel taglio più intimistico le situazioni appaiono assurde, irreali e patetiche. E restano, al lettore esperto, molti dubbi e domande inespresse. C’è una fondamentale mancanza di significato che penalizza non solo la trama ma che priva il testo di emozionalità e ne limita il coinvolgimento. Che resta a livello superficiale. Un lettore inesperto sarà trascinato dal sesso, dall’indecisione bambinesca di Serena, dal ruolo di vittima di Andrea e dalla mansione di belloccio senza cuore di Michele. Ma questa atmosfera è labile e evanescente e passa come passa il vento attraverso gli alberi. Il romanzo cosi è quasi inesistente, inconcreto, irrealistico e scontato, tanto che il colpo di scena è limitato al “ti prendo non ti prendo”. Ma non può sostenere un’impalcatura cosi ambiziosa. E rischia di crollare miseramente sotto i colpi incessanti dello scorrere delle pagine. La passione è soltanto un prurito sessuale. Scaturisce da un’ovaia insoddisfatta o da un testosterone marcato, ma sparisce lasciando solo un inebetito senso di incompiutezza.

Sono parole troppo difficili? Cerco di esplicare il mio pensiero con un esempio calzante. Orgoglio e pregiudizio è considerato uno dei capolavori della letteratura romantica, a volte molto più affascinante del suo rivale cime tempestose. Bene. Conoscete tutti la storia? I due personaggi così diversi che non volendo ostacolano il loro reciproco interesse chi troppo preso da un pregiudizio e chi da uno smisurato orgoglio.

 Ecco.

Togliete al libro i dialoghi. Eliminate i personaggi e le sotto storie (Lydia e Wickham, Jane e Bingley) epuratelo dalle descrizioni, sia delle emozioni che dei luoghi, persino degli abiti e dei fruscii. Allontanate da esso l’approfondimento di ogni personaggio, dal grottesco all’affranto. Cosa vi rimane?

 Nulla. Una ripetizione scontata di lui che la ama e lei che fugge. Addirittura non collocateli nel loro tempo, con le loro rispettive crisi, i ruoli sociali, i turbamenti, le convezioni. Non approfondite il pregiudizio di Elizabeth o la presunzione di Mr Darcy. Risulteranno due macchiette meste.

Un libro è fatto di questi livelli. Non solo di grammatica e sintassi quella si migliora. È creato dai fasti dell’immaginario che si incontra con le contraddizioni della tua società. Che deve essere così reale cosi come fantastico è lo sviluppo degli accadimenti. Questo nel libro non c’è. Può essere inserito. Può essere un libro migliore. Si se c’è la volontà di diventare scrittrice. Si se c’è abbastanza umiltà per osservare quali moti dell’animo hanno portato alla stesura del racconto. Quando si scrive ci si deve chiedere perché, cosa spinge a imbrattar d’inchiostro un foglio. O battere affannosamente sui tasti di un computer. Se la risposta è il successo allora riponete calamaio, tablet o notebook. Perché illuderete voi stessi e bestemmierete la letteratura. Se invece la risposta è “voglio comunicare”, allora riprendi in mano il testo, allontanati dal mondo e lascia che la tua fantasia viaggi a briglia sciolta.

E ricomincia da capo.

Scrivi cosa conosci. Scrivi di sentimenti quotidiani, belli per la loro semplicità quasi ordinaria. Racconta una storia come da bambina la raccontavano a te. Lascia da parte i sensazionalismi, gli avvenimenti corrotti, gli intrighi e gli intrecci scabrosi. Lascia stare serena e Michele che sono cosi anonimi da risultare quasi ridicoli. E scrivi del bello, del sole, del cielo e di tutto quello che vale davvero la pena di essere immortalato.

Ricomincia da capo ma non con una storia così. Piuttosto, con qualcosa scritto davvero partendo dall’anima e non per mostrarti al mondo virtuale, con l’ansia di essere lodata. Le lodi lasciano il tempo che trovano, sono specchi per le allodole. La scrittura è e deve restare eterna.  Se non resta impressa, come un marchio infuocato dentro di voi, è tempo perduto.  E non si perde soltanto il tempo, ma anche la bellezza.

 

 

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