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Se vi aspettate di leggere un rosa vi avverto che sarete delusi. Il libro di Annalisa Caravante è  e resta essenzialmente uno storico. Non solo nei dettagli, quanto nella inconsueta capacità di far rivivere le emozioni più profonde che, la seconda guerra mondiale ha suscitato sia nei nostri nonni, ma soprattutto a noi, fruitori di quei racconti che descrivevano il vero orrore. Non quello di Sthepen King, o di Lovencraft, ma quello prodotto dallo squilibrio dell’uomo. Perché la guerra non è altro che uno momento sospeso, in cui si addormenta letteralmente il giudizio, vigile controllore di quel pozzo tenebroso degli istinti più crudeli dell’essere umano, in modo che essi, una volta scoperchiati possano proliferare feroci: distruggendo, mietendo vittime e beandosi del dolore.

La guerra è un vaso di Pandora. Una volta scoperchiato inonda l’esistenza di attimi di pura ferocia. Tende a demolire non soltanto case, ma anima, sogni, speranza e tutto ciò che di bello esiste al mondo. Anche un amore adolescenziale, anche la purezza di un’adolescenza che deve sbocciare in femminilità o mascolinità, fautori del futuro di una società civile. Ma di civile la guerra non ha nulla. E le macerie che lascia sono ammassi di grida, di dolore, di perdita persino di dignità: per sopravvivere si superano i limiti del lecito e del consentito, e i piccoli gesti di coraggio, di compassione sono soltanto sprazzi di luce in un buio senza fine.

Leggerlo fa letteralmente venire i brividi. E fa tornare alla mente ricordi sopiti. I racconti si fanno vivi, si sente l’odore della paura, si respira la polvere dei bombardamenti, si prova fame e sete, si lotta assieme ai protagonisti memori che, l’orrore non è mai lontano da noi, che a volte occhieggia malvagio dietro l’angolo. Perché la guerra lo sappiamo può avvenire sempre, e sopraggiunge ogni giorno tanto che quel racconto è racconto non solo della seconda guerra mondiale ma di oggi, di paesi vicini a noi come Bosnia e Erzegovina, o lontani come Somalia, Iraq, Siria.

E i ragazzi protagonisti della storia sono i ragazzi che oggi corrono scappando dalle bombe, che tentano di non arrendersi. Di donne violate da soldati resi bruti, resi bestie incontrollabili dalla brama di sangue, che  una volta assaggiato diventa la droga principale. Di ragazzi costretti a rinunciare alle ambizioni per diventare a loro volta militari, conquistatori e carnefici, vittime inconsapevoli di un meccanismo che arricchirà o spera di arricchire l’ego di pochi.

La storia d’amore c’è. Ed è così bella, così delicata cosi soave, resa ancor più toccante, dal contesto sterminatore in cui essa è inserita. I sogni di Claudia stridono in quell’atmosfera cupa dell’epoca e sono ancor più preziosi perché il solo sostegno per non cedere, per continuare a sperare anche in mezzo alla morte. Unico punto di luce, dotato di bellezza e di autorevolezza, in un inferno, che non riesce a trovare un compimento e che ancora oggi ci portiamo dietro, nascosto tra le pieghe dei nostri incubi.

Raccontare la seconda guerra mondiale ha anche un indubbio valore terapeutico. Significa esorcizzare un evento che ancor oggi spaventa noi italiani. Ancor oggi, è il rumore stridente, fastidioso, di unghie che graffiano la lavagna che accompagna il nostro interessarci agli eventi di politica internazionale. Terrore per ogni atto che non è comandato dalla prudenza e dall’equilibrio. Spavento perché l’eco della guerra non si spegne, ma ci minaccia, ogni istante, ogni momento, come a dirci voi cercate di dimenticarmi ma io ci sono e vi ghermisco ancor oggi desideri e fantasia. E’ lo spauracchio degli influenti, quello creato ad hoc per alimentare brama di potere e volontà di successo a ogni costo, anche se quel costo sono vite umane.

Cos’è una vita umana a paragone della conquista? Cos’è se lo si confronta con l’essere depositari dei destini dei popoli? E ancora oggi non impariamo che distruzione chiama distruzione in una spirale infernale che ci ghermisce e ci trascina con sé nell’abisso.

Il libro stilisticamente semplice, ma con una ricchezza di immagini atte a far immedesimare il lettore fino a commuoverlo (non nascondo che molte lacrime sono scese come brillanti rari tra le pagine del libro) e reso ancor più coinvolgente dal perfetto uso del POV (punto di vista doppio) che riesce a far catturare una maggiore varietà di impressioni, di sfumature e di dettagli. È come osservare la storia da una prospettiva privilegiata in grado di cogliere punti che un solo occhio non riuscirebbe a rintracciare. Ecco il valore del famoso e tanto decantato POV.

E’ una tecnica tutt’altro che semplice. Poiché se impropriamente usato, rende il libro pesante, arruffato, caotico e limita la scorrevolezza della lettura. Bisogna conosce come inserire le diverse vedute, per rendere la storia più complessa, più realista e fornire al lettore la capacità di immedesimazione attraverso il pensiero dei soggetti. Il POV è:

Il secondo modo per regolare l’informazione consiste nella scelta di una prospettiva o punto di vista. Si dirà che il racconto è focalizzato o non focalizzato, a seconda che esista o meno una restrizione del campo visuale-informativo, e cioè che il racconto si modelli sul punto di vista di uno o più personaggi (ed ecco la focalizzazione) oppure che promani direttamente dal narratore, senza limitazioni dell’ambito percettivo. È il caso, quest’ultimo, del narratore onnisciente che penetra anche nell’animo dei personaggi, ne scruta i sentimenti più reconditi, persino i sogni, le fantasie, le pulsioni inconsce. ( Angelo Marchese, L’officina del racconto. Semiotica della narratività).

E Annalisa riesce con destrezza immediata e naturale , a far sì che dal dentro, il narratore intuisca e conosca ogni elemento della storia come se riuscisse attraverso il testo a innalzarsi su di essa acquisendo un  “punto di vista onnisciente”

C’è di più. Oltre alla storia che diviene non immaginazione ma forma reale, in questo libro è a mio avviso, nascosto un amore ancor più grande: quello a Napoli, tramite un commovente omaggio a una città spesso vilipesa, che dalla guerra ha subito i danni più ingenti.

Come scrive Annalisa:

Documenti storici, palazzi che avevano sfidato i secoli, scuole, istituti e teatri che avevano conosciuto il fiore della cultura italiana, tutto bruciato. Non c’era acqua, non c’era energia, non c’era un solo servizio che funzionasse e avevano distrutto fabbriche che avevano reso Napoli la terza città industriale dell’Italia: un danno incalcolabile anche per il futuro. Treni e tram fermi con ancora i passeggeri ai lori posti: morti bruciati. I tedeschi non avevano tralasciato nulla, pur d’inimicarsi il popolo e adesso sparavano cannonate dalle vicine alture contro la città.

Stupiti?

Eppur dovreste sapere che Napoli è stata e in fondo lo è nelle memorie,  una città ricca di storia, arte e cultura. Non è solo la città di Pulcinella, “do sole e do mare”, di Gigi D’Alessio e delle melodie neomelodiche, di Gomorra e Saviano. Napoli è, ed è giusto che Annalisa ce lo ricordi, una città che fu tra le città egemoni della magna Grecia, grazie al privilegiato rapporto con Atene ed esercitò una forte influenza commerciale, culturale e religiosa sulle popolazioni italiche circostanti,  diventando il centro della filosofia epicurea.  (filosofia straordinaria proclamata da Epicuro che si basava su tre assunti: Sensismo. La sensazione come criterio di verità e di bene, il quale si identifica con il piacere in senso lato. Atomismo. La formazione di ogni cosa esistente mediante l’unirsi e il disunirsi di atomi e la nascita delle sensazioni come l’azione di strati di atomi provenienti sulle cose sugli atomi dell’anima. Semi ateismo. Si riteneva che gli dei esistessero sì ma non avessero alcuna parte nella formazione del governo del mondo).

Dopo il crollo dell’impero bizantino (VII secolo) formò un ducato autonomo indipendente. (e paliamo del VII secolo ossia 601 a. C.)

Nel XIII secolo per circa seicento anni fu capitale del regno di Napoli e poi del regno della due Sicilie sotto i Borboni, ebbe un periodo di sviluppo socioeconomico culminato in una serie di primati civili e tecnologici tra cui la costruzione della prima ferrovia italiana. Fu con il regno d’Italia e con i successivi governi, improntati sull’espansionismo e sul  colonialismo, fino a ridursi nella città presa di mira dalla satira, da un certo populismo che la vide e la ingabbiò nel degrado e nella malavita. È questa percezione che la condanna in un oblio senza fine di sé stessa e delle sue potenzialità della sua dignità intellettuale spingendola ad appoggiarsi sull’assistenzialismo.

E Annalisa ci ricorda invece la sua bellezza, la sua grandeur, la sua veracità che non è soltanto sensazionalismo da rivista. E’ il cuore vivo e pulsante di passioni e di un intelligenza iscritta nel DNA di una città che verrà bombardata, martoriata, umiliata ma mai completamente vinta, e che novella fenice, rinascerà dalle sue ceneri grazie a Claudia e Vanni, personaggi di una forza acerba, ma non per questo meno potente. Faranno rivivere gli antichi fasti di una città sede della più antica università statale d’Europa ( fu fondata nel giugno del 1224!), sede dell’orientale la più antica università di studi sinologici ( tradotto per i  profani, lo studio della cultura e della storia e della lingua cinese) e orientalistici del continente. Ridaranno consistenza a una lingua che ha esercitato e esercita un forte ruolo in numerosi campi del sapere, della cultura e dell’immaginario collettivo affascinato dalla musicalità intinta di varie influenze ( spagnole e francesi) che invade e stimola un immaginario collettivo, che la identifica come simbolo della poesia.

Attraverso l’orrore della guerra rivive la bella Napoli. E in questa Napoli cosi ferità, la cui ferite ancor oggi non smettono di sanguinare, assisteremo a alcuni degli atti più coraggiosi umani dell’intera storia moderna: proprio nel favoleggiato monastero di Santa Chiara.

Non vi svelo di più ma vi assicuro un’emozione che non finirà una volta concluso il testo ma vi viaggerà accanto dandovi un diverso scenario della nostra grandezza di italiani. Perché le guerre, la povertà non ci toglieranno mai questo grande orgoglio.

 

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