Blogtour Ragazzi di carta di Marco Mazzanti, Le Mezzelane editore. “Viaggio attraverso il simbolismo di Ragazzi di Carta”. A cura di Micheli Alessandra

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Come ho sempre sostenuto, un romanzo è una forma di comunicazione che usa un codice ben definito, ossia il linguaggio scritto. Usando le diverse combinazioni dell’alfabeto, esso crea immagini, stimola la fantasia e suscita emozioni. Il tutto mischiando semplici suoni e lettere che, prese singolarmente, non esprimerebbero nulla se non un suono.

Ma, a una riflessione profonda, anche il suono è un qualcosa di mistico e figurativo. Secondo la Bibbia siamo nati da un suono, l’intera creazione è pervasa da quel respiro. E il suono è una forma di conoscenza atavica che lo rende misterioso.

In principio era il verbo.

Ecco al verbo, quella divinità fatta materia, noi dobbiamo rendere omaggio creando romanzi che, non siano solo frutto di una visione realistica del mondo, ma anche e soprattutto spirituale.

Pertanto, un libro che ambisca a entrare a passo fiero nel mondo letterario, deve per forza maggiore dare senso alla parte più segreta della comunicazione, quella che si avvicina al sacro. Cos’è il sacro nella letteratura?

È quel contenitore privilegiato di impulsi che vanno dalla purezza all’impurità, ossia dalla perfezione alle imperfezioni e guarda caso, quella linea di confine va tenuta segreta. Perché, anche se entrambi parti dello stesso concetto, sono sempre opposti.

Pertanto un romanzo, frutto non solo della fantasia, ma di una privilegiata posizione di osservazione, riesce a compenetrare le varie sfaccettature dello stesso concetto e, osservando la regola della segretezza, può dare loro voce attraverso il simbolo

Ma cos’è il simbolo?

La parola simbolo viene dal latino symbolum a sua volta originata dal greco symbolon (segno). Proseguendo l’analisi semantica si nota come si ritrovi anche il tema del verbo symballo composto dalla radice insieme e gettare, con l’approssimativo significato di mettere insieme due parti distinte.

Nel greco antico, infatti, il termine aveva il senso di tessera di riconoscimento o tessera hospitalitas, (ospitale) secondo l’usanza per cui due individui, due famiglie o anche due città, spezzavano una tessera, di solito di terracotta o un anello e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un’alleanza. Da qui anche il significato di patto e accordo; era il perfetto combaciare delle due parti che ne testimoniava l’esistenza.

È il modo con cui il linguaggio riesce, senza interferire con la morfogenesi dei suoi significati, a dare una visuale della complessità del visibile, del mondo e soprattutto del mondo non così com’è, ma come noi riusciamo e tendiamo a interpretarlo. Il simbolo, sia in letteratura sia in arte, è il modo con cui la società stabilisce la relazione tra visibile e invisibile, e soprattutto su come esso interpreta l’esistenza di entrambi e il loro opposto ma intrinseco rapporto.

Nella letteratura, il simbolo trova il suo posto nel tentativo spasmodico di dare coscienza alla molteplicità di sensi che lo assale quando, la creatività, viene messa in moto, sensi che non possono avere un solo significato ma piuttosto una varietà di essi, in accordo con gli elementi fisici e ambientali in cui si trovano a esistere. E questi elementi, fisici e mentali, non si escludono reciprocamente, ma sono concordanti tra loro perché esprimono, in forma codificata, uno stesso principio a livelli diversificati. E questi, quando si ritrovano in un libro, riescono a integrarsi nell’armonia della sintesi totale.

Il simbolo è un linguaggio meno limitato della parola scritta e diventa un mezzo per la comunicazione di certe verità, facendo della semplice lettura, un percorso quasi iniziatico, veicolo indispensabile per l’insegnamento tradizionale, cosi come per un’innovazione ribelle.

Capostipite di questa nuova interpretazione della letteratura è Les fleurs du mal” di Baudelaire che si fa portavoce di un ideale letterario e poetico fondato sull’evocazione, sull’intuizione e sulla sensazione.

In questo senso, Mazzanti, si pone proprio sulla stessa scia creativa con il suo ragazzi di carta. Non un semplice testo narrativo, ma piuttosto un favoloso scrigno letterario a doppio fondo, laddove al significato immediato, (letterario) possiamo trovarne altri, fino al più esoterico (ossia nascosto).

Mazzanti parla della vita. E con il temine vita si comprendono tutte le sfaccettature che l’uomo trova durante il suo percorso: i sentimenti, i rimpianti, le occasioni perdute, quella marea di emozioni in cui annegare. Ma anche, e soprattutto l’indiscussa ruota ciclica che sottopone il nostro animo a un eterno carosello di vita, morte, vita e questo ciclo è associabile in primis alla nostra esistenza mentale oltre che fisica. Elaboriamo idee o sogni, li coltiviamo per poi vederli morire per dare vita a altre idee.

Spesso questa ruota si inceppa (come quella del luna park) restando ferma a un punto preciso, immagine di un esistenza spesso congelata in un unico istante reso quasi magico, simbolo (ricorre sempre la parola) dell’ideale a cui aspirare. Ed è quell’aspirazione che diventa unica consolazione in una vita, come la descrive perfettamente Mazzanti, sospesa e in lite con ciò che è necessario con ciò che è conveniente.

Di simboli il libro ne contiene moltissimi come il fantasma ossia le impronte di ciò che abbiamo lasciato morire, o il fiume, oppure i ragazzi di carta associati spesso all’albero della vita.

Ed è l’immagine dei ragazzi di carta che rappresenta il vero archetipo portante di tutto il testo, mentre gli altri sono solo le molteplici sfumature corollario dello stesso concetto: i ragazzi di carta.

Cosa sono i ragazzi di carta?

La descrizione più esatta ce la fornisce Gérard de Nerval. Questo poliedrico e geniale scrittore aveva parlato nel suo Le Christ aux Oliviers del dramma della modernità, l’abisso, lo strazio, la disperazione che si spalancava all’uomo contemporaneo. Persone alle prese con una vita sempre più tentacolare che rende gli uomini esili come quei pensieri che nascono, si perdono, per poi far ritorno tra le righe.

I ragazzi di carta appunto.

E non è un caso che la carta, richiama proprio un altro importantissimo, direi fondamentale simbolo ossia l’albero.  fondamentalmente il nostro adorato gigante verde riflette due principali archetipi dell’inconscio umano. uno è l’essere asse di connessione tra due realtà apparentemente separate ma specchio uno dell’altra. Ossia il mondo fisico con il mondo che io preferisco definire mentale. O, come preferiscono definirlo gli spiritualisti, cielo e terra. Questo asse è definito via in quanto può essere percorso nei due sensi dall’alto in basso o dal basso in alto a esprimere la necessità di completamento inteso come trasformazione e crescita. E cosi i ragazzi di Mazzanti sono protesi a diventare altro, spesso ricorrendo al passato e alle sue ferite per capirsi e capire. Questo flusso vitale non è univoco ma passa dai personaggi al lettore. In una spirale emozionale che fa dell’evoluzione la sua unica raison d’etre.

Uniti al cielo cosi come al cosiddetto reale, l’uomo di carta si radica nelle due direzioni sovrastando con il pensiero che si rinnova quella vita che appare quasi un grigiume vampiresco pronto a risucchiare amori, speranze e sogni. E tramite la scrittura, la partecipazione non passiva a questo evento letterario fa sì che si riesca a congiungersi con il mondo numinoso della coscienza e al tempo stesso a quello oscuro, tenebroso dell’inconscio portando a galla quelle radici non logiche di tante azioni che ci appaiono scontate. Ecco che sia il lettore ma anche lo scrittore si nutrono costantemente uno dell’altro, in un rapporto simbiotico necessario: lo scrittore si rivela sulla carta dando un senso a ciò che apparentemente senso non ha, il lettore a sua volta si identifica con i ragazzi di carta aprendo improvvisamente uno squarcio in quel quotidiano da cui, spesso è risucchiato. Entrambi hanno la possibilità di acquisire un nuovo modo di osservare la vita:  un modo privilegiato.

Questa mediazione, direi vitale tra gli opposti reca inconsciamente un’aspirazione a un cammino di progresso, di riscatto e di comprensione di ciò che oggi, appare male: emblematico è il primo racconto laddove, la protagonista, anch’essa profondamente fragile, ritrova osservandosi allo specchio (come noi osserviamo lei attraverso le parole) il suo peccato, quello cioè di essere totalmente ignara di se stessa:

Mi sono lasciata inghiottire dalle sabbie mobili dei luoghi comuni, ho pensato subito, con una frustrazione estranea alla mia indole, a una di queste ereditiere dalla vita facile, eppure insoddisfatte, alla ricerca dell’uomo straniero con cui accasarsi. Mi fissavo allo specchio, mi domandavo: “Chi sono, io?”, e vedevo solo una ragazza di carta piena di frasi inutili, ritagliata nell’acqua, sul punto sgretolarsi.

Ecco un altro profondo significato del ragazzo di carta. esso è duplice. È scritto ma può con coraggio strappare le pagine antiche per potersi riscrivere. e per farlo deve rielaborare un passato, dare un colore al presente e proiettarsi verso un futuro buttandosi letteralmente nel fiume delle emozioni per riemergere come stella. Un’immagine bellissima piena di illusioni forse ma anche carica di speranza:

«A braccia e gambe larghe, disegnando stella. Una stella che si lascia trascinare.» «Finiresti in mare.»

«Una stella, sì. Dal fiume al mare.»

Perché una stella nel fiume? Se il fiume è immagine di emozioni indomite che scorrono selvagge e selvatiche, la stella è un potente talismano di protezione dalle stesse; non a caso la stella si usa anche come simbolo della maestà divina, del cielo e di Dio. Centro mistico di energia dell’universo in espansione, è l’unica forma con cui la mente umana può gestire il fiume segreto che i sentimenti formano. La stella è quella capacità umana di modellare, dare corpo, organizzare e, perché no, nominare quelle energie cosi oscure, cosi vitali rappresentate dalla corrente del fiume. Il perenne movimento della vita, trascina con sé ogni elemento umano, la rinnova, la elabora, la struttura a volte con una forza che si spaventa. Solo la coscienza di una umana centralità del cosmo in movimento (la stella come punto fisso) può dare un senso a quel movimento che apparentemente può manifestarsi come caotico.

Ultimo simbolo collegato ai ragazzi di carta è sicuramente la ruota del Luna Park. Questo è un simbolo antichissimo e onnipresente in ogni cultura, epoca e regioni del mondo e fa anch’esso parte del centro. Il centro è il punto fisso attorno al quale si sviluppano tutti gli eventi fisici e psichici. la ruota è l’ordine di tute le cose, punto immobile senza forma o dimensioni, l’unità primordiale dalla quale sono scaturite tutte le altre cose così come l’uno produce i numeri senza che la sua essenza ne venga intaccata.

Ecco che il ragazzo di carta fragile friabile, quasi spaesato riesce quasi a cavalcare il mondo nonostante il dolore, il rimorso, il rimpianto. perché il segreto della vita è tutto in quella straordinaria contrapposizione tra evoluzione e involuzione, l’equilibrio tra energia contrastanti. È quello in fondo il segreto della vita. È l’ineluttabilità del destino l’alternanza della sorte ma anche la capacità riflessiva le vere forse dell’uomo.

Come, il destino quella forza oscura è la nostra salvezza? Si. Perché in quel suo capovolgere, giocare un po’ con le nostre sicurezze, quel renderci cosi sperduti ci fa in fondo sentire vivi, perché a un passo dal cambiamento. E seppur il cambiamento è per noi spaventoso come un abisso, c’è in quel profondo vortice un’adrenalina che mette in moto ogni senso.

“Chi ha detto che l’ignoto ha il colore del buio?”, si domandò a un certo punto. E così Malinko, insieme a molte altre esistenze tutte da riscrivere, si sentì sperduto. 

Sperduti sì, ma profondamente vivi. Spaesati ma in procinto di abbracciare la salvezza

Elementi abilmente uniti in un tutto armonico che suscitano meraviglia orrore, ma anche trasportarci nell’universo del mito e perché no accendere passioni, innescare la voglia di sacro.

Mazzanti rende immortale l’arte. diventa il Deus ex machina, dotato del potere di creare non solo immagini, ma stati d’animo riuscendo persino a plasmare l’uomo mostrandogli l’abisso e il paradiso. E proprio perché permette di illustrare simboli, di accostarsi al sacro, di accendere corde nascoste dell’anima umana. I simboli riescono a attivare in noi una sorta di memoria genetica, profondamente impressa nel nostro DNA; il ricordo della nostra origine divina e il ricordo della via attraverso cui tornare a casa……

 Perchè  laddove esiste la possibilità di cadere…esiste anche la possibilità di risalire….

 

 

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“Underwater” di Daniela Romano,Book sprint edizioni. A cura di Paoletta Maizza

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Vivere tra i fondali marini in un mondo silenzioso, colorato e intenso: questa è la passione di Maya. Cresciuta nella cornice della splendida Costiera Amalfitana, il mare è sempre stato il suo habitat naturale, la sua casa.  Ed ora, come tutte le diciottenni, Maya si divide tra l’ultimo anno di liceo, una stravagante famiglia, un vivace gruppo di amici ed il suo splendido fidanzato. Ma, all’improvviso, la sua vita sarà travolta da un’onda anomala che le farà provare un vortice di emozioni incredibili facendola ritrovare senza fiato. E ciò che lei pensava fosse amore, forse sarà molto di più. Un amore imperfetto ma grande come il mare, proprio quel mare che le scorre dentro le vene. E allora Maya dovrà scegliere: restare in superficie o immergersi con tutta se stessa?

Underwater di Daniela Romano è un romanzo dolce e adolescenziale. La storia della protagonista, Maya, conquista sotto diversi aspetti, dal suo disappunto verso quello che era da bambina e la voglia di essere diversa da sé stessa. Una lotta tipica delle ragazze che vogliono a tutti i costi piacere agli altri prima di tutto. Maya infatti è una diciottenne con tutti i problemi che questa età può portare, ma è anche una giovane donna con la sincerità e la speranza che non l’abbandona mai, finché…finchè anche la giovane protagonista non è costretta a fare i conti con la sua stessa coscienza, con i suoi veri desideri.

La materializzazione di tutto questo la Romano la realizza attraverso il personaggio di Alan, il cugino antipatico che la infastidisce, la stuzzica, la importuna, un po’ come le difficoltà della vita.

“Continuo a fissare il mare e la salsedine mi fa bruciare gli occhi. Lo guardo e lo riguardo, e non lo riconosco. Libertà, il mare mi ha sempre garantito la libertà eppure oggi , tutta questa libertà che mi schiaccia la pelle è diventata opprimente.  Il mio mare non esiste più.”

 

Maya si è in qualche modo costruita una vita apparentemente perfetta in cui nessuno è fiori luogo. Una commedia in cui ognuno ha la parte giusta che non interferisce con nessun altro dei  protagonisti. Ma in tutto questo Alan cosa c’entra? Nulla, eppure lui diventa il “tutto”. Il deus ex machina che nelle commedie antiche metteva in moto il destino, la vera vita, le difficoltà, e scendeva in aiuto dei protagonisti.

Underwater è un romanzo dettagliato, ricco di cose che il lettore avrebbe potuto immaginare, ma che la Romano ha voluto scrivere senza dare troppa enfasi all’immaginazione. Tuttavia questo fa entrare ancora più in empatia con la protagonista che ha voglia di parlare di sé stessa, della sua esistenza e delle sue emozioni. Ce la fa amare per i suoi pregi e per i suoi difetti, come una persona reale che ci sta vicino e che racconta senza mai fermarsi e ci fa cogliere la bellezza anche dei suoi errori e della sue paure. Ho amato molto il fatto che Maya abbia un legame speciale con il mare e l’acqua, con questo posto in cui lei è cresciuta e da dove si distaccherà perché le sembra la cosa giusta da fare per poter andare avanti. Un po’ come capita a tutti quando è il momento di dire addio alla propria adolescenza che si distacca da noi attraverso le belle e le brutte esperienze. L’amore che invade la sua vita a dir poco “perfetta” è come un’onda anomala è vero, ma un’onda che infrange sugli scogli della sua coscienza, smussandola e facendola ricredere sul fatto che l’amore non è qualcosa che uno si programma, ma un sentimento che ti scuote e ti sposta, ti sballottola facendoti perdere il senso dell’orientamento. Una scrittura scorrevole e molto curata in cui è facile immergersi proprio come Maya si immerge nel mare.

“Ma il mare non ha pazienza, il mare non aspetta.”