“Stryx il marchio della strega” di Connie Furnari, Edizioni della Sera. A cura di Micheli Alessandra

 

Di tutta la produzione di Connie Furnari, Stryx resta il romanzo migliore. Non lo dico solo per questioni di gusto, ma anche per stile e a livello di significato. In più è un romanzo a doppio fondo. Ossia contiene in sé, una variante di significati a seconda di cosa si vuole leggere, di come è predisposto il lettore e di come il suo livello di maturazione intellettuale è sviluppato. In poche parole potreste leggere il libro come un semplice fantasy, e vi immergerete in un modo di incanti, di amori traditi e di sogni spezzati e anche della redenzione. Una sorta di favola della bella e la bestia. Di un ritrovare sé stesse e i legami perduti.

Oppure, potrete godervi non una semplice storia ma un profondo trattato riflessivo su quella che è stata, ed è ancora, una delle più orrende macchie della società contemporanea.

Salem vi dice nulla?

Allora vi illumino. La nostra Connie non racconta un evento irreale ma uno dei drammi storici che ancora cattura l’attenzione degli studiosi e che, soprattutto, non riesce ad avere una vera spiegazione logica.

Salem non è solo una semplice città degli stati uniti d’America ma è famosa,  suo malgrado, per il processo delle streghe del 1692, immortalato negli splendidi film la seduzione del male (1996) e le streghe di Salem (2012) e dai romanzi quali La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Tituba strega nera di Salem di Maryse Condé e da Arthur Miller con l’opera teatrale il Crogiuolo.

Questa persecuzione scoppiò in questo remoto villaggio della contea dell’Essex nel 1691, dopo che, alcune giovani dichiarano di essere state vittime di un oscuro maleficio. Tra le ragazze figurava la figlia e la nipote del reverendo Samuel Parris, solite incontrarsi per prevedere in modo innocuo il loro futuro, con le pratiche retaggio di una tradizione contadina che, i puritani, credevano essersi lasciati dietro le spalle con la loro emigrazione. Tra queste vi era una certa Sarah Cole (nel libro si chiama Sarah Sawyer) che dichiarò di aver visto uno spettro, rendendo così più mefistofelica la situazione. E da quella visione cosi inquietante le ragazze iniziarono ad assumere comportamenti strani (bestemmie, stati di trance) il tutto condito da tremendi attacchi epilettici. L’epidemia si diffuse ad altre giovani e i medici, incapaci di spiegarne l’origine, semplificarono il tutto riducendolo a una possessione diabolica, conseguente all’uso di pratica in odore di eresia e di paganesimo.

Tra la moltitudine di donne arrestate, ci fu anche la protagonista del libro sopracitato Tituba, una giovane medicante di colore, Sarah God e un’anziana Sarah Osborne. La prima confessò d’essere una strega e di aver incontrato un uomo aitante, ricco e alto proveniente da Boston che i giudici identificarono con Satana.

Nel 1692 la caccia subì un’impennata scatenando tutto il suo orrore, tanto che venne istituito un vero e proprio tribunale e in tutto furono incarcerate e giustiziate 20 persone tra donne uomini e bambini.

L’isteria generale, perché di isteria si trattò, si concluse nell’autunno del 1693 quando il governatore Phips, sciolse la corte per i processi e istituì una corte di giustizia che, dopo aver esaminato 52 casi, assolse 49 detenuti e commutò la pena di morte a 3 soli condannati.

Salem passò alla storia come il più terribile dei processi, superiore per brutalità anche a quello di Triora (effettuato tra il 1587 e il 1589 nel borgo facente parte della repubblica di Genova ) e la domanda a cui ogni studioso cerca da sempre di rispondere è: cosa causò questa follia collettiva? Fu a causa di invidie tra famiglie? Fu causata dalla società del tempo? O è valida la teoria di una grave intossicazione alimentare?

 Non vi tedierò con l’approfondimento delle varie spiegazioni ma su un dato interessante che la nostra Connie introduce, quasi distratta, ma preciso e affilato come una lama:

Da quando vivevano a Salem, Sarah si era sempre sentita

inadeguata a quella società talmente bigotta e opprimente

da farle preferire la solitudine, piuttosto che la compagnia

delle altre ragazze. Ogni donna camminava a testa bassa e

parlava solo lo stretto necessario; ogni fanciulla era noiosa

e monotona, così come i ragazzi, prevedibili e freddi in ogni

occasione.

Ecco Salem dell’epoca.

Salem village (oggi città di Danvers) era un piccolo insediamento nato per volontà delle autorità di Salem Town e fino alla metà del XVIII secolo rimase una frazione. Assimilate questo concetto che è di importanza cardinale per il processo. Nonostante le petizioni per una maggiore autonomia, gli abitanti erano ugualmente divisi tra chi desiderava trasformare il villaggio in comunità indipendente e chi sentiva di voler far restare lo status quo così com’era.

Conservatori e innovatori. Si diciamo cosi.

Uniamo anche l’evento storico della guerra di re Filippo appena conclusa che aveva visto opposti i coloni inglesi a alcune tribù dei nativi americani che coinvolse il Massachusettes che, nonostante la vittoria degli inglesi, restò esposto alle scorrerie dei nativi per molto tempo.

Una situazione esplosiva. Se ci inseriamo anche la bellezza di essere rinati senza governo (dopo la sospensione del trattato di Bay Colony del 1684-89)

si può comprendere come, una società già improntata alla chiusura per cultura e religione, divenne sempre più rigida. Il nemico esisteva, era reale, ma soprattutto andava trovato il classico, banale capro espiatorio. E chi meglio delle streghe?

Pertanto fu automatico che comportamenti anomali, non spiegabili, in una polveriera di emozioni e di tensione, si risolse nella spiegazione più comprensibile: il demonio circolava libero. Racconta Robert Calef un contemporaneo:

«Entravano nelle buche e strisciavano sotto sedie e sgabelli… [con] svariate posizioni e buffi gesticolii, [e] facevano discorsi ridicoli e assurdi, incomprensibili per loro come per gli altri».

I comportamenti bizzarri, a malapena tollerati, divennero una vera e propria forma di esclusione sociale: erano indice di devianza sociale. E una compagine che conteneva in sé la devianza, unita a eventi reali e minacciosi, rischiava la disgregazione totale delle sue parti con tutte le conseguenze: perdita di potere politico, perdita di status sociale, rischio di contaminazione esterna e vulnerabilità all’esterno. Che fosse l’invasione indiana o la perdita di autonomia.

Questi comportamenti, prima considerati eccentrici ebbero un’acutizzazione soltanto quando fu gridato al maleficio creando nelle giovani vere e proprie isterie. E ovviamente, i bersagli più immediati divennero un’anziana inferma (la Osborne) e una mendicante di città accusata perché parlava spesso da sola.

Una società allo sbando?

Probabilmente oggi i sociologi la definirebbero cosi. In più la morale puritana, per sua natura inelastica e inflessibile, da sempre considerava l’originalità un disvalore, e tendeva a sotterrare le sue contraddizioni, a negare le debolezze interne e le fragilità e a nascondere il marcio sotto la patina del perbenismo:

«Per secoli abbiamo visto donne sottomesse al capriccio

dell’uomo, donne picchiate, stuprate e uccise. Lui ci ha dato

l’opportunità di essere superiori e di elevarci sopra questo

sudiciume. Che cosa avresti fatto della tua vita, se tu non

fossi diventata una strega? Avresti avuto un caro maritino

puritano che ti avrebbe ammazzata di botte, dopo essersi

ubriacato da qualche prostituta mentre tu sgobbavi in casa

con i vostri sette figli. Il mattino dopo sarebbe andato a

confessarsi in chiesa, e la sera successiva avrebbe rifatto

tutto daccapo. Per tutta la vita.»

E questo che racconta la Furnari è, realtà. Purtroppo aggiungo io.

Durezza del comportamento, convinzione di essere il nuovo popolo eletto da Dio, scelto dalla divinità per conquistare la terra promessa (l’America) i puritani si consideravano gli unici in grado di costruire una società esemplare capace di divenire una guida per tutto il mondo cristiano. E in questa concezione non c’era posto per follie, creatività e sbagli. E senza sbagli non si può creare.

Società radicalmente anti-umanista puntava alla perfezione soltanto in virtù di un adempimento costante e impossibile alla legge divina: dovevano essere un popolo di santi a scapito della parte più inconscia di loro stessi. quella che, invece, satana esaltava. Ed è la libertà che la sorella di Sarah rivendica:

Non permetterò a nessuno

di impedirmi di avere una vita migliore di questa. E non

lascerò che qualcuno di questi luridi ipocriti si metta sulla

mia strada, dovessi fare cose che non ho mai fatto…»

Chiunque percepiva i precetti divini come peso o come una limitazione era considerato come un dannato un peccatore un servo di Satana e in questo caso, il colore acceso dei capelli di Sarah ha proprio l’intento di mettere in risalto come, le due sorelle, fossero di un livello intellettivo completamente diverso dal resto dei giovani:

Ed era stato l’unico a dirle che anche lei era graziosa, nonostante avesse i capelli di quell’insolito colore.

Giovani che, nell’accettazione di questo delirante modo di vivere sacrificavano sé stessi e la loro individualità:

 

Ma decenni e decenni dopo,

mentre il mondo attorno a me cambiava, compresi che era

normale per un ragazzo di quell’epoca reagire così. Era solo

spaventato, e condizionato dagli altri.»

L’individuo nelle colonie puritane era sottoposto a un processo di condizionamento per spingerlo a assumere comportamenti il più possibile anticonformisti senza poter liberamente esprimere nessuna forma di dissenso.

Arthur era diverso da tutti quelli che lei aveva conosciuto. Non aveva paura di dire quello che pensava e sembrava in grado di ragionare con la propria testa.

Ecco perché Susan, la sorella apparentemente cattiva, ha la funzione catartica di stimolare il male inteso come negazione di questo fittizio bene proposto da quella gretta società, stimolando le domande, stimolando il libero pensiero e pertanto rivelandosi una vera serva di Satana:

 

Noi siamo streghe e il nostro compito

è suggestionare gli uomini. Anche tu sai benissimo che il

mio potere funziona solo con chi ama l’ebbrezza del male.

 

È vero, noi

streghe possiamo soggiogare gli esseri umani, ma funziona

solo con quelli in cui il male è già innato.»

In questo caso, il signore oscuro citato dalla Furnari è un vero Satana, ossia un oppositore, un dileggiatore di valori stantii e evanescenti che nulla hanno del vero bene. Del resto soltanto lo sbaglio, il cadere può agevolmente portare l’uomo alla vera perfezione. E’ il libero arbitrio che, pur in scelta orripilanti per la morale comune, può darci la vera conoscenza di noi stessi. Il male, è il limite da superare per accogliere dentro di sé Verità Eterne che non sanno di imposizioni ma di libere scelte: come dire non si può imporre l’armonia se prima non la si interiorizza.

E nel loro ciclo di rinascite Sarah e Susan, seppur antagoniste, apprendono crescono e si modificano, invece di restare imbozzolate dentro un circuito chiuso che le rende stagnanti. Attraverso i secoli imparano, comprendono si elevano da semplici pedine a persone.

Pertanto, dietro alla bellezza del romance, alla tensione del fantasy e dei colpi di scena, Stryx con lo stesso stile leggero e semplice racconta non soltanto la storia di due sorelle ma anche contiene in sé, la visione delle due anime della stregoneria o per meglio dire la due concezioni non antitetiche della stregoneria. Ebbene sì miei cari. La storia vista a livello antropologico e sociologico della stregoneria ha due diverse ma non inconciliabili visioni:

la prima la contempla nell’ambito socio – politico. In quest’analisi la strega, in quanto donna e in quanto soggetta a profonde e rigide limitazioni era una modalità di acquisizione non solo di potere ma anche di credibilità. Se già la donna contava quasi niente nell’ambito della comunità, se non come oggetto di riproduzione, questa sorte era ancor più esacerbata nel caso di donne facenti parti della schiera degli esclusi. Si trattava di vedove, di donne eccessivamente curiose, ribelli, di donne la cui bellezza danneggiava altrui interessi o non le portava a concedersi al potente di turno, persone malate, orfane e tutte coloro che, rappresentavano le devianti. In questo senso avere poteri o la capacità decisionale che, la comunità toglieva loro, si manifestava nell’illusione controllo dei campi, in vendette privare, in tentativi di evasione o di rivalsa guidati, ovviamente dalla superstizione. In tal senso il patto con il diavolo era il patto con l’impulso soggiogato dalla disapprovazione sociale divenuto oscuro e nemico.

Altra visione invece, collocava l’accusa di stregoneria in ambiti più cultural-religiosi, facendo sì che appartenenti alle antiche religioni e agli antichi riti fossero oggetto e bersaglio di chiesa e ordine medico. Qua troviamo sacerdotesse, guaritrici, levatrici e medichesse

La Furnari, tramite le due sorelle, racconta in modo romanzato questa storia. Una storia che è simbolo della dialettica esistente nel controverso discorso stregoneria e che vede scontrarsi queste due componenti socio antropologiche che, hanno come punto di incontro la condizione non soltanto della donna ma del diverso. Le due sorelle protagoniste del romanzo si trovano a dover scegliere non tanto come gestire i poteri e quindi a quale idea di stregoneria aderire, ma soprattutto dovranno accettarsi, accettare la loro diversità, il loro non allineamento con la morale comune, con le idee preconcette, non solo del mondo, ma di se stesse.

E soltanto integrando questi due opposti che esse troveranno la Magia vera, quella di creare il futuro a partire dall’errore. E spero che leggendolo anche voi scoprirete che:7

La magia più potente è ancora dentro di me, devo solo

tirarla fuori…

Ed è l’orgoglio di essere donna.

 Davvero un romanzo dalle mille sfaccettature, dalle mille facce da leggere e rileggere senza sosta.