“Saga di Fahryon” di Daniela Lojarro, GDS edizione. A cura di Alessandra Micheli

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Lo ripeterò fino allo sfinimento (vostro e mio): ogni genere ha una precisa identità che va rispettata. Sempre se si vuole scrivere qualcosa di decente. È come la tela sui cui l’artista di turno dipinge. Può essere di buona fattura, come di pessima, ma deve essere sempre con una superficie, in grado di accogliere la tempera o l’acquerello o i colori a olio. Se fosse diversa, per esempio spugnosa, assorbirebbe il colore rendendolo quasi inesistente. Che sia di cotone, juta o altro, resta sempre una tela e come tutto quello che è tessuto, ha una trama costituita da un intreccio e un ordito.

Cosa cambia? L’artista.  È l’artista, che con la sua formazione umana, tecnica e persino biologica (ossia con che mano dipinge), fa la differenza.

Prendiamo la tela chiamata “fantasy” su cui andremo a impostare la nostra “trama”. È fatta di materiali diversi rispetto a quella del pittore (ovviamente) ma è comunque una tela. Non muro, non quaderno, non abbecedario, ma tela. Lo ripeto perché vorrei che per voi autori fosse chiaro che, quando vi accingete a scrivere un romanzo, è di vitale importanza che riusciate a creare una sinergia vitale e fluida tra la trama e genere.  Se non c’è coerenza strutturale, il testo di perde e non comunica.

Il fantasy ha regole molto più rigide di altri generi. Può essere contaminato con il thriller, il romance l’horror, ma le sue caratteristiche dovranno spiccare su tutte le altri. E cosa più rilevante dovrà far parte della tradizione mitologica ed etnologica della nostra specie.

Allegorie, metafore, miti antichi regnano indiscussi, tanto che spesso, per comprendere un libro fantasy, uso riferirmi ai due più grandi studiosi del mito: Vladimir Jakovlevič Propp (linguista ed antropologo russo) e Joseph John Campbell (saggista e storico delle religioni statunitense) perché nel fantasy spicca e spiccherà sempre l’eroe.

Dopo questa doverosa premessa la domanda che vi porrete è la seguente: il libro di Daniela Lojarro è annoverabile tra i fantasy o la sua analisi lo porterà ad appartenere a altre categorie?

Sono fiera e felice di rispondervi che Fahryon è, non un fantasy ma il Fantasy per eccellenza, in quanto va oltre ogni mia aspettativa e per quanto riguarda il mito, la tradizione, l’aderenza al simbolismo, ne fa la sua pietra angolare, costruendo un edificio allegorico  di impatto, degno della migliore tradizione ermetica.

Sì, ermetica. 

Piccola disgressione. Per ermetismo qua non intendo la corrente letteraria di Ungaretti ma il corpus di complesse dottrine mistico religiose e filosofiche alla quale si affiancarono teorie astrologiche di origine semita, elementi platonici e pitagorici, credenze gnostiche e antiche procedure egizie di stampo magico-scientifico. Il termine trae origine da Ermete Trismegisto (dal greco Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, «Ermete il tre volte grandissimo). Nell’atmosfera sincretica dell’impero romano Ermete o Ermes fu accostato al dio greco Thot entrami, infatti, erano divinità della scrittura e della magia. Tema centrale, descritto in modo sintetico. è il rapporto tra uomo e Dio, un rapporto che sfugga all’intelletto umano (mente vigile o conscia) a causa della diversa natura fluida, trascendete e energetica del divino. Pertanto, è possibile coglierne l’essenza con la mente inconscia o gnosi, in un processo di riconoscimento istintuale della propria natura energetica che, è figlia e deriva dalla Fonte originaria. È una sorta di ritorno dell’anima al suo creatore anche attraverso l’osservazione della natura, dei fenomeni, che sono manifestazione di questa energia primigenia

Ritorniamo al testo.

Partendo dall’analisi antropologica si osserva come, quest’opera non tratta soltanto del semplice viaggio dell’eroe, ma di una perfetta ricostruzione di una tradizione antica troppo spesso dimenticata dai nostri autori. Ricalcando le orme di Marion Zimmer Bradley, che fuse mitologia e conoscenze esoteriche, la Lojarro ci racconta un mondo magico e spirituale che nulla ha da invidiare alla madre di ogni scritto la Pistis Sophia. Infatti il mondo immaginato da Daniela è creato principalmente dall’armonia e dal suono sacro. Cosa saranno mai?

Procediamo con gradi. L’armonia ha un significato etimologico straordinario, proviene dal greco ἁρµονία ossia proporzione, accordo, unione che presuppone la concordanza di elementi diversi atti a provocare piacere. In senso più particolare è una concordanza di suoni o assonanze di voci. E questo lo porta a identificare un’arte specifica ossia la musica.

Se controlliamo la definizione Treccani troviamo: consonanza di voci o strumenti, combinazione di accordi (suoni simultanei) che produce un’impressione piacevole all’orecchio e all’animo. In senso più tecnico, pratica e teoria della formazione e concatenazione degli accordi musicali, secondo una concezione polifonica della musica, nella quale lo sviluppo del discorso tematico si realizza in una successione non di suoni singoli ma di accordi, cioè di più suoni prodotti simultaneamente.

Questo legare l’armonia alla musica, ossia il suono, ha una conseguenza anche sul piano filosofico. Secondo la tradizione, Pitagora fu il responsabile (tu sia benedetto) della scoperta della progressione armonica delle note. La stessa progressione la si ritrova nei corpi celesti poiché la distanza tra pianeti e la loro diversa velocità di rotazione determinano diversi suoni, non percepibili all’orecchio umano. Ecco che musica, cosmologia e matematica instaurano, grazie ai greci, una relazione che avrà ripercussioni su tutta la cultura occidentale.  Partendo da queste premesse ontologiche, Eraclito elabora la teoria citata dalla Treccani, ossia l’unificazione della diversità, elementi discordanti si uniscono in virtù della loro differenza venendo a creare una simmetria speculare tra cosmo e terra e di riflesso tra macrocosmo (universo) e microcosmo (uomo). Ed è questa concezione che sta alla base dell’arte, così come della medicina, finendo per considerare la malattia come uno squilibrio tra ambiente e corpo (Ippocrate, il famoso ideatore del giuramento che, ogni medico si appresta a far suo). Ed è con Platone che l’armonia e il suono a essa collegata costruiscono una straordinaria cosmogonia basata proprio sull’anima del mondo, ossia il principio fondamentale che è responsabile del movimento ordinato dell’universo: il suono sacro e l’armonia descritte dalla Lojarro. Ogni violazione di questo principio porta alla distruzione al male.  Del resto, di questo tipo di armonia parlano anche gli antichi egizi con la loro descrizione di Maat, come giustizia e (di nuovo) armonia dell’ordine cosmico. Mi spiace dirvelo, ma l’armonia, almeno al livello teorico, esiste ed è collegata con il suono, ossia con quelle sensazioni acustiche causate dalla vibrazione di un mezzo, esaltate o trasmesse dalle vibrazione di un corpo ( sorgente sonora) che causa reazioni all’orecchio. Aggiungo che tali vibrazioni sono onde elastiche longitudinali che si propagano nell’aria. Questa definizione si collega a un’altra, la parola, ossia un segmento organico di suoni che abbiano significato anche da soli e con cui l’uomo comunica. E anche la parola si propaga nell’aria, (in latino parabola, similitudine, o dal greco paraballo, metto a lato).

E qua entra prepotente, direi a gamba tesa, per usare un temine calcistico, il significato di Logos. Anche questo può essere tradotto in vari modi: discorso, calcolo, ma io preferisco riportavi la definizione data da un grande studioso, Filippo Goti, che identifica il Logos con la legge universale, l’ordine universale identificato con quel fuoco divino che esiste in germoglio dentro ogni uomo e che dà lo sprone per rendere la vita un’eterna creazione.

Fu Filone d’Alessandria a costruire un ponte tra la concezione greca e quella giudaica, facendo del logos una sorta di sintesi tra lo spirito (pneuma) e il nous (intelletto attivo aristotelico). Ecco spiegata l’espressione:

“All’inizio era il Verbo”.

In pratica si identifica Dio con il mondo delle idee, o degli archetipi che sono contenuti e fanno parte di quell’entità energetica divina da cui, tutti o quasi, discendono.

Nel libro di Daniela sono i pensieri eterni e sacri contenuti in quel flusso energetico (divino), che governano il mondo nella sua struttura interna ed esterna, in un ordine prestabilito da cui si può attingere ma che non si può dominare. L’eletta ne entra a far parte fondendosi, ma non può e non deve usarlo per altri fini se non quelli della sua personale crescita evolutiva. Il vero peccato, il vero male, è distruggerlo nella sua essenza, dominandolo con la finalità cosciente che lo rende schiavo. Ma come si può schiavizzare qualcosa che, per sua struttura interna, è e deve restare libero?

Il suono sacro, o logos, è infatti riferito a una mente superiore che contiene, prima della creazione, tutti i suoi elementi esterni, indispensabili alla costruzione del mondo, e che per adempiere al loro volere devono essere liberi di fluire nell’etere o come vogliamo chiamarlo, nell’universo. I principi del logos non sono nostri. Perché noi stessi, in quanto archetipi, ne facciamo parte. Dominarli ha l’equivalente di operare una cesura drammatica in un contesto di interconnessione profonda. Ed è quel taglio che il nobile Tyrnahan tenta di difendere, affidando il suo dono alla giovane Fahyron.

In questo caso Mazdraan, è immagine oscura della finalità cosciente, dramma dell’uomo che rende schiavo l’eterno alla brama di potere, alla volontà personale di rivincita. Il suo estremo desiderio di dominare il suono per alimentare la malia (concetto contrario al logos, con il significato di disordine, di manipolazione e di sfruttamento) lo porta a perdere se stesso.

Mazdran come il Voldemort della Rowling è terrorizzato da ciò che non conosce e questo che crea la sua ansia del controllo, portandolo a scordare l’incommensurabile, spettacolare potere, di avere un’anima integra.

Perché quella sua costante sfida al Sacro lo porta inesorabilmente a tagliare, contrapporre, dividere ciò che in realtà è unito, connesso e legato.

È la divisione dell’indivisibile, il vero ordendo peccato originale.

Non vi svelerò le stupefacenti avventure della pura Fahyron e del guerriero senza macchia né paura Uszany (che ricorda il prode Peredur dei racconti arturiani, diviso tra onore, dovere e istinto). Vi posso svelare, però, che tra le righe di un fantasy epico, con il suo scontro tra bene e male, si cela la volontà di restituire, nascosti eppure bene in vista, elementi indispensabili alla tradizione occidentale, che non è forgiata dal cristianesimo, come l’Europa spesso vuole convincerci, ma da conoscenze così antiche che, secondo Edgar Cayce, precedono l’uomo e fanno parte del dono che angeli giganteschi fecero alle loro donne in segno d’amore.

Leggetelo e fatevi trasportare da emozioni che vi restituiranno il vostro reale bagaglio culturale.

 

 

 

 

 

 

 

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“Fino a che il mio cuore batte e la mia carne palpita, io non ammetto che una creatura dotata di volontà ceda alla disperazione.” Un libro che esalta la forza creatrice a discapito dell’istinto distruttore dell’uomo. Un libro che ci trasporta nella meravigliosa Londra di fine ottocento, sospesa tra degrado e progresso. Se avete amato Julius Verne e Sir Arthur Conan Doyle non potete perdervi il il libro “SteamBros Investigations. L’armonia dell’imperfetto” di Z.N.Alastor & L.A. Mely

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La Londra di quel periodo era caliginosa e caotica. Pennacchi di fumo nero, risultato del carbone utilizzato per il funzionamento delle numerose fabbriche, uscivano dalle ciminiere. L’aria era pesante, quasi irrespirabile. Il sole poteva a malapena essere intravisto attraverso la coltre plumbea che sovrastava il cielo londinese. Oltre a ciò durante tutto l’arco della giornata, il rumore del continuo andirivieni di carrozze, cavalli, mezzi di trasporto a vapore e il gridare di ambulanti, stordiva i sensi di coloro che abitavano i vicoli degradati del centro. Si poteva riconoscere il grado di ricchezza dei locali in base a come il quartiere si poneva. Più caotico e rumoroso appariva e più era dura sbarcare il lunario.

 

 

 

Sinossi:

“SteamBros Investigations” è un romanzo tra lo Steampunk e il poliziesco ambientato nella Londra della seconda metà dell’epoca Vittoriana (tra il 1850 e il 1900 circa) collocabile pressappoco nel periodo storico precedente a quello attribuito al già noto investigatore Sherlock Holmes (secondo ricerche sui romanzi a lui dedicati la sua nascita si colloca intorno all’anno 1854).

Melinda e Nicholas, Mel e Nick, sono due fratelli cresciuti nella biblioteca dello zio in seguito ad un tragico evento della loro infanzia. Evento che li spingerà ad indagare alla ricerca della verità per poter appianare gli errori commessi dai pubblici ufficiali. I due crescono affinando le loro conoscenze e doti investigative grazie ai molti testi a loro disposizione fino al giorno in cui decidono di aprire in autonomia un’agenzia investigativa. La “Hoyt Brothers Investigations”. Risolveranno numerosi casi minori di furti e truffe fino al momento in cui strani eventi, attorno ad un iniziale e all’apparenza semplice caso di suicidio, porteranno i due ad approfondire le indagini facendo luce su misteri legati al loro passato…

 

 

La dimora dei Bamminton era la classica villa di campagna. Una di quelle su tre piani, con l’edera che ricopriva ogni lato della struttura dal tetto spiovente. Tutt’intorno, un grande giardino circondato da palizzate bianche, veniva tenuto in ordine dagli stessi scrupolosi giardinieri che tosavano i cespugli, raccoglievano le foglie e tenevano corta l’erba. Riuscivano a far sì che restasse sempre morbida quando la si calpestava per una passeggiata di piacere a piedi scalzi. Tra i punti su cui più spesso cadeva l’occhio vi era un tavolino in ferro battuto bianco con le seggiole coordinate tutte attorno. Proprio su una di queste, sedeva Lady Bamminton ed il suo abbigliamento faceva contrasto con i colori delle aiuole che riempivano di profumo l’aria quasi tutto l’anno. La donna consumava il suo thè, mordicchiando timidamente un biscotto a forma rettangolare. I classici biscotti burrosi che ombravano di unto la bevanda quando venivano inzuppati ma che rimanevano secchi e croccanti quando ci si limitava a morderli.

 

 

 

Tieni stretto ciò che è buono, anche se è un pugno di terra. Tieni stretto ciò in cui credi, anche se è un albero solitario. Tieni stretto ciò che devi fare, anche se è molto lontano da qui. Tieni stretta la vita, anche se è più facile lasciarsi andare. Tieni stretta la mia mano, anche quando mi sono allontanato da te. (canto cherokee). Una storia d’amore che unisce non solo due vite ma fonde due culture, creando un ponte di bellezza tra noi e l’atro. Se avete bisogno di farvi scaldare il cuore non potete perdervi il libro di Monica Maratta “Cuore Indiano”, LFA pubblisher

 

 

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Jamestown (Virginia 1676)

Eravamo seduti davanti al camino acceso, i giovani della mia colonia e io, con lo sguardo rapito e sconcertato ad ascoltare i racconti degli anziani.

A turno, ognuno di loro narrava delle usanze barbare e demoniache nelle quali i selvaggi di quella terra, presi dal delirio di compiacere i loro dèi, si mutilavano.

«Non c’era modo di fermare quelle atrocità» cominciò il più vecchio. «Io assistetti a uno di questi macabri rituali e lo ricordo come se fosse successo pochi attimi fa.»

Posai il mio sguardo su di lui per capire di più da quelle parole, ma ciò che vidi nei suoi occhi mi sconvolse: era terrorizzato.

«Con fare meticoloso arroventavano dei grandi uncini che poi si conficcavano nel petto» continuò. «Riuscivo a sentire lo sfrigolare della carne, mentre la punta vi entrava, per uscirne qualche centimetro dopo. Come se non fosse sufficiente, i ganci erano fissati con una corda a un palo attorno cui, poi, volteggiavano fino a lacerare e danneggiare la muscolatura.»

Immaginando con la mia fantasia di ragazza quelle scene raccapriccianti, un senso profondo di terrore mi sconvolse. Non era possibile che al mondo potessero esistere simili mostri e che il Signore Dio li avesse creati come un gesto nobile. L’intera comunità provava ribrezzo per quel popolo selvaggio.

Noi donne eravamo atterrite al solo pensiero di finire nelle loro mani, consapevoli di andare incontro a chissà quali torture e sevizie. Ai nostri occhi erano come barbari senza legge o degli idolatri dalle anime perse.

Mio padre seguiva le ideologie di mister Bacon, un ricco allevatore auto–eletto, a capo di un consistente numero di coloni che protestavano scontenti contro le razzie degli indiani e la politica di favoritismo nei loro confronti da parte del governatore reale della Virginia: William Berkeley.

Mister Bacon e i suoi uomini erano accaniti sostenitori della superiorità dell’anima, dei mezzi e della condizione sociale dell’uomo bianco nei confronti di coloro che definivano selvaggi da civilizzare o far scomparire, qualora avessero resistito alla nobile impresa. Queste convinzioni mi erano state inculcate fin da bambina, diventando parte di me tanto da portarmi a odiare quella gente e da non provare pena per la loro sorte, se i piani di mio padre si fossero avverati. L’ambizione dei coloni era espropriare i pellirosse dalle loro terre. Noi eravamo il popolo eletto, così com’era scritto nell’Antico Testamento mentre loro, gli indiani, con le loro passioni indomabili non potevano di certo definirsi una civiltà e mai avrebbero potuto progredire per divenirlo. A quel tempo ero ancora Eleanor Patel, una giovane e attraente ragazza di sedici anni, nata in Virginia nel 1660. Obbligata a vivere e crescere in una bellissima, seppure ostile, terra ancora in parte inesplorata, nell’insediamento denominato Jamestwon, in onore di Re Giacomo.

Giacomo I Stuart aveva deciso, tempo addietro, di supportare l’esplorazione e la colonizzazione dell’America, trovando utile quell’impresa per la sovrappopolazione che attanagliava il suo regno ma anche per portare alla definitiva conversione dei pagani indigeni alla fede anglicana.

Dall’Inghilterra i miei nonni si erano imbarcati sulle navi della Virginia Company e avevano affrontato un’infernale traversata durata oltre quattro mesi per giungere in questa terra. Mio padre era divenuto un ricchissimo proprietario terriero ricevendo, di conseguenza, molte richieste di matrimonio per me da parte di giovani ambiziosi. Io li ritenevo dei bigotti e rispondevo con un secco rifiuto. Mi opponevo così a una società dove una donna, giacché figlia, era obbligata ad assoggettare il suo volere agli ordini paterni.

Non volevo un matrimonio combinato e triste, come quello di mia madre; a dire il vero, non desideravo un uomo sull’esempio di un genitore insensibile e autoritario, non accettando quindi l’idea di poter essere un giorno comandata da un maschio arrogante e prepotente.

 

Sinossi

Durante l’incendio di Jamestown, avvenuto il 19 settembre del 1676 in Virginia, per mano di alcuni coloni ribelli, capeggiati da N. Bacon, Eleanor viene rapita da un giovane indiano della tribù dei Pamunkey.

Nonostante lo shock iniziale e il difficoltoso adattamento alla vita selvaggia, nasce un amore sincero tra i due giovani che tuttavia sarà costantemente ostacolato dagli odi razziali e politici dell’uomo bianco nei confronti dei nativi americani.

Alla fine quel clima di odio e intolleranza verso i selvaggi aveva avuto un triste epilogo, segnando drasticamente la mia vita.

Era la notte del 19 settembre 1676, quando le mie orecchie udirono degli inquietanti frastuoni provenienti dall’esterno. All’inizio credetti di essere in preda a orribili incubi, mi pareva addirittura di sentire urla strazianti e terrorizzate. Il cuore mi scoppiava in petto dalla paura mentre le grida diventavano sempre più forti, tanto da farmi coprire il capo con il cuscino. Sembravo una piccola e indifesa bambina che dal terrore non riusciva a prendere una decisione sul da farsi. Solamente quando udii la voce agitata di mia madre provenire dal salone del piano di sotto, trovai il coraggio di aprire la porta della camera e affacciarmi sulle scale per capire cosa stesse succedendo.

«Carl, vi prego, non andate! Sento che potrebbe accadervi  qualcosa di terribile. Non pensate alla vostra famiglia? A vostra figlia?»

«Lasciami andare, donna, e smetti di frignare. Da quando hai diritto di parola? Il dovere verso i coloni mi chiama e io non ho intenzione di tradirli.» A quel punto mio padre, con uno strattone, si liberò dalla sua presa facendola cadere sulle ginocchia, poi svelto uscì di casa con gli altri ribelli lì presenti.

Nel vedere quella scena la rabbia cominciò a salire dalle viscere fino a riscaldarmi le guance, mentre mi precipitavo a soccorrerla.

«Madre, siete ferita?»

Nel momento in cui le porsi la mano per aiutarla ad alzarsi notai i suoi grandi occhi azzurri, così simili ai miei, diventare spenti, tristi e rassegnati.

«Tuo padre sta remando contro la politica del governatore reale. Si è alleato con mister Bacon senza rendersi conto del pericolo in cui sta mettendo la sua famiglia; così facendo ci porterà sull’orlo del disastro. Che ne sarà di noi, Eleanor?» mi disse, aggrappandosi con forza alla manica della mia camicia da notte.

Vidi la disperazione sul suo volto cereo ma non feci in tempo a dirle una sola parola di conforto poiché un uomo, trafelato e agitato, si affacciò al portone che era rimasto spalancato.

«Fuggite subito da qui! Le case stanno bruciando e l’intera colonia è avvolta dalle fiamme!»

Strabuzzai gli occhi dallo sgomento, afferrai subito mia madre per un braccio e con lei corsi verso l’uscita.

Solo a quel punto mi resi conto della gravità della situazione.

Dovunque volgessi lo sguardo, uno spettacolo terrificante e impietoso, che non lasciava adito a una minima speranza di salvezza, si palesava minaccioso. Lingue di fuoco altissime e di un rosso vivo annunciavano che l’inferno si preparava ad accoglierci. Una coltre di fumo denso e grigio rendeva l’aria irrespirabile, tanto da costringermi a portare la mano alla bocca per non inspirare la cenere portata in giro dalla brezza che, in quella funesta sera, peggiorava le cose.

Desiderai essere sorda in quel momento per non sentire le urla addolorate della gente. Anche mia madre singhiozzava disperata; mentre avanzavamo incerte, ogni tanto sentivo le sue ginocchia cedere dalla stanchezza e le mani tremarle dall’agitazione. Tutti correvano impazziti e noncuranti di calpestarsi gli uni gli altri, in balìa di un sentimento egoistico che ti porta a salvare la pelle a ogni costo.

Sembrava d’essere in quell’inferno di cui tanto avevo sentito narrare dagli anziani del luogo. Adesso potevo vederlo con i miei stessi occhi, ne sentivo perfino l’odore acre e il suono sinistro mi penetrava fin nelle interiora.

Se qualcuno di noi morirà in questo rogo spaventoso lo farà rendendosi martire a causa dell’avventatezza e presunzione di uomini come mio padre, riflettei rabbiosa mentre avanzavo sempre più lentamente sorreggendo con un braccio mia madre.

Con l’altra mano libera e annerita dal fumo, mi asciugavo ora le gocce di sudore che scendevano svelte in quella calura insopportabile, ora le lacrime causate dal fumo, temendo di svenire da un momento all’altro.

A un tratto qualcuno tentò di afferrarmi da dietro con prepotenza; mi voltai di scatto trattenendo il respiro, atterrita, ma a causa della foschia non riuscii a vedere altro che una figura minacciosa senza identità.

D’istinto gridai a mia madre di fuggire per mettersi in salvo e lasciai la presa, cominciando a correre con le ultime forze che mi erano rimaste.

Sentii l’eccitazione scorrere veloce nelle vene e il cuore battermi furioso in petto. Quando notai che l’ombra mi stava seguendo, inciampai nella stoffa a brandelli della camicia da notte, battei la testa sull’impervio terreno e in un attimo persi conoscenza

 

 Biografia

Monica Maratta è nata a Roma nel 1975. Vive nella provincia con la sua famiglia e gli adorati sette gatti. Svolge la professione di educatrice di asilo nido con passione e dedizione ma è anche mamma di due bambini. Da sempre coltiva il suo amore per la storia, di cui legge numerosi saggi.  Tra i libri che l’hanno fatta innamorare ci sono :“Canale Mussolini” di A. Pennacchi e “La storia” di Elsa Morante. Nel gennaio del 2017 esordisce con “Come fiori tra le macerie” – Capponi Editore.

“Cuore indiano” è il suo secondo lavoro pubblicato dalla Casa Editrice LFA publisher.