“Saga di Fahryon” di Daniela Lojarro, GDS edizione. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ripeterò fino allo sfinimento (vostro e mio): ogni genere ha una precisa identità che va rispettata. Sempre se si vuole scrivere qualcosa di decente. È come la tela sui cui l’artista di turno dipinge. Può essere di buona fattura, come di pessima, ma deve essere sempre con una superficie, in grado di accogliere la tempera o l’acquerello o i colori a olio. Se fosse diversa, per esempio spugnosa, assorbirebbe il colore rendendolo quasi inesistente. Che sia di cotone, juta o altro, resta sempre una tela e come tutto quello che è tessuto, ha una trama costituita da un intreccio e un ordito.

Cosa cambia? L’artista.  È l’artista, che con la sua formazione umana, tecnica e persino biologica (ossia con che mano dipinge), fa la differenza.

Prendiamo la tela chiamata “fantasy” su cui andremo a impostare la nostra “trama”. È fatta di materiali diversi rispetto a quella del pittore (ovviamente) ma è comunque una tela. Non muro, non quaderno, non abbecedario, ma tela. Lo ripeto perché vorrei che per voi autori fosse chiaro che, quando vi accingete a scrivere un romanzo, è di vitale importanza che riusciate a creare una sinergia vitale e fluida tra la trama e genere.  Se non c’è coerenza strutturale, il testo di perde e non comunica.

Il fantasy ha regole molto più rigide di altri generi. Può essere contaminato con il thriller, il romance l’horror, ma le sue caratteristiche dovranno spiccare su tutte le altri. E cosa più rilevante dovrà far parte della tradizione mitologica ed etnologica della nostra specie.

Allegorie, metafore, miti antichi regnano indiscussi, tanto che spesso, per comprendere un libro fantasy, uso riferirmi ai due più grandi studiosi del mito: Vladimir Jakovlevič Propp (linguista ed antropologo russo) e Joseph John Campbell (saggista e storico delle religioni statunitense) perché nel fantasy spicca e spiccherà sempre l’eroe.

Dopo questa doverosa premessa la domanda che vi porrete è la seguente: il libro di Daniela Lojarro è annoverabile tra i fantasy o la sua analisi lo porterà ad appartenere a altre categorie?

Sono fiera e felice di rispondervi che Fahryon è, non un fantasy ma il Fantasy per eccellenza, in quanto va oltre ogni mia aspettativa e per quanto riguarda il mito, la tradizione, l’aderenza al simbolismo, ne fa la sua pietra angolare, costruendo un edificio allegorico  di impatto, degno della migliore tradizione ermetica.

Sì, ermetica. 

Piccola disgressione. Per ermetismo qua non intendo la corrente letteraria di Ungaretti ma il corpus di complesse dottrine mistico religiose e filosofiche alla quale si affiancarono teorie astrologiche di origine semita, elementi platonici e pitagorici, credenze gnostiche e antiche procedure egizie di stampo magico-scientifico. Il termine trae origine da Ermete Trismegisto (dal greco Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, «Ermete il tre volte grandissimo). Nell’atmosfera sincretica dell’impero romano Ermete o Ermes fu accostato al dio greco Thot entrami, infatti, erano divinità della scrittura e della magia. Tema centrale, descritto in modo sintetico. è il rapporto tra uomo e Dio, un rapporto che sfugga all’intelletto umano (mente vigile o conscia) a causa della diversa natura fluida, trascendete e energetica del divino. Pertanto, è possibile coglierne l’essenza con la mente inconscia o gnosi, in un processo di riconoscimento istintuale della propria natura energetica che, è figlia e deriva dalla Fonte originaria. È una sorta di ritorno dell’anima al suo creatore anche attraverso l’osservazione della natura, dei fenomeni, che sono manifestazione di questa energia primigenia

Ritorniamo al testo.

Partendo dall’analisi antropologica si osserva come, quest’opera non tratta soltanto del semplice viaggio dell’eroe, ma di una perfetta ricostruzione di una tradizione antica troppo spesso dimenticata dai nostri autori. Ricalcando le orme di Marion Zimmer Bradley, che fuse mitologia e conoscenze esoteriche, la Lojarro ci racconta un mondo magico e spirituale che nulla ha da invidiare alla madre di ogni scritto la Pistis Sophia. Infatti il mondo immaginato da Daniela è creato principalmente dall’armonia e dal suono sacro. Cosa saranno mai?

Procediamo con gradi. L’armonia ha un significato etimologico straordinario, proviene dal greco ἁρµονία ossia proporzione, accordo, unione che presuppone la concordanza di elementi diversi atti a provocare piacere. In senso più particolare è una concordanza di suoni o assonanze di voci. E questo lo porta a identificare un’arte specifica ossia la musica.

Se controlliamo la definizione Treccani troviamo: consonanza di voci o strumenti, combinazione di accordi (suoni simultanei) che produce un’impressione piacevole all’orecchio e all’animo. In senso più tecnico, pratica e teoria della formazione e concatenazione degli accordi musicali, secondo una concezione polifonica della musica, nella quale lo sviluppo del discorso tematico si realizza in una successione non di suoni singoli ma di accordi, cioè di più suoni prodotti simultaneamente.

Questo legare l’armonia alla musica, ossia il suono, ha una conseguenza anche sul piano filosofico. Secondo la tradizione, Pitagora fu il responsabile (tu sia benedetto) della scoperta della progressione armonica delle note. La stessa progressione la si ritrova nei corpi celesti poiché la distanza tra pianeti e la loro diversa velocità di rotazione determinano diversi suoni, non percepibili all’orecchio umano. Ecco che musica, cosmologia e matematica instaurano, grazie ai greci, una relazione che avrà ripercussioni su tutta la cultura occidentale.  Partendo da queste premesse ontologiche, Eraclito elabora la teoria citata dalla Treccani, ossia l’unificazione della diversità, elementi discordanti si uniscono in virtù della loro differenza venendo a creare una simmetria speculare tra cosmo e terra e di riflesso tra macrocosmo (universo) e microcosmo (uomo). Ed è questa concezione che sta alla base dell’arte, così come della medicina, finendo per considerare la malattia come uno squilibrio tra ambiente e corpo (Ippocrate, il famoso ideatore del giuramento che, ogni medico si appresta a far suo). Ed è con Platone che l’armonia e il suono a essa collegata costruiscono una straordinaria cosmogonia basata proprio sull’anima del mondo, ossia il principio fondamentale che è responsabile del movimento ordinato dell’universo: il suono sacro e l’armonia descritte dalla Lojarro. Ogni violazione di questo principio porta alla distruzione al male.  Del resto, di questo tipo di armonia parlano anche gli antichi egizi con la loro descrizione di Maat, come giustizia e (di nuovo) armonia dell’ordine cosmico. Mi spiace dirvelo, ma l’armonia, almeno al livello teorico, esiste ed è collegata con il suono, ossia con quelle sensazioni acustiche causate dalla vibrazione di un mezzo, esaltate o trasmesse dalle vibrazione di un corpo ( sorgente sonora) che causa reazioni all’orecchio. Aggiungo che tali vibrazioni sono onde elastiche longitudinali che si propagano nell’aria. Questa definizione si collega a un’altra, la parola, ossia un segmento organico di suoni che abbiano significato anche da soli e con cui l’uomo comunica. E anche la parola si propaga nell’aria, (in latino parabola, similitudine, o dal greco paraballo, metto a lato).

E qua entra prepotente, direi a gamba tesa, per usare un temine calcistico, il significato di Logos. Anche questo può essere tradotto in vari modi: discorso, calcolo, ma io preferisco riportavi la definizione data da un grande studioso, Filippo Goti, che identifica il Logos con la legge universale, l’ordine universale identificato con quel fuoco divino che esiste in germoglio dentro ogni uomo e che dà lo sprone per rendere la vita un’eterna creazione.

Fu Filone d’Alessandria a costruire un ponte tra la concezione greca e quella giudaica, facendo del logos una sorta di sintesi tra lo spirito (pneuma) e il nous (intelletto attivo aristotelico). Ecco spiegata l’espressione:

“All’inizio era il Verbo”.

In pratica si identifica Dio con il mondo delle idee, o degli archetipi che sono contenuti e fanno parte di quell’entità energetica divina da cui, tutti o quasi, discendono.

Nel libro di Daniela sono i pensieri eterni e sacri contenuti in quel flusso energetico (divino), che governano il mondo nella sua struttura interna ed esterna, in un ordine prestabilito da cui si può attingere ma che non si può dominare. L’eletta ne entra a far parte fondendosi, ma non può e non deve usarlo per altri fini se non quelli della sua personale crescita evolutiva. Il vero peccato, il vero male, è distruggerlo nella sua essenza, dominandolo con la finalità cosciente che lo rende schiavo. Ma come si può schiavizzare qualcosa che, per sua struttura interna, è e deve restare libero?

Il suono sacro, o logos, è infatti riferito a una mente superiore che contiene, prima della creazione, tutti i suoi elementi esterni, indispensabili alla costruzione del mondo, e che per adempiere al loro volere devono essere liberi di fluire nell’etere o come vogliamo chiamarlo, nell’universo. I principi del logos non sono nostri. Perché noi stessi, in quanto archetipi, ne facciamo parte. Dominarli ha l’equivalente di operare una cesura drammatica in un contesto di interconnessione profonda. Ed è quel taglio che il nobile Tyrnahan tenta di difendere, affidando il suo dono alla giovane Fahyron.

In questo caso Mazdraan, è immagine oscura della finalità cosciente, dramma dell’uomo che rende schiavo l’eterno alla brama di potere, alla volontà personale di rivincita. Il suo estremo desiderio di dominare il suono per alimentare la malia (concetto contrario al logos, con il significato di disordine, di manipolazione e di sfruttamento) lo porta a perdere se stesso.

Mazdran come il Voldemort della Rowling è terrorizzato da ciò che non conosce e questo che crea la sua ansia del controllo, portandolo a scordare l’incommensurabile, spettacolare potere, di avere un’anima integra.

Perché quella sua costante sfida al Sacro lo porta inesorabilmente a tagliare, contrapporre, dividere ciò che in realtà è unito, connesso e legato.

È la divisione dell’indivisibile, il vero ordendo peccato originale.

Non vi svelerò le stupefacenti avventure della pura Fahyron e del guerriero senza macchia né paura Uszany (che ricorda il prode Peredur dei racconti arturiani, diviso tra onore, dovere e istinto). Vi posso svelare, però, che tra le righe di un fantasy epico, con il suo scontro tra bene e male, si cela la volontà di restituire, nascosti eppure bene in vista, elementi indispensabili alla tradizione occidentale, che non è forgiata dal cristianesimo, come l’Europa spesso vuole convincerci, ma da conoscenze così antiche che, secondo Edgar Cayce, precedono l’uomo e fanno parte del dono che angeli giganteschi fecero alle loro donne in segno d’amore.

Leggetelo e fatevi trasportare da emozioni che vi restituiranno il vostro reale bagaglio culturale.