“Le dodici porte. La scoperta del segreto” di Veronica Pellegrino, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

È strano come il fantasy non abbia mai osato quello che ha osato Veronica Pellegrino, ossia usare come sfondo agli eventi descritti una delle terre più magiche e affascinanti che siano mai esistite: l’antico Egitto.

Tranne Jacq e una stupenda Christie con c’era una volta, (un favoloso giallo ambientato sulle sponde del Nilo, ve lo consiglio) di libri sull’Egitto ne ho letti pochi. Questo perché sicuramente si teme il parere agguerrito dei nostri egittologi così conservatori, così schierati in difesa dell’ortodossia, tanto da scagliarsi come iene anche su saggi interessanti come quelli di Rober Bauval e Adrian Gilbert, René Adolphe Schwaller de Lubicz o Mario Pincherle (con le controverse ma interessantissime teorie sullo Zed ).

Quindi tanto di inchino al coraggio della giovane autrice.

Cosa c’è di affascinante e di tenebroso in quell’evoluta civiltà tanto da farne meta ambita ma non esplorata per i fantasy?

Innanzitutto il mistero.

Eh sì cari miei lettori. L’antico Egitto così studiato è in realtà una cultura misteriosa. Creata e impastata dal mito, ma giunta a noi quasi completamente evoluta tanto da sollevare mille illazioni: patria di Atlantidei fuggiti dalla famosa isola di Platone, progetto originale creato da architetti alieni, caso, opera di misteriosi libri e via dicendo.

Persino la tanto contestata Wikipedia cita testualmente:

L’arte dinastica, con tre principali periodi, segue un’evoluzione non lineare, caratterizzata da alcune fasi di grande sviluppo intervallate da periodi oscuri.

Ed è questo balzo straordinario che rende le origini complesse e oscure. Esempio lampante lo ritroviamo nell’architettura: se si osservano le tre piramidi rispetto a quelle di Zosher, si nota una netta, incredibile e inquietante differenza. La necropoli di Giza (sito della sfinge e delle tre grandi piramidi) è uno straordinario panorama che per molti studiosi è paragonabile a un puzzle architettonico e archeologico. Le elevate caratteristiche fisiche e ingegneristiche rappresentano una vera e propria anomalia se paragonate alle successive produzioni artistiche. In più, esse sono difficilmente databili e attribuibili, soltanto la convenzione accademica le pone in collegamento a tre faraoni precisi, Khufru, Khafre e Menkaure (tre faraoni della quarta dinastia). Dico convenzioni perché, in realtà nessun corpo è mai stato trovato al loro interno. Come se si fossero dissolti. Evento bizzarro se si ricorda come, la mummificazione in Egitto fosse una pratica tenuta in alto conto e che rasentava la perfezione. Non vi tedierò con i dettagli tecnici ma vi basti sapere che, Giza, e la Valle dei Templi sono il prodotto di una civiltà avanzata che, poi misteriosamente decadde.

Cosa centra con il nostro libro? Tutto.

Se partiamo dal presupposto che, queste costruzioni rappresentano un anacronismo storico, le implicazioni sono molto importanti; significa che è databile nel tempo del mito più che della realtà, un primo tempo che dà luce e forma all’intero passato egiziano e alla storia umana. E in effetti, nei miti egizi si trovano le tracce di questo famoso periodo mitico, una sorta di età dell’oro, chiamato Ted Zepi. Questa misteriosa parentesi, il primo tempo, rappresenta una sorta di periodo contenitore di ogni potenzialità umana, di ogni creatività, che sarà poi espressa dalla costruzione delle piramidi. Questo Ted Zepi, precedeva le età conosciute, prima dei greci e di ogni altra civiltà, tempo felice in cui gli Dei fraternizzavano con gli umani, ricca di accadimenti unici e magici, che per la sua flessibilità si stendeva in un tempo non tempo. In sostanza, il primo tempo non era databile o comprensibile con i sensi umani, o con le categorie scientifiche, ma racchiudeva tutto, presente passato futuro, producendo la verità sotto forma di mito.

Questo tempo sospeso aveva un sistema di ordine cosmico che fu trasferito sulla terra creando la vita così come noi la conosciamo.

Ed è nel campo della mitologia così nebulosa che l’autrice dà prova di genialità, collocando il suo romanzo in questo tempo non tempo. Pertanto non troveremo una dettagliata analisi storica ma più che altro riferimenti reali alla vita egizia, non collocabili in modo preciso o puntuativo.

Il romanzo della Pellegrino si muove sul filo della leggenda, dove tutto esiste in possibilità non manifesta e dove troviamo tutte le caratteristiche della civilizzazione che verranno poi trasferite nel mondo che farà del tempo, dalla data, il suo metro di misura. Vi troverete al momento X laddove lo scontro tra forze motrici, bene e male, darà l’avvio alla civiltà.

E la nostra Ayli è proprio l’ago che aiuterà le due forze che denominerò Seth (il caos) e Horus ( l’ordine) a, sì, scontrarsi ma anche a compenetrarsi, per dare finalmente avvio alla rinascita.

In un calzante susseguirsi di eventi che hanno come obiettivo principale il risveglio del potere della prescelta, la nostra autrice pone le basi per quello che diventerà una saga fantasy di tutto rispetto. Qua troverete gli ingredienti principali, in un parossismo di tensione, quasi irritante, che nel precipitare degli eventi ( la forza oscura che si risveglia) ci daranno i dettagli necessari per seguire la nostra eroina durante il suo apprendimento. E cosa dovrà imparare? Semplicemente a conoscersi, a fare amicizia con un potere che le appartiene ma che è comunque un estraneo che minaccia l’imperturbabilità della sua comoda esistenza.

Perché il prescelto deve, necessariamente, staccarsi dal quotidiano e fare del tempo mitico la sua dimora preferenziale. E questo rappresenta uno shock non solo culturale ma emotivo. Se l’uomo tende a volersi adagiare nella staticità, nell’equilibrio e a raggiungere una sorta di stabilità interiore ed esteriore, altre forze inconsce, presenti in sé, lo spingono a creare nuovi stimoli che lo portano sempre oltre i limiti imposti dalle convezioni sociali.  Ayli lo rappresenta perfettamente; una ragazza che avverte il richiamo della magia ma che  tende per la sua conservazione a voler rifugiarsi nel quotidiano. Come sempre, in un racconto epico, la curiosità la invaderà, costringendola a scoprire delle verità quasi distruttive per la sua mentalità e che al tempo stesso la restituiranno al suo vero io.

Con un linguaggio venato da un liricismo poetico, ricco di descrizioni soprattutto emotive, l’autrice vi accompagnerà attraverso un tempo troppo spesso dimenticato ma che ci appartiene di diritto. Del resto l’Egitto è la culla di ogni civiltà. Che noi lo vogliamo o no, le divinità, le loro festività, il loro ethos ci hanno condizionato profondamente.

Un altro dettaglio. Il titolo stesso del testo è un omaggio a questo grande passato: come non ravvisare nelle dodici porte un riferimento allo strabiliante zodiaco di Dendera?

Vi invito caldamente a immergervi in queste atmosfere, non ve ne pentirete e sarete stuzzicati a voler approfondire le mirabolanti, a volte inquietanti, avventure della nostra eroina.

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