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Questa recensione è stata la mia spina nel fianco.  Questo non per le critiche che dovrei elargire al testo, ma perché essere, stavolta, obiettiva e anaffettiva verso un romanzo mi risulta difficile.

Capite?

E’ uno steampunk ambientato nell’epoca vittoriana. Ora, direte voi cari lettori, cosa lo differenzia dagli altri libri? Tutto. Ambientazione, atmosfere, dettagli e riferimenti a uno dei periodi che fanno germogliare pensieri nella mia mente. E ogni libro che oltre alla fantasia, stuzzichi i neuroni spesso assopiti di fronte all’imperversare di testi retti dalla sola regola del caos, dello scompiglio, sia ormonale o emotivo, rappresenta un dono elargito dalle mie amate muse.

E’ difficile, troppo difficile spiegare a chi non ne ha mai sperimentato la lettura, comprendere perché si ama molto il romanzo vittoriano o neovittoriano, di cui lo steampunk è degno erede.

E’ un età particolare, articolata e variegata in cui si ravvisano due anime: quella bigotta soffocante e ottusa della pruderie (Cito a questo proposito il neo vittoriano di Pietro De Angelis) ma anche spettacolare, dedita al principio del progresso scientifico, dove, grazie alla strabiliante forza innovatrice delle invenzioni, ci si proiettava direttamente in un futuro che appariva prossimo, vicino, abbordabile e foriero di possibilità per tutti. Tutto sullo sfondo di una Londra perduta tra i fumi delle ciminiere, dalla calugine pesante delle nuvole di carbone che celava agli indiscreti sguardi le miserie di una città metropoli. E’ questa contraddizione tra pulizia logica e marciume perverso, tra innovazione e retrogrado pensiero che affascina proprio perché capace di raccontare il vero volto umano oscuro e luminoso, che fa del nostro viaggio sulla terra un’avventura straordinaria.

E il romanzo di Alastor  Maverik e LA Mely, è tutto questo, un inno alla logica del periodo, quella scienza che appariva l’unico vero baluardo contro la disgregazione sociale e morale ma anche uno sguardo scanzonato e irriverente alla chiusura sociale di quel mondo che lottava strenuamente contro la perdita costante di parti di sé.

Perché è questo che rappresenta la scienza, la destrutturazione dello spazio sociale e dei ruoli in virtù di una nuova compagine in linea con le istanze moderniste e globalizzatrici della nazione che cresce. In quel tempo remoto eppure vicino a noi, c’era posto per l’abisso della disperazione creata dalla perdita della creatività accanto, ed è questo lo straordinario all’esaltazione dell’immaginazione. Un immaginazione però, sottomessa all’utilità nazionale, sociale, immediata della finalità cosciente, posta idealmente al servizio della patria britannica ma che in un’ottica di realismo storico era appannaggio dei pochi, molto pochi depositari del potere e della legittimità sociale. Erano i nuovi borghesi, lavoratori instancabili, attaccati al valore della produttività, della prodigalità, della decenza a entrare con passo felpato e sicuro nella compagine elitaria della Londra del tempo, accanto a lord che stentavano a tenere le redini del potere, che dovevano creare un buco nel muro delle regole di accettazione sociale ai nuovi ricchi. E questi, per poter essere davvero accettati, dovevano ripulirsi dalla calugine oscura di fabbriche e di un passato non proprio ricco di principi e di nobili natali.

Una società rampante, florida eppure strenuamente attaccata alla conservazione di almeno una facciata, come se accanto all’innovazione bisognasse garantire lo status quo. Perfette a questo proposito le parole che la Rowling fa pronunciare all’odiosa Dolores Umbridge, rappresentante perfetto di quel self control inglese che tanto accecò e acceca tuttora l’immaginazione del periodo:

Preserviamo ciò che deve essere preservato, perfezioniamo ciò che può essere perfezionato e sfrondiamo pratiche ciò che dovrebbero essere proibite. 

Ecco in sostanza il pensiero vittoriano, l’accettazione della logica fine alla grandeur della nazione ma con le necessarie limitazioni a un’immaginazione (simboleggiata dalla poesia, dal mistero e dall’esoterismo letterario) che potevano spingere la trasformazione oltre limiti non possibili da consentire. Che il mummificato sistema sociale restasse immutato come pegno per l’evoluzione e la prosperità economica.

Ecco tutto questo lo ritroviamo nel libro dei due autori, geniali, perfetti e ricchi di cultura. Ritroviamo l’irrisorio sarcasmo verso l’eccessivo controllo delle emozioni, troviamo personaggi per nulla facili da inquadrare e rappresentanti di quell’ordine nel caos. Troviamo la Londra cupa, annebbiata a vittima di se stessa con le sue eccessiva contraddizioni, le stesse che la portarono al limite. Troviamo addirittura l’accenno, condanna del lavoro minorile pratica diffusa dall’epoca. E l’arrivismo, mosso fino al massimo tanto da contemplare la soluzione dell’omicidio come lecita e addirittura giustificabile. Ma, soprattutto, troviamo un perfetto simbolo dell’asservimento dell’arte alla mera necessita, tanto da scatenare, per forza di cose, una pazzia senza ritorno.

Perché se il concetto base era la sopravvivenza e la conquista di un ambito posto al sole, rappresentato da uno status sociale da raggiungere a ogni costo, per poterlo fare era necessario e consigliato, un modo di vivere tutto basato sulla sottomissione, sulla mansuetudine, sull’abnegazione al padrone di turno, non più l’imprenditore della fabbrica ma anche il marito e l’autorità.

E vogliamo parare della feroce critica sociale verso le istituzioni?

 Morris non è altro che il classico rappresentante dell’investigatore dell’epoca, che prediligeva il palco rappresentato dalla considerazione sociale piuttosto che la risoluzione di casi. Lo  ritroviamo nella cronaca nera del tempo, che considerava importante il mantenimento di un’apparenza, relegando il marciume li nei bassifondi, nascondendolo sotto la coltre del cielo oscuro di carbone. Ignorati, dileggiati, considerati responsabili di se stessi accusati di essere lassisti di fare dell’assistenzialismo il loro mantra , la loro ragione di vita, considerati parassiti in seno all’operosa società, i ghetti londinesi erano un eccezionale amalgama di vite, disperazione, forza e forse, nel loro essere l’elemento deviante sostenevano e alimentavano la considerazione di se stessi, dei signori. Come dire: senza un povero da compatire o da attaccare, una società si troverebbe sotterrata dalle sue contraddizioni interne. Cosi White Chapel, quel contenitore brulicante di vita ignorata divenne facile preda del peggior seria killer della storia, Jack the ripper, tanto che ancora oggi, si dibatte sulla sua identità. All’epoca fu quasi lasciato agire, nonostante le nuove tecnologie,fu considerato quasi una conseguenza della scelta lavorativa di giovani perdute. Prostitute? Esse erano un abominio in seno a una società che della pruderie faceva il suo vanto.

Nicholas e Melinda Hoyt rappresentano la rivolta contro tutto questo. Rappresentano la vera forza della logica, del concetto, dell’innovazione posta a servizio di tutta la comunità. Schierati contro il lassismo rappresentato dall’autorità Morris, devono risolvere ogni caso, ogni mistero per riparare, a un torto subito, un torto fatto non solo a loro stessi ma a tutta la working class del tempo.

E in questo spunta l’elemento stempunk che spinge l’innovazione a limiti quasi moderni, come ribellione ai limiti imposti dalla mentalità dell’epoca e come inno di libertà e ribellione.

La “Hoyt Brothers investigations”. Il loro obiettivo primario è quello di riparare a tutte le ingiustizie di cui il sistema corrotto e negligente non si occupa.

La genialità di inserire una tecnologia anacronistica nella Londra vittoriana racconta come spingere fino all’estremo limite la genialità umana possa portare a un cambiamento non solo tecnologico ma anche e soprattutto mentale. Lo steam è un inno alla vera modernità che fa del ribaltamento degli assunti culturali con cui si ingabbia l’eccesso un valore da coltivare, da rendere quasi dominante nella scarna mentalità dei pavidi e degli ottusi.

E qua si nota come quegli elementi anacronistici gridano ribellione costante a una situazione vista e rivista nei mille saggi storici, a una forma mentis che per quegli stessi riferimenti tecno futuristici ci appare sempre a maggiormente stantia.

Descrizioni al limite della perfezione che mi hanno fatto domandare “ma cosa vogliono da me questi due Autori? non posso analizzarli ma soltanto incensarli”. Ti catapultano in quella magnifica possibilistica atmosfera che ti avvolge e ti ammalia e ti trascina con se, tanto da aver il terrore di arrivare all’ultima pagina e non solo. I personaggi sono di una bellezza commovente, profondamente fragili e forti, profondamente umani ma anche alieni al loro tempo pertanto eterni simboli della genialità umana: altro che scimmia nuda che balla! Chi ha il coraggio di porsi come outsider, chi non ha paura di infrangere tabù, di scoprire che i draghi intoccabili del potere sono soltanto draghi di cartone diventa davvero un essere umano non più solo membro a suo malgrado della comunità.

Ultimo dettaglio. Mel o Melinda, è un affascinante connubio in cui si raccolgono le influenze letterarie più disparata, una sorta di misto tra Sherlock Holmes ( che appare quasi di sfuggita) della Shirley della Bronte e della pazzia passionale di Catherine di Cime tempestose. Ha la genialità e le strane abitudini della Violet di Lemony Snicket,  ha la strana propensione a un cinismo a a un’anafettività di fondo dello Sheldon di “Big Bang theory”. Ha la sostanza e la forza degli eroi descritti da Verne (come non ricordare l’eccentrico capitan Nemo di ventimila leghe sotto i mari)

Un libro ricco, colto, suadente avvincente e geniale che vi consiglio vivamente. A me ha toccato corde nascoste del cuore. E ha smosso quella passione che per correttezza professionale tengo nascosta quando recensisco ma che una volta liberata fa davvero apprezzare la bellezza e la ricchezza di un libro.

 

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