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Luci e ombre della mente e alterazioni di coscienza.

 

Negli anni sessanta, Umberto Eco e altri giovani poeti e scrittori emergenti, fondarono un gruppo dalle finalità dirompenti e sfidanti: decontestualizzare i testi, rompere con gli schemi, creare una connessione forte e istantanea tra coscienza e incoscienza, tra luce e oscurità.

Questo gruppo, detto anche Gruppo 63, scelse volutamente di non darsi regole definite originando opere di assoluta libertà contenutistica, respingendo i normali costrutti narrativi e poetici e sviluppando una ricerca minuziosa di tipo semantico e stilistico. Ecco, quindi che, nelle opere di questo piccolo manipolo di artisti, le parole iniziarono a prendere derive sorprendenti e la narrazione divenne suono e ritmo per l’anima, completezza stilistica e allo stesso tempo erosione di senso e di contestualizzazione spazio-temporale.

Ho fatto questa premessa perché mi è parso, leggendo il romanzo di Giulia Sangiuliano, che esso si possa facilmente inserire in questa scia narrativa destrutturata, in una dimensione spezzata e quiescente in un sottile limbo descrittivo che riposa in equilibrio precario tra coscienza e incoscienza, tra sogno e realtà, tra verità e finzione.

La Sangiuliano costruisce frasi funamboliche, gioca con gli aggettivi sposandoli a sostantivi in modo sfidante e coraggioso. Molte volte, le frasi sembrano sgorgare istintivamente da un’interiorità rivelata fluidificandosi in un percorso di redenzione e riscatto.

Il dottor Clerk, medico imprigionato in una vita solitaria e funestata dai sensi di colpa, si trova a soccorrere la giovane Vittoria, in fin di vita dopo un tentato suicidio.

Supportato da un giovane assistente, anch’esso vittima della sordità del mondo circostante, il medico verrà risucchiato lentamente dall’universo energetico e onirico della giovane paziente dissipando la sottile linea di confine che lo separa da un diverso stato di coscienza.

L’intreccio, che lega la figura del medico e quella della sua assistita, parla di isolamento, di incomunicabilità, di traumi passati e anaffettività e il percorso di svelamento delle loro anime, procederà a tentoni, come se entrambi si muovessero in una stanza buia e priva di ossigeno.

Molte volte, leggendo questo romanzo, si percepisce questa martellante sensazione di soffocamento.

Lo stato quiescente di Vittoria, che mi ha ricordato certe visioni immaginifiche di esseri umani ibernati e avviluppati in dimensioni cerebrali dal forte impatto psicadelico, travolgerà, in una metamorfosi lenta ma implacabile, le vite dei protagonisti rivelando la verità sulle loro coscienze e le luci e le ombre dei loro vissuti.

Le elucubrazioni vegetative di Vittoria si muovono su un piano temporale diverso, seguono regole e dinamiche incontrollabili e non codificabili e, lentamente, ci si rende conto che, quelle stesse riflessioni, potrebbero essere l’incarnazione di altre anime, di altre alterazioni cognitive, frutto di visioni oniriche non sempre comprensibili. Il dialogo interiore di Vittoria si sovrappone a quello del suo medico tanto da confondere i piani narrativi e l’identità stessa dei protagonisti.

L’altalenarsi emotivo della narrazione è il filo conduttore di questo romanzo, un registro stilistico che rende il testo poetico e trasgressivo e ci fa percepire un profondo coinvolgimento emotivo e psicologico della scrittrice.

“(…) Il corpo è l’autocontrollo di una mente menzognera a cui fa gola una verità ingorda. L’indifferenza è il germe, il batterio, derivato da una mente che vive di una propria e indissolubile realtà capace di mettere in subbuglio ogni relativa verità razionalmente trasmissibile. È inizio e fine di una malattia già terminale (…).”

Brani di forte spessore introspettivo intessono la tela del romanzo, talvolta rendendo estraneo il lettore, escludendolo dal contesto e rendendo meno empatici i personaggi.

Un romanzo di grande interesse. Una lettura profonda, da leggere e rileggere più volte, in grado, ogni volta, di trasfigurarsi librandosi in altri universi e rilasciando significati tutti da interpretare.

 

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