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Quello di Isabel Greenwood è un interessante progetto che cerca di creare un armonico connubio tra due generi apparentemente distanti, il rosa (da oggi in poi userò questo termine al posto dell’anglosassone romance) e lo storico.

Sottolineo apparentemente, perché creare uno storico non significa eliminarne il lato sentimentale; amore e sesso esistono dai tempi della creazione umana, addirittura fu, secondo il libro di Enoch, uno dei responsabili della strana e straordinaria mescolanza di Angeli e umani. Fu l’amore a generare eroi che poi contribuirono alle gesta epiche, quelle su cui fu possibile in seguito impiantare i capisaldi della cosiddetta società civile.

Fu l’amore, anzi la passione, la primaria guida per le azioni di tanti uomini illustri, da Teodorico a Napoleone, da Mussolini a Peron, oppure di tanti scempi splendidamente raccontati nel saggio 101 donne più malvagie della Storia, di Stefania Bonura. E laddove la pazzia fomentava un pozzo oscuro di odi e rancori esacerbati da imitazioni dovute ai pregiudizi di un’epoca, qua in Silfrida la passione fa da cornice a eventi profondamente violenti, che cercarono con la loro metodologia priva del self control vittoriano, di dare una “sistemata” alla scacchiera variegata e caotica del mondo di Teodosio.

Un brevissimo excursus storico. Teodosio, o Flavio Teodosio,  fu imperatore romano dal 379 fino al 395 d.c. Fu l’ultimo imperatore a regnare su un impero unificato che fece del cristianesimo non soltanto la religione unica e obbligatoria ma soprattutto un collante capace di tener assieme le diverse parti. Una compagine variopinta e variegata in cui sopravvissero quegli antichi culti che sarebbero poi giunti fino a noi e condannati come diabolici.

Durante il suo regno, le regioni orientali rimasero tranquille ma i Goti (popolazione germanica con una cultura affatto barbarica), insediatisi stabilmente nei Balcani, crearono un motivo di allarme e di possibile turbamento della quieta imperiale. Una tensione che costrinse addirittura l’imperatore associato, Graziano, a rinunciare al mantenimento del controllo delle provincie illiriche passando l’arduo compito a Teodosio, che portò avanti le operazioni militari. Queste condussero, nel 382, a un trattato che li autorizzava a stanziarsi lungo il corso del Danubio, precisamente nella Tracia, e di godere di ampia autonomia. In seguito molti avrebbero militato nelle legioni romane apprendendo gli usi e i costumi e persino abbracciando la nascente religione. Alarico I, protagonista di questo romanzo, partecipò alla campagna che Teodosio condusse nel 394 contro il rivale Eugenio.

Ed è qua che si incentrano le vicende amorose di Silfrida.

Divisa tra due appartenenze, una quasi imposta (quella romana) e una da ritrovare, Silfrida ha nel DNA una certa autonomia e una sorta di mentalità che la rendono estranea. Di conseguenza possiamo dire che in questo romanzo Silfrida rappresenti la vera emigrante divisa tra la volontà di trovare la sua cultura originaria, ma piena di quegli assunti culturali in cui inevitabilmente è cresciuta. È una donna mediatrice, partecipe di entrambi gli ethos e che al tempo veniva considerato un vero abominio. Pertanto, seppur collocata in un preciso sistema ontologico, Silfrida se ne distacca, ricordandoci le splendide eroine di Marion Zimmer Bradley, in particolare Elena (madre dell’imperatore Costantino)  nella Sacerdotessa di Avalon.

La genialità dell’autrice è anche quella di sottolineare, senza interrompere una gradevole narrazione, alcuni punti focali di un epoca: il primo, individuare la grande debolezza dell’impero del tempo, ossia la pratica di arruolare contingenti tra le popolazioni barbare e farli combattere contro altri barbari spesso etnicamente e socialmente affini. Questo comportava un’ideale utilitaristico che si individuava nel cambio repentino di alleanze verso la miglior offerta, contribuendo all’instabilità politica di quel periodo storico. L’altro punto è di aver dato una definizione realistica di barbaro epurando il termine dall’antica connotazione dispregiativa.

Il termine barbaro, infatti, era la parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri che non erano di cultura greca e non parlavano il greco. Era quindi la modalità con cui si etichettavano colore che si ponevano come estranei e dissidenti all’interno di una precisa entità sociale. Ma i barbari (Vandali, Unni Visigoti, Ostrogoti e Celtici) non erano privi di una loro cultura, anzi, la cultura in esame è oggi rivalutata, piena di interessanti concetti politici e innovativi tanto da aver ispirato il lavoro di Tacito.

Barbaro era una cultura altra, spesso incomprensibile e denigrata non per la sostanza ma per il pericolo che orde di estranei rappresentavano per una società in fermento, in cambiamento, e perché no, diretta verso la decadenza.

Leggendo il romanzo, quindi, vi troverete di fronte una storia d’amore posta in un preciso quadro storico con tutte le limitazioni e le consuetudini dell’epoca sospesa tra cultura romana e cultura autoctona. E sarà evidente, che l’onestà intellettuale dell’autrice dovrà renderla viva, attraverso scelte linguistiche (come i nomi in latino) e narrative che per nulla appesantiranno il testo.

Un ultimo dettaglio. Vi ritroverete accennata anche una critica sociale sulla condizione delle donne che, spero porterà il lettore curioso ad approfondire con un testo specializzato.

Un libro scorrevole, elegante, ben strutturato, che come i grandi testi fa rivivere il sogno e l’orrore di un’epoca spesso dimenticata e che raccogliendo l’eredità della Bradley, allieterà le giornate o le notti con uno stile impeccabile.

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