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Una raccolta di poesie quasi grottesca, quella di Andrea D’urso, quasi un passatempo ilare. Ecco come possono apparire le sua poesie a una lettura superficiale. Ma, c’è un ma. Questa raccolta risponde a due importanti domande, quelle su cui tutti i poeti, artisti, scrittori si sono arrovellati nel trovare una risposta: cos’è la poesia? E qual è il senso della vita?

Tutti gli aspetti di questo nostro a volte comico viaggio umano, sono spesso abbelliti ,edulcorati da gradevoli a livello estetico sicuramente, abbellimenti. Ogni emozione anche la più sviscerale, la più immediata e fisica viene quasi circondata da un alone fatato. Troppo fatato. La poesia cosi, invece di mezzo per diversa percezione del reale, diventa una sorta di svista consapevole che orna di belletti anche gli elementi più terreni e primigeni. Come a voler giustificare la carnalità e la quotidianità dei gesti, come se in essi non aleggiasse la considerevole bellezza della vita. Magiare bere, lavorare, diventano soltanto parole a cui il poeta in modo snobbistico, inserisce significati alti, aulici eccessivamente lirici, privandoli cosi della loro bellezza. Se il poeta è colui che ha il coraggio la capacità e la follia di sollevare il velo illusorio della maschera o dello stereotipo, che senso ha allora liberarlo per poi sotterrarlo nel marasma dei liricismi?

Rubinetterie è diverso e pertanto molto più istintivo, più elegante nella sua semplicità di tanti tentativi di usare la rima per rendere accettabile la banalità. D’urso ci fa comprendere come nulla nella vita, tutto ciò che fa parte della vita è davvero banale. siamo noi alla ricerca costante di qualcosa, cosa sia quel qualcosa non ci è dato sapere. E non è usando un linguaggio ridondante che la poesia svolge il suo arduo compito: in un mondo che è sottomesso alla massificazione alla globalizzazione deve semplicemente ( ma non è cosi semplice) restituirci la vitalità del quotidiano. Cosi senza veli ne orpelli inutili. Questo può essere fatto destrutturando i codici del passato, quelli considerati poesia colta, per inserirvi nuove modalità che spaziano dal non sense, all’ironia seria di D’Urso.  L’indifferenza e la noia possono essere combattuti con scoprire il segreto di questo nostro viaggio ossia non è importante dove si va quando piuttosto mantenere un atteggiamento fanciullesco di meraviglia costante. E d’Urso lo riesce a fare. Dissacrante e volte ma con quella ingenuità verace e giocosa del bambino Andrea si muove in un mondo che in fondo non ha bisogno di unicorni arcobaleno per interesse di meraviglia il creato.

Non servono domande di senso e sul senso quando si ha l’energia spinta a percorrere il proprio sentiero, non si devono cercare eroi particolari se non quelli capaci di non lasciare che le responsabilità spengano la fantasia i sogni e il sorriso. La poesia testimonia che la vita non va da una parte precisa semplicemente si muova, in un flusso che poco ha da spiegare a una mente poco allenata capace di cogliere solo una dimensione. Ma sa lo sente con la sua sensibilità peculiare che le dimensioni sono multiple tanto che un rubinetto nella nostra strabiliante percezione non sarà mai soltanto un rubinetto:

 

ma ogni rubinetto ha una sua anima e un suo portamento

non ci avete mai fatto caso? un rubinetto che perde è un po’ come un uomo che piange.

 

In questa poesia si nota come la vera arte del poetare è di notare dettagli profondità in cose apparentemente semplici e banali: per il poeta un rubinetto non è un rubinetto soltanto, ma dotato di una sorta di magia omeopatica che a suo tempo si fa specchio dell’uomo:

 

dio perché io vendo solo rubinetti’

non sono anch’io una creatura?

non sono anche i rubinetti delle creature?

 

Ogni elemento è utile per poter produrre versi, versi che indagano svelano aprono scorci che il mortale non può o non gli interessa osservare. Si indaga sventra quasi la realtà per tornare al punto di partenza:

 

ma poi sento un’altra voce che dice

l’anno prossimo mi metto in proprio.

 

Ecco che il senso diventa un non senso, il poeta che dipende dalle cose della sua quotidianità per produrre sogna, in fondo, di esserne al tempo stesso slegato, immenso in una poetica che non ha bisogno di fonti, di origini ma semplicemente è parte di se.

Una visione religiosa?

Anche. Nella poesia Autostop il poeta dona una strana, visionaria idea del rapporto uomo dio, paragonandolo a quello di un guidatore che accetta, badate bene il verbo, di portare dentro la sua vettura un autostoppista. 

le chiedo come si chiama

 non mi chiamo siete voi che mi chiamate

noi’ Noi chi?

voi uomini voi donne voi

e come ti chiamano?

mi chiamate dio

 

Ecco l’incontro fatale quasi come una assurda coincidenza di un’entità cosi rarefatta che, in questo caso irrompe sarcastica e tenace in quel veicolo complesso guidatore macchina. E’ il guidatore a dover indicare la strada alla macchina che a sua volta macina veloce km senza pensare al paesaggio ma solo alla destinazione. Ecco il rapporto tanto decantato: una strada, un autostoppista, un uomo che un giorno chissà, se per noia o per fatalità, decide di caricare a bordo Dio. Come dire, Dio ci segue fa parte del paesaggio che noi ignoriamo e siamo noi a dovercene accorgere.

Lui è lì immobile immutato a chiedere un passaggio.

Ma cosi certi di come debba essere questo sacro incontro forse, non lo vediamo:

 

tu non sei onnipotente? tu non dovresti….

sai qual è il vostro problema- interrompendomi di colpo-

è che guardate troppi film e non dei migliori

 

La nostra percezione del tutto è danneggiata dalle aspettative, che ci convincono come gli eventi, le persone, gli accadimenti debbano avere il preciso, puntiglioso andamento dei film. Ma Dio se ne frega e ci stupisce restando a fare l’autostop in una strada deserta. Non in cielo, non i un luogo inaccessibile ma li nel posto meno scontato che abbiamo un mondo che ricopre la realtà di illusioni D’urso la ripulisce donandocela tanto da farci capire come Dio si occupi anche di piccoli misteri casalinghi come svelarci il contenuto di un frigo o chi ha divorato le nostre pietanze preferite.

Un altro stereotipo che con grazia e ironia sfalda è quello della poesia maledetto:

 

non bevo non fumo non vado a donne…

ho anche una moglie e un figlio

ma non ho un infanzia tormentata

non mi alzo d’improvviso per scrivere ..

temo purtroppo di non diventare mai un poeta maledetto

anche un poeta la vedo dura…

 

Perché allora D’urso scrive poesie se non ha un malessere così forte o un trauma latente da raccontare?

Perché la poesia è il racconto non soltanto di un dramma interiore a cui da terapeuticamente voce per auto guarirsi ma è il racconto necessario del quotidiano del reale cosi come esprime nella poesia scrivo poesia ma non l’ho fatto apposta:

 

scrivo poesie ma non l’ho fatto apposta

mi vengono fuori cosi un po’ come le puzzette…

la mia è una poesia che ancora ha da venire

ancora deve essere scoperta…

 

L’accostamento alto (il poetare) e profano (l’elemento corporale) creano una dissonanza divertente e scioccante. Ammalierà chi vede nella poesia un mezzo per destrutturare schemi conosciuti che siano anche l’idealismi ma scandalizzeranno i puristi. Ma in fondo cos’è la poesia?

E un naturale bisogno fisico poiché nasce dal mentale che fa parte della nostra struttura biologica il linguaggio ma non per questo meno magica o mitica. l’anima mente è parte di questa struttura complessa chiamata umano e la poesia risulta la sua necessita a comunicare con l’altro sotto forma di simboli o con se stesso con la parte più inconscia sotto forma di linguaggio segreto e codice. cosi priva di poesia la realtà per ironia della sorta è davvero un’innovazione che forse deve ancora nascere dentro di noi abituati a giri di allegorie e metafore che alla fine, lo RI sottolineo nascondono più che svelare.

Altra stupenda lirica è quella intitolata una poesia per lei. anche qua siamo di fronte a un altro intento quello di smontare pezzo per pezzo l’idea di bellezza, di donna angelo ereditata dallo stil novo cosi inaccessibile e etere da sembrare evanescente. Qua la donna ammirata è …donna. senza canoni fissi, senza modelli da imitare, bella perché viva. Bella anche nelle imperfezioni che la rendono perfetta. Bella perché semplicemente esiste. E ogni esistenza è degna di pregio e di lirica. Siamo noi a non voler vedere, ad aver paura di perderci nella realtà.

 

Signorina Ada lei ha paura della notte?

dal suo viso non sembrerebbe

ma è il viso che vedo di giorno e quindi non fa testo

nulla fa testo di giorno..

 

Ecco anche qual a notte ha il valore dell’oscurità, del ctonio e del lato inconscio che nel suo non essere bello secondo i canoni accettati viene quasi snobbato e temuto. Eppure la notte non è mancanza di luce è la luce che si manifesta. solo nel lato tenebroso, in quel volto segreto della luna noi possiamo davvero conoscerci. Del è nella notte che avvengono gli incanti…

Vi invito a leggere anzi a immergervi nella straordinaria poetica di D’Urso  che vi sverlerà un piccolo segreto:

 

i gatti sanno. Loro sanno aspettare

loro sanno il senso della vita

ma non lo dicono

 

In fondo il senso della vita deve restare un segreto poiché una volta svelato il mistero cosa ci resta? una certezza e la certezza diventa presto banalità. il senso della vita ci fa compagnia perché:

 

anche quando sono proprio da solo non è cosi

ci sono i miei sogni..

e quando non ci sono i miei sogni ci sono i miei pensieri.

 

In fondo basta poco all’uomo per affrontare questa incredibile avventura chiamata vita.

 

 

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