Il Silenzio assordante di Luca Rota

 

La prima cosa che colpisce è l’essenzialità della cover e del titolo.  come se l’importanza fosse ed è contenuta all’interno in quelle parole che viaggiano nell’etere, nel mondo numinoso dove l’istinto si perde, accumula energia e la riversa all’esterno sotto forma di versi. Versi che quindi, per la loro genesi e per il loro DNA, vivono e germogliano nel silenzio.

Ma il silenzio è davvero privo di parole di vocaboli?

No. il silenzio è quel contenitore occulto, ctonio di emozionalità, di passioni e di intuito che vive nell’entroterra dell’inconscio. Ctonio infatti sta a indicare la sua natura sotterranea, come acqua che sgorga da un pozzo. È quel pozzo è la mente o l’anima come ci piace tanto definire.

Il silenzio è e deve essere assordante. Deve sconvolgere così tanto l’io proprio perché usa un codice diverso, non fatto si sillabi e di futili dialoghi ma di energie di suoni appena accennati che all’orecchio allenato e sensibile del poeta risuonano così forte che, per forza egli deve produrle su un foglio. 4Un foglio bianco che si riempie di qualcosa di magico e etereo che è solo un minimo accenno alla molteplicità di quel mondo, occulto che fa da sfondo alla poesia. La poesia è dunque essenza di vita, traduce in versi quell’afflato di mistero che un tempo diede vita a una semplice argilla, alla polvere alle molecole per produrre una mente cosciente. È quella mente è parte di questo tutto che solo il poeta, folle e visionario riesce a captare.

I versi di Rota sono suoni veri e propri scaturiti dal logos, pertanto inseriti in un mondo che gli è alieno, distante e minaccioso. Proprio perché portare il paradiso in terra è sì possibile ma spesso ci rende incompresi, derisi forse o soltanto relegati nel mondo misterioso della pazzia. Una pazzia sana certo, non deviata ma sempre altera e cosi occulta da generare se non terrore diffidenza. Lo racconta Shelley nella sua opera in difesa della poesia:

La poesia toglie il velo di bellezza celata al mondo e fa sì che oggetti a noi familiari ci appaiano sotto una luce diversa…

La poesia traduce tutte le cose in amore, esalta la bellezza di ciò che è più bello aggiunge bellezza a ciò che manca di grazia sposa l’esultanza l’orrore il dolore e il piacere, l’eternità e il mutamento tutte le cose inconciliabili che unisce sotto il suo giogo leggero….La poesia ci fa abitanti di un mondo diverso di cui quello che comunemente conosciamo è solo un’ombra…La poesia libera il nostro animo dal velo dell’abitudine che ci impedisce di scorgere la meraviglia del nostro essere, ci spinge a sentire ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo”

La poesia diventa un’esigenza profonda, che emerge da quei luoghi mitici, quei paradisi incorrotti dello spirito facendosi logos, parola, e che scende tra la materia portando con sé le sua contraddizioni e la sua beltà, ma proprio da quel silenzio generatore il poeta sceso in terra si sente:

sopraffatto da quel silenzio che non gli permette di vivere il presente e immaginare il futuro.

Il poeta non è del mondo pur camminando nel mondo, è parte del silenzio eppure lo teme poiché le costrizioni sociali convenzioni e morali gli impediscono di spiccare il volo, lo obbligano a conformarsi ai dettami della sua società di riferimento, lo rendono straniero in patria. Non a caso è stato paragonato il lavoro di Rota a un altro grande artista considerato a volte un disinserito dalla sua realtà: Baudelaire. Nella bellissima “l’albatros” si ravvede la condizione di privilegiato, colui che spiccando il volo si eriga sulla concretezza osservandola da una prospettiva privilegiata a anche la solitudine esecrata da una dose di incomprensione dei ruoli diversificati che il mondo del poeta porta nel mondo volgare. Questo conflitto tra la società e la vita onirica di un luogo altro genere un volontario esilio, doloroso ma necessario affinché la comunicazione tra i due mondi abbia luogo.  rota è sovrano nei suoi versi, e alieno nel mondo di sopra. È il re di quel mondo sotterraneo come Plutone, ma miserrimo e schiacciato, sopraffatto nel mondo della forma. Ed è da questo contrasto da questa dialettica che scaturisce la bellezza e una visione innovativa, multipla e unitaria di quei mondi così distanti Mente e forma che solo il poeta ha il dono di unire.

Nella sua crisi identitaria tra io e nessuno o uno dei tanti, il Rota trae la sua forza vince sul mondo riunendo nelle liriche le due metà di un tutto.  Sa che la maschera che indossa è il velo di Maya che è pronto a sollevare pur con il rischio di apparire smarrito in una realtà che necessita di maschere. Perché la luce che Rota sviluppa nelle poesie acceda, crea attrazione ma anche disagio, illumina antri oscuri che per il mondo di sopra devono restare oscuri, confonde le realtà e le fa nutrire una dell’altra. Svela e rivela. Ed è nel suo rivelare che compie una missione salvifica per l’umanità restituendo a sé stessa la sua originaria casa lo spirito, cosi fustigato dalla materia. Noi siamo energia pura e quella purezza è ritrovabile nell’essenzialità di una lirica che squarcia con violenza il velo, ululando la sua ribellione e anche il dolore di sentirsi strappato in due dalla doppia appartenenza ai due universi.  Il vuoto diventa l’inizio di tutto, ciò che tutto ingloba, il silenzio diviene meta agevolata rende ciechi ai limiti imposti dalla carnalità e al tempo stesso capaci di vedere tutto, di contemplare tutto, assenza di orizzonti e di limiti, quasi sopraffatti da cotanta immensità non contaminata dal vivere prosaico.

E spaventa e ammalia, repulsione e seduzione contrasti che si snodano in uno stile puro scarno ma ricco di figure retoriche, di musicalità e di una sorta di tensione emotiva portata a livelli massimi quasi a sottolineare il baratro tra la pesantezza del concreto e la leggiadria dell’altro mondo.  Come nella poesia il Silenzio:

l’aria pesante accarezza il mio viso

come il profumo di un triste addio

e cadono feroci foglie

intrise di dolcezza apparente

sono fermo o forse no

e contino a provare a volare

distratto nel vento leggero

Qua la dicotomia è tra la pesantezza della forma, dell’essere rappresentata dall’aria che per ironia della sorte è l’elemento soffice per eccellenza. Intrisa di ricordi, di un sé che vive proprio di emozioni dure e intense come la tristezza, come le fini, gli addii, le limitazioni di quella mortalità che la poesia deve e può contrastare. Lo si evidenzia dall’immagine dell’albero che pur perdendo foglie resta lineare e possente cosi come l’anima del poeta ancorata alla terra ma legato comunque al cielo. Albero / poeta asse che collega due mondi, due emisferi due realtà apparentemente dicotomie che spingono pertanto l’essenza della sua interiorità a non rinunciare a spiccare il volo, nonostante le distrazioni del vivere. Il poeta non può essere né fermo né solo forma proprio perché conosce l’immenso disastroso potere dell’interiorità.

In confusione si assiste a una giostra variopinta e multistrato delle emozioni dove tutto si rincorre si mescola si dà il cambio:

ebbrezza totale, rabbia dolore ricordo

e un silenzio in cui mi perdo di continuo

In questo sfaccettante universo mistico si risolvono si incontrano e si scontrano gli opposti che vengono altresì annullati da quel silenzio che per Rota è il contenitore generatore di tutto. Dove tutto esiste in potenzialità, dove appunto l’opposto ritrova la sua unità diventando silenzio. Un silenzio che stride con quella forma che fa pur parte della sua esistenza ma è in questo vuoto in cui ogni cosa perde di identità, anche il poeta che sorga la luce delle parole a dare senso e rumore. E seppur il silenzio/ vuoto lascia un’anima ferita poiché divisa tra la voglia di appartenere pertanto essere e pertanto trovare una forma e la natura profonda di sostanza, cosi labile così sottile da essere impalpabile. Ed è questa lite tra il sé e l’io che rigurgita emozioni cerca do di trovare un senso identitario che possa riunire le due nature altere.

E cosi il giovane Rota si identifica con il poeta viandante, capace sì di elevarsi nel cielo compiere acrobazie negate ai più ma al tempo stesso consapevole di essere come Icaro, di osare l’impossibile rischiando di bruciarsi avvicinandosi troppo a quel sole creativo che gli uomini desiderano, ma che per la loro natura materiale possono solo sognare. Il poeta no. Non sogna soltanto osa, lo sfiora e si brucia.

Ecco che rota rischia, discendendo nell’inferno ossia il mondo si sotto nella sua etimologia più pura o come lo chiama la psicologa junghiana Pinkola Estes il “Rio abajo Rio”, quel mondo dove esiste l’oscurità accanto alla luce, in completa armonia. Un luogo che temiamo proprio per la sua forza simbolica che ci strappa dagli occhi la materia per gettarci spesso impreparati nello spirito/ anima. Un posto pieno di orrori e bellezza che il poeta sa e può maneggiare, di cui è re e sovrano:

una discesa all’inferno per non guardare il giorno

e soffocare dormiente tra i tuoi specchi

una discesa lenta tra distese di fiori di loto

ingurgitando vita

privo della tua corazza di seta padrone del tuo silenzio

Il dramma dell’uomo, di cui Rota si fa voce è di dover spesso rinunciare alla propria anima in favore di maschere, di convenzioni, di compromessi considerando reale soltanto la forma. Questo provoca l’atrofizzazione della sensibilità che non riconosce e non può riconoscere come vera e reale la divisione spirito e materia tra reale e immaginario poiché partecipe di una diversa visuale del vivere. È questo che Rota racconta, la difficile capacità di adattamento di chi non riesce a comprendere e accettare un mondo senza poesia. Me il mondo, ha il terrore inconscio di questa forma di arte poiché sa e riconosce come esse sveli inganni, distrugga illusioni e restituisce la libertà e il coraggio di osare, restituisce l’uomo all’uomo

Chi leggerà immergendosi in queste liriche comprenderà l’illusorio potere dell’apparenza:

di un mondo in rovina cela anime dolci dal volto coperto

l’apparenza di occhi di ghiaccio

nasconde le ferite di un cuore coperto di spine.

 

 

 

 

 

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