“L’ombra di Cenere” di Linda Lercari. A cura di Federica Leva

 


cover

 

Come spesso mi accade, ho scoperto questa storia per caso. L’autrice mi ha chiesto una presentazione, io sono stata affascinata dalla trama e, anziché limitarmi a segnalare il romanzo sul blog, l’ho anche letto.

Il piccolo Haka, chiamato “la bestia”, ha un triste destino: crescere e diventare un coltivatore di riso, come i genitori, isolato e senza amici. La matrigna teme il suo legame con il padre – stretto… troppo stretto – e i bambini lo scherniscono per la sua capacità di empatizzare con i lupi delle montagne. Un giorno, mentre cerca di sfuggire a un gruppo di ragazzini ansiosi di pestarlo a sangue, il bambino s’imbatte nel giovane signore delle sue terre, e il suo destino cambia. Portato al castello, viene educato come samurai, e crescendo diventa un guerriero esile ma temibile: il demone. A venticinque anni, Haka porta nelle sue stanze una concubina ma continua a servire il suo signore Momo, a cui è legato da una solida, incorruttibile fedeltà. Quello che poi accadrà lo scoprirete solo leggendo. Riprendendo la sinossi, posso solo dirvi che, in punto di morte, Haka pronuncia parole che Momo non comprende e che diventano lo spunto per tutta la narrazione. E mi sbilancio, la risposta non è quella che sembrerebbe emergere dopo le prime pagine del romanzo. Al primo impatto, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una storia yaoi con un amore impossibile e una donna disgraziata – la concubina – che viene usata come copertura e costretta a una vita infelice, senza gioia e senza amore… No, le cose non stanno così, o meglio… non del tutto. Vi dico solo che la concubina è forse la più felice di tutti, qui, e che il mistero da svelare è un altro.

Il romanzo è strutturato a incastro. Inizia con la morte di Haka, ormai anziano e, attraverso i ricordi degli amici e l’intervento del narratore ritorniamo indietro nel tempo. Non in modo lineare, ma seguendo le riflessioni di Momo, a caccia di una chiave per sciogliere il mistero delle ultime parole dell’amico. Mi compiaccio con l’autrice per aver incastonato perfettamente i ricordi, creando una narrazione facile da seguire, nonostante sia giocata su diversi piani temporali.

Lo stile è lieve e delicato, e ricrea l’atmosfera placida e intima della cultura giapponese. Anche quando le tende si spalancano sui campi di battaglia, si ha la sensazione di camminare in un vasto giardino di ciliegi, nella fioritura di maggio, e in una giornata di vento, quando le folate distendono tappeti di petali rosa sui prati. Il linguaggio è poetico, e non mi ha stupito scoprire, nella biografia finale, che l’autrice è anche una stimata poetessa. I versi e gli haiku contenuti nel romanzo sono suoi e regolarmente depositati – non usateli, senza credits.

La tecnica è datata, e ci sono alcune infodump, e in altri casi ne sarei rimasta infastidita. Ma qui, in un contesto storico e quasi fatato – capirete perché leggendo il romanzo –, questo tipo di narrazione contribuisce a farci respirare segreti e usanze d’un popolo antico e lontano.

Godibile anche la parte storica, che l’autrice maneggia con autorevolezza e destrezza.

In conclusione, promosso e consigliato!

omanzo sono suoi e regolarmente depositati – non usateli, senza credits.

La tecnica è datata, e ci sono alcune infodump, e in altri casi ne sarei rimasta infastidita. Ma qui, in un contesto storico e quasi fatato – capirete perché leggendo il romanzo –, questo tipo di narrazione contribuisce a farci respirare segreti e usanze d’un popolo antico e lontano.

Godibile anche la parte storica, che l’autrice maneggia con autorevolezza e destrezza.

In conclusione, promosso e consigliato!

 

 

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