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Tempo fa ho  letteralmente divorato un libro noir molto particolare, Nove volte per amore di Maurizio De Giovanni. Particolare perché a differenza di tanti altri gialli e noir non si preoccupava di approfondire tanto la verità giudiziaria o il fatto criminoso in se, ma tentava con successo tra l’altro, di indagare quella zona nebulosa e oscura che si trova in mezzo all’evento criminoso e la ricostruzione dei fatti che, dovrebbe, portare alla sentenza.

La Pellizzari, nel suo primo lavoro giallistico ( tengo a sottolineare che è il suo primo noir) si muove in questo arduo ma interessante campo psicologico, che serve per colmare quei vuoti di domande, motivazioni occulte ma anche che possa delineare e ridonare dignità a una persona che, per colpa di intrighi, pazzia o i soliti tristi e triti fattori di soldi e potere, è stato ridotto a vittima.

Le vittime sono tutte simili, rese spersonalizzate, oggetto di indagini che si concentrano sulle cause della morte, sui moventi, sulle armi sulle modalità in cui da soggetto è passato a oggetto. Ma come ci ricorda la Pellizzari ma anche il suo mentore e predecessore Degiovanni, un omicidio riguarda sempre una vita. Una vita spezzata per colpa di vizi e degrado di un mondo che perde lentamente se stesso, che fa dimenticare al lettore, spesso morboso e assetato di notizia, che quel corpo un tempo viveva, sognava, provava i stessi nostri dolori, le gioia si barcamenava nel modo più dignitoso possibile in quel fiume a volte tormentato che è la nostra vita, il nostro percorso su questa fragile terra.

Ghirardini torna, grazie al testo di Sara e parlarci si sé, raccontarci chi era prima di un evento che ha traumatizzato sicuramente famigliari, ma anche concittadini, svegliati all’improvviso da un orrore che a volte crediamo appartenere a aree degradate del mondo. In fondo è un piccolo, tranquillo pesino no? non siamo mica nel Bronx, nelle favelas. In Italia c’è troppo sesso la convinzione, errata, che il male si annidi soltanto nel marcio, senza comprendere ( è più forte di noi) che il marcio, la stagnazione accade sempre nell’immobilità. Una vita che si richiude in se stessa, nascondendo sotto le assi di un pavimento reso morbido da un tappeto pregiato, le proprie contraddizioni, i bisogno spesso oppressi che scatenano, l’inferno. I casi più drammatici di cronaca avvengono anche li, sotto le vostre tranquille facce, a corrodere un tram tram quotidiano fatto di gesti semplici, apparentemente rasentanti la perfezione. Come se non fossi umani, dotati di bellezza e crudeltà, di orrore e paradiso, ma personaggi di una brillante, edulcorata cartolina natalizia.

Il racconto non rende solo giustizia a un uomo crocifisso sull’altare del gossip giornalistico, fino ad annientarne quasi l’umanità e lo ripeto, la dignità, fono a portarsi via la sua storia, compromessa da quel marcio che per stoltezza o per destino lo ha toccato. ci ricorda come il male è sempre presente. E non ha la faccia ghignante del mostro orripilante, ma il bonario sorriso di un clown. It il bellissimo libro di Stephen King ce lo insegna: sotto i marciapiedi ben tenuti di tante nostre micro realtà, si cela un mostro, pronto a emergere approfittando della nostra disattenzione.

Con uno stile giornalistico, mai scarno, ma attento sicuramente a ridare voce ai sentimenti e alle emozioni, grazie anche a un detective che, nelle sue tragedia personali si apre all’altro in una sorta di contatto empatico, lodo l’innovativa capacità e coraggio di una giovane autrice a cimentarsi in argomenti cosi difficile e scabrosi, senza sostare troppo nel pantano del perbenismo e dell’eccessiva stucchevolezza. Pensato, calibrato, seppur ingenuo per alcune parti, è una strada percorsa in modo davvero ammirevole.

Brava.

Consigliato.

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