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 Ringrazio Alessandra Micheli per avermi consentito di creare (a modo mio) questa sorta excursus sulle tecniche narrative e figure retoriche, dove illustrerò e cercherò di spiegare queste bestiacce sconosciute. Per farlo, tuttavia, ho bisogno di  riepilogare, in breve, la storia della formazione della nostra lingua.

La lingua italiana, così come l’Italia, nacque e fu  decisa a tavolino.

Partendo dal 1861 (anno in cui fu proclamato il primo parlamento italiano) fino al 1870 (anno di annessione dello stato pontificio al regno d’Italia) non esisteva alcuna lingua ufficiale italiana e, questa situazione, si perpetrò almeno fino al 1918. Non che non vi fossero stati tentativi di creazione.

Molti grandi pensatori dell’800 proposero, come lingua ufficiale, il volgare fiorentino utilizzato da Dante, Petrarca e Boccaccio, ma la proposta fu quasi subito scartata. Benché i loro testi fossero ampiamente studiati e discussi, lo stesso fiorentino, dal 1300, si era evoluto.

In questo contesto si propose anche il Manzoni che, con la sua opera, i promessi sposi, tentò l’unificazione della lingua utilizzando il fiorentino volgare, ma quello parlato nell’800. Per questo motivo lo scrittore si ritrovò più volte a dover “risciacquare i panni in Arno”. Anche il suo tentativo si rivelò fallimentare.

 Costruire artificialmente una lingua, pur non essendo un’impresa impossibile (pensiamo oggi all’elfico o al klingon, divenuti fenomeni di massa) pretendere che la popolazione la apprendesse e la utilizzasse tutti i giorni è inaccettabile.

Oggi fenomeni come quello che ho descritto possono essere aiutati dal web o dalla televisione, dal restringimento del nostro mondo. Questo perché “a voi ve manca er popolo”, come fece dire il regista Luigi Magni al buon Nino Manfredi nel fil nell’anno del Signore dove vestiva i panni del ciabattino Cornacchia alias Pasquino è la chiave di tutto.

Il popolo non partecipò all’unificazione italiana così come non partecipò alla diffusione della lingua creata dall’intellettuale di turno.

Ne fu tuttavia il padre inconsapevole insieme alla prima guerra mondiale che, nell’ambito delle trincee, ne fu la inconsapevole madre.

Cosa c’entra il fenomeno della prima guerra mondiale? (che in Itali durò dal 1915 al 1918)

E’ presto detto: fu il primo evento che costrinse milioni di italiani (italiani solo di nome) provenienti dalle terre più disparate e dai dialetti più strani, a convivere per tre anni all’interno di budelli scavati nel terreno. Era questione di sopravvivenza. In qualche modo perfetto stranieri dovevano comprendersi. E il marasma generato, l’idioma che nacque gli Italiani (per la prima volta scritto volutamente in maiuscolo) lo riportarono a casa. I sopravvissuti abituati a parlare un lignaggio che facesse intendere il siciliano con il piemontese, tornando nelle loro abitazioni a fine guerra, portarono nelle loro povere cose, la ricchezza che tutti noi oggi condividiamo: la nostra bella lingua. E cosi,’ grazie poi all’introduzione di mezzi tecnologici quali la radio (Mussolini e il papa tenevano i loro discorsi là), ai giornali, alle riviste, la lingua iniziò a decollare.

Per finire appiattita oggi dalla troppa televisione e da web. Il prezzo da pagare per la continua evoluzione e diffusione su tutto il territorio.

Avrebbe potuto nascere prima?

 Probabilmente si (uso volutamente un avverbio in -mente ) ma la Chiesa, contesto della Controriforma giocò un pesante ruolo.

Martin Lutero, grazie alla recente invenzione (per l’epoca s’intende) della stampa a caratteri mobili (Gutemberg) e al primo libro da quest’ultimo stampato (la Bibbia) rivoluzionò non solo la religione, creando una nuova confessione all ‘interno delle cristianità, ma fu il responsabile dell’unificazione della lingua tedesca. Ogni buon cittadino che si rispettasse, difatti, doveva aver in casa una copia della Bibbia (rigorosamente stampata in tedesco) e, per via della professione protestante, doveva anche leggerla. Questo atto apparentemente innocente, rinsaldò il popolo tedesco in maniera che noi no possiamo minimamente immaginare. Martin Lutero e Gutemberg applicarono il metodo che era già stato ampiamente utilizzato dai Romani per tenere unito l’impero: imponendo lingua e religione.

La risposta della Controriforma con il divieto non solo di leggere ma di non tradurre in nessun modo la Bibbia, non fece altro che riportare indietro nel tempo, fino al crollo dell’impero romano d’occidente avvenuto ben mille anni prima. E questo, spiega in parte l’arretratezza di quasi tutti i popoli cattolici ma soprattutto di quello italiano, ancorato fino al 1965 (anno del Concilio Vaticano II) all’imperfetta traduzione della Vulgata e alla peggiore interpretazione dei suoi stessi sacerdoti, mandando letteralmente a farsi benedire le opere di traduzione dei classici dalla lingua originale (il geco in questo caso) effettuate da filosofi come Marsilio Ficino.

Oggi cogliere l’importanza di una traduzione di un testo sacro o comunque di una traduzione effettuata da una lingua originale non è così immediato.

E non si comprende l’accanimento della Chiesa Cattolica sulla diffusone e soprattutto sulla traduzione operata da Martin Lutero se non si tiene conto che un testo, ogni volta che viene tradotto viene di conseguenza interpretato. E un testo come la Bibbia o le opere di Aristotele, tradotte dal greco in latino e poi eventualmente dal latino alla lingua propria, volente o nolente subisce troppi passaggi di mano. Ma se quello stesso testo venisse tradotto dalla lingua originale a quella corrente, cosa accadrebbe? Che il messaggio (sempre che la traduzione sia fatta bene) diverrebbe immediato. E se quello stesso messaggio fosse letto da un’intera popolazione anziché da un’élite, soprattutto se si trattasse di un testo sacro, potrebbe mettere a rischio l’esistenza stessa dell’élite. Oppure crearne un’altra.

Finito questo lungo preambolo, nei prossimi articoli sarò molto più tecnica e soprattutto sintetica, cominciando dalla “comunicazione”.

Alla prossima puntata.

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