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Anche se lo storico è tornato a rivendicare un suo posto speciale nel panorama letterario italiano ( merito di libri come quelli di Franco Forte, Marco Buticchi,  Marcello Simoni e il grande Colin Falconer, o Ildefonso Falcones de Sierra) non è cosi facile scriverne uno.

Non solo perché è difficoltoso entrare nei parametri, stretti e doverosi, della necessaria ricostruzione di un dato periodo, che presuppone, quindi, una certa distanza tra noi e l’era oggetto dell’analisi romanzata, quanto per l’impegno nel moderare la ricerca con la fantasia. E, per esperienza, so come i campi accademici delle discipline umanistiche, siano molto diffidenti nei confronti della parola fantasia. Eppure, visto non si scrive un saggio, nel romanzo storico la fantasia si rende indispensabile. Penso alla meraviglia del nome della rosa, in cui sapientemente Umberto Eco sa dosare gli ingredienti, creando anzi rimodernando e dando nuovo lustro a una storia antica, di un tetro monaco dimenticato.

Ecco il vero obiettivo dello storico; quello di ripescare dalle polveri di un ricordo lontano, di tomi polverosi custoditi nelle biblioteche, spessore e corpo di personaggi del passato, di eventi che hanno segnato e segnano il presente e che probabilmente decideranno il futuro. E porre fuori dal tarlato baule dall’acre odore di naftalina protagonisti lontani da noi e renderli credibili, vivi e rendere la loro voce tonante, significa entrare di prepotenza nell’ethos particolari che caratterizza ogni era.

Tiziana Silvestrin ha il magico dono di catapultare il lettore indietro nel tempo. Una dote non comune per gli scrittori di storici, che ha l’abilità di coniugare conoscenza e tecnica letteraria. Lo storico, infatti, non è soltanto un narcisistico sfoggio di conoscenza storica, ma soprattutto una modalità comunicativa che intende donare al lettore l’amore per gli eventi passati, la capacità di superare il tempo e lo spazio per passeggiare, conoscere vivere a contatto con i personaggi, con le loro vicissitudini e con la loro umanità. E’ un atto negromantico quasi, quello di far rivivere in poche lettere la vitalità le passioni, gioie dolori e contraddizioni di persone ormai considerate cenere. Eppure, in una lontana epoca, le stesse lasciavano la loro impronta nella storia e nel nostro presente, sognavano come noi, cospargevano di lacrime e sorrisi questo strano viaggio chiamato vita.

La Silvestrin non conosce soltanto la storia, ma anche l’animo umano tanto da rendere Eleonora, Biagio e gli altri persone corporee, quasi toccabili al tatto. Questo perché riesce a inserire una certa psicologia credibile e coerente con il contesto sociale e politico dell’epoca nei protagonisti. Ma non soltanto. Non si limita a raccontare i grandi eventi ma a coronarli della quotidianità, della piccola storia che rende grandi e importanti gli accadimenti. E’ nella memoria collettiva che si fissano davvero i grandi cambiamenti dello scorrere delle ere: la famiglia, il ruolo delle donne, del mistero, delle filosofie più occulte, le dinamiche sociali, gli intrighi politici e persino il paesaggio, il cibo la moda i gioielli sono tutte materia che identificano il segno di uno sviluppo che può sedurre e aprire nuovi orizzonti. E’ quella la vera storia, laddove si riuscirà a capire come la fissità della struttura sociale farà da freno e da sprone peri il superamento o la nascita di resistenze che in un gioco dinamico inseguiranno e allontaneranno lo sviluppo.

In tal senso il capitano Biagio rappresenterà, per la sua ansia di giustizia quel motore propulsivo che sarà la base con cui si supereranno le diatribe potere stabilità. Mentre attorno a lui si gioca una partita a scacchi non tra religioni, ma tra poli di attrazione proprio per quel potere di cui il nostro dall’Orso rappresenta una sorta di nemesi.

Ci troviamo a Mantova precisamente nel 1596.  Precisamente in un ducato retto dall’illustre famiglia dei Gonzaga, precisamente da Federico II Gonzaga. Ci troviamo in una particolare data storica, in cui il navarrese, al tempo Enrico IV appunto. Ed è su questo controverso personaggio, pedina indispensabile della partita protestanti e cattolici che si snoda tutta l’intricata vicenda. Enrico IV, infatti nel 1589 subentrrò a Enrico III di Francia come erede presuntivo del duca d’Angiò. La sua strada verso l’acquisizione del potere fu possibile soltanto dopo l’abiura della religione calvinista (1594) divenendo il primo monarca del ramo Borbone. Fu la morte dell’ultimo dei Valois ( d’Angiò appunto) a scatenare un impasse diplomatico La guerra dei tre Enrichi ossia Enrico III (legittimo successore ma privo di eredi) Enrico di Guisa ( elemento che sarà fondamentale per la successiva storia francese) guida della pozione cattolica e sostenuto, ovviamente dal regno di Spagna (che pensava di sfruttare il caos francese per avviare una campagna contro l’Inghilterra retta dalla Grande Elisabetta e dal duca di Savoia, dall’alta nobiltà e da numerose ricche provincie Champagne, Borgogna e Picardia.

 Enrico in quanto calvinista era finanziato dalla Regina inglese (protestante). Per poter rivendicare le sue aspirazioni monarchiche e per prendere in mano la situazione politica, evitando che la Francia diventasse feudo delle potenze straniere, Enrico si trovò costretto a un azione determinata e forse rischiosa. Annullò infatti, con l’editto di Nemours le concessioni agli ugonotti (calvinisti francesi) esortandoli a convertirsi entro sei mesi o di lasciare il paese. La situazione si aggravò con la scomunica di papa Sisto V e la successiva irritata missiva dell’impavido Re ( che apostrofò Sisto con l’appellativo di “Monsieur Sixte soidisant pape ossia signor sisto sedicente papa)

Furono questi gli eventi che costrinsero il navarrese a convertirsi e da questa scelta politica ( lo sottolineo) che la Silvestrin innesca uno splendido affresco di quegli anni bui e tormentati. In un contesto in cui si cercò di porre fine alle guerre di religione iniziate nel 1562 tra cattolici e ugonotti con l’editto di Nantes ( 1598) con il libro abbiamo la possibilità di osservare in un ottica privilegiata tutte le manovre di assestamento del neonato stato borbonico francese.

Il perfetto controllo della situazione politica fu possibile soltanto con una sorta di compromesso che fece cedere ad Enrico una parte del suo libero arbitrio assoggettandosi non soltanto alle direttive del nuovo papa, Clemente  VIII, ma anche sacrificando la propria vita privata. Nel 1572 Enrico sposa infatti Margherita di Valois “la regina Margot figlia di Enrico II di Francia e Caterina de Medici ma il matrimonio fu dichiarato nullo nel 1599 a causa dell’assenza di eredi.  Pertanto, dopo accorte manovre diplomatiche, perfettamente descritte dalla Silvestrin, Enrico sposa Maria de Medici. Un abile mossa che consentirà una pace duratura:

il re di Francia non può sposare chi vuole…..proprio mentre sullo scacchiere europeo si sta giocando una partita pericolosa tra forze cattoliche e protestanti. Questo paese è stanco di guerre, vuole la pace e questa può essere assicurata solo attraverso un’oculata politica matrimoniale”

La bellezza della ricostruzione storica è rasa ancora più intensa da questo difficile sistema di alleanze. Ed è quello il pregio della nostra autrice. La sua capacità storica ma soprattutto psicologica approfondisce in modo perfetto l’ethos che era a capo e comandava scelta a noi incomprensibili. Enrico, re quasi mitizzato, si rende reale e corporeo e ci fa partecipi di un dramma che spesso, i testi accademici non tengono conto: quello di sacrificare i propri moti dell’animo per il popolo, per il mantenimento di un equilibrio politico e per assicurare la continuità del potere. Se Biagio Dell’Orso è il rappresentante epico di una seta di giustizia, Enrico e la sua amante Grabrille d’Estrees sono i simboli di come l’umanità, le passioni, la volontà personale all’epoca fossero annullate. Letteralmente. La persona veniva sacrificata dalla ragion di stato. Il sentimento era riservata a pochi attimi rubati. Le donne, in particolare, erano semplici pedine in un settore comandato dagli uomini:

la bocca sottile di Gabrielle si piegò in una smorfia amara nel ricordare come la sua famiglia l’avesse sacrificata sull’altare dell’avidità”

 

confusa, mortificata infelice mentre ascoltava la voce di fogliamorta che le parlava del suo splendido futuro aveva capito quanto poco contasse per tutti loro.

E’ forse, il capitolo più bello, più intenso e commovente, quello di una donna bellissima ma profondamente sola che paragona la sua vita emotiva:

 

a un deserto… nessuno l’avrebbe amata.

La delicatezza con cui l’autrice sa tratteggiare il dramma personale di tante donne dell’ epoca, di cui Grabrielle è soltanto un esempio, ci dona la capacità di osservare non solo la realtà dell’epoca ma anche la nostra, laddove spesso, consideriamo i vantaggi derivati da una lotta come quella femminista, che consideriamo scontati. Poter scegliere chi vuole sposare, poter sviluppare la propria intelligenza anche al di fuori dei matrimoni, essere staccati dall’imposizione famigliare, poter studiare ed essere sapienti, non sono abitudini: sono conquista che dobbiamo ritenere sacre in onore di quella donne costrette e rinchiuse nelle convenzioni sociali dell’epoca. E’ in onore e rispetto di tanti amori rubati, di tante illusioni e di tante sofferenza che dobbiamo rispettare anche le più piccole (per noi fruitori della modernità) concessioni.

Grazie a personaggi di uno spessore umano raro per un libro storico, l’abile mano della Silvestrin ci guida attraverso eventi che non ci appaiono più così distanti, ma vicini a noi più di quanto pensassimo. Consigliato a tutti coloro che desiderano una storia avvincente, viva e pulsante come il cuore ferito della bella e sfortunata Gabrielle d’ Estrées.

 

 

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