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Chi mi conosce bene o pensa di conoscermi, ogni tanto mi domanda dove prendo le idee quando scrivo. Quando glielo dico, non so perché mi guarda torvo.

Mia madre, la quale è ben informata sulla fonte dei miei racconti, sostiene che mangio troppo pesante e che se mi mettessi a dieta sarebbe meglio. Magari scriverei favole. Forse ha ragione.

Considerando che la maggior parte delle cose che scrivo sono tratte dai miei incubi, probabilmente la sera dovrei davvero mangiare meno. Tuttavia, se devo dar retta alla scienza, la quale ci dice che in realtà i nostri sogni sono solo delle rielaborazioni del nostro cervello su fatti capitati durante la giornata, la dieta non serve.

Domanda: che cosa vede la mia mente nel corso della giornata per rielaborala sotto forma di incubo durante la notte?

Ai miei amici (che continuano a guardarmi storto) rispondo: voi come fate a seguire almeno tre telegiornali al giorno e a vivere tranquilli come se niente fosse?

Lo ammetto, sono scorretta: non si risponde a una domanda con una domanda, ma questa è una domanda retorica (almeno per me) perché, in fin dei conti, quello che scrivo non è altro che il parto della mia fantasia (un po’ particolare, d’accordo), quello che racconta la televisione invece no.

Quindi il vero horror (splatter incluso), sia voi che loro, lo guardate scorrere tutti i giorni su quella piccola scatola quadrata che avete in casa. E chiedete a me che cosa mi ispiri?

Vi svelerò un piccolo segreto: quando ero in terza media, la professoressa di italiano ci impose di seguire il notiziario della sera, scrivere le notizie sul quaderno e leggerle a scuola il giorno dopo.

Questo per abituarci a seguire i telegiornali e a non restare ignoranti.

Una noia mortale.

Ma fu lì, che per la prima volta ebbi l’ispirazione: la mia testa, già allora, funzionava in maniera diversa, così convinsi le mie amiche a creare un tg parallelo. Nacque il Mortiziario. Era il 1984. Fu subito successo.

Alla fine dell’anno scolastico eravamo diventate delle anchorman famosissime e imitate.

Ovviamente rendevamo la cosa in chiave comica e riuscivamo a produrre servizi con tanto di effetti speciali (un registratore e rumori di sottofondo). Se ci penso, quasi quasi avremmo dovuto brevettare l’idea e farci pagare i diritti d’autore.

Poi gli scout, le serate intorno al fuoco a raccontare storie lugubri hanno fatto il resto. In fin dei conti, escludendo la realtà che mi supera ampiamente, basta guardare al di là delle cose per coglierne talvolta la vera essenza.

Dopo questa divagazione, per tornare all’argomento iniziale, l’ispirazione e la sua conseguenza (è sotto gli occhi del lettore), faccio appello ai miei ricordi di letture infantili: fiabe, favole, miti, leggende e quant’altro.

Chi, leggendo da bambino la versione originale di Barbablù, non è rimasto terrorizzato al vedere, insieme alla protagonista, le teste mozzate delle altre mogli? Se avete letto la versione edulcorata peggio per voi!

Vogliamo parlare di Cenerentola, le cui sorellastre si tagliano i piedi pur di farli entrare nella scarpetta? Davvero un’immagine graziosa.

Biancaneve, per i fratelli Grimm, era una smidollata e i nani dei trogloditi. E vi dirò di più: non si sveglia affatto per il bacio del primo amore, bensì ruzzolando mentre viene trasportata via nella sua bara dai nani. Sputa il pezzo di mela che le era rimasto in bocca e si rianima. Pensate un po’: morta apparente, quasi seppellita viva e con un bozzo in testa quando si sveglia per un null’affatto romantico capitombolo dalla propria bara.

Eh sì, direi che non c’è male per assicurarsi che i bambini non dormano la notte. Questo perché la fiaba non è stata creata per i bambini, anche se vi hanno insegnato il contrario. Racconta, in un modo particolare, l’iniziazione alla vita adulta di un giovane eroe, il quale di solito matura una condizione finale diversa rispetto alla partenza. Da stupido a maturo, detto fra noi. È la nostra civiltà che ci ha portato a cambiare le condizioni delle fiabe e a portarle a dimensione di bambino.

La Sirenetta per Andersen muore; vive felice e contenta per Disney. Anche a me piace di più questa versione, ma non è quella originale. Vogliamo, anzi abbiamo, un disperato bisogno di lieto fine, perché nella nostra disgraziata società i mostri hanno l’aspetto non del lupo, ma quello di un signore perbene in giacca e cravatta che ti cattura, ti fa a pezzi e ti sotterra nel suo giardino. O nello scantinato. O in una camera bunker di cui nessuno sospetta l’esistenza.

Parliamo di favole: da non confondere con le fiabe. Sono più antiche, contengono una morale, e normalmente gli interpreti sono animali (per il gatto nero mi sono ispirata a queste ultime), ma vi garantisco che non sono affatto sdolcinate, e anche queste sono destinate agli adulti. Visto che tanti non le capiscono, meglio che le leggano i bambini, potrebbero sortire un effetto migliore!

E se andassimo indietro nel tempo? In fin dei conti le fiabe sono un’invenzione che risale più o meno al Medioevo. Prendiamo la fiaba più antica giunta fino a noi: il mito di Gilgamesh. Costui è il primo uomo, dopo varie avventure incontra un nemico, Enkidù, che dopo essergli diventato amico ha la bella idea di morire, gettando nel panico il povero Gilgamesh che di morire non ha nessuna intenzione. Cerca un rimedio alla mortalità, lo trova (dopo aver faticato come un bue), e che gli succede? Si addormenta accanto alla pianta che dà l’immortalità, arriva un serpente e se la pappa lui. C’è da dire che gli antichi avevano anche senso dell’humour.

Passiamo ai mostri di vario genere: che ne dite dell’Idra di Lerna? O della Chimera? Se non vi stanno troppo simpatici potete sempre rivolgervi a Medusa: vi posso garantire che guardandola rimarrete di sasso. E se non vi va di farvi ammaliare dalle Sirene (racchie come poche con il corpo da uccello e testa da donna), potete rivolgervi alla Sfinge che ha inventato l’enigmistica (per il pagamento esige la vostra vita).

Fate attenzione comunque, perché se pensate di essere esenti dall’incontrare personaggi ameni come farabutti e serial killer, vi sbagliate di grosso. Pensate a Medea: ha trucidato il fratello spargendone le membra per rallentare gli inseguitori, ha ucciso i propri figli (e non è stata la sola) per far dispetto al marito.

Clitennestra (moglie di Agamennone, grande eroe greco) ha fatto fuori marito e schiava (la

povera Cassandra, maledetta a sua volta da Apollo) e il figlio ha fatto fuori lei e si è ritrovato a scappare dalle Furie o Erinni.

Insomma, da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre convissuto con il terrore (e con le soap opera!).

Come dice saggiamente Qhoelet “Non c’è niente di nuovo sotto il sole.”

Che vogliamo farci? Le abitudini sono dure a morire, e quella di spaventarci sembra la più longeva. Quindi smettiamo di dire che l’horror è un’invenzione recente; Poe, Lovecraft, la Shelley lo hanno attualizzato, ma come me, non hanno inventato niente di nuovo.

Non ci credete? Peggio per voi! Ci credete? Tanto meglio!

Così, mentre vi lambiccate il cervello alla ricerca della soluzione al dilemma, nel miglior stile circense, io continuo a lanciare il mio “Venghino, signori! Venghino!”, aspettando che per tre soldi entriate nel mio circo, dove, vi prometto, avrete lo spettacolo per il quale avete pagato, e dondolandovi in quel luogo sospeso tra realtà e sogno, decidiate di lasciarvi di nuovo guidare da me. Altrimenti la risposta la conoscete già. Peggio per voi!

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