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Cosa vuol dire leggere? Non posto la definizione della Treccani perché sarebbe assurdo.

Tutti sanno cosa vuol dire leggere, lo state facendo anche adesso.

Leggere significa informarsi, prepararsi, distrarsi. Significa anche innamorarsi, detestare, ridere, piangere. E tante altre cose.

Ultimamente però, sembra che leggere sia diventato sinonimo di indignarsi.

Una bella storia, se narrata bene, resta sempre una bella storia. Al di là del contenuto.

Un autore ha il diritto e il dovere di divulgare la propria creatività. Ha il diritto e il dovere di renderci partecipi della sua immaginazione.

Prendiamoci per mano e facciamo una riflessione, tutti insieme. Signore e signori, mettetevi comodi: It’s showtime.

Chi di noi non ha letto almeno un libro che contiene violenza? Chi non ha mai avuto tra le mani una storia in cui un determinato passaggio, o la storia stessa, fosse pregna di crudeltà? Non mi riferisco al genere erotico, ormai solo farcito di scene sadomaso, frustini e vattelappesca.

Parlo di altro. Roba brutta, roba pesante. Roba che solo un narratore può aver concepito. O un folle con l’intento di mettere in pratica determinate fantasie, direbbe l’uomo comune.

ALT.

Un autore resta un Autore. Non è uno psicopatico. In alcuni casi lo è, ma questa riflessione non include quest’eccezione. Era ironia, per chi non l’avesse colta.

A volte si scrive sforzandosi di fare più danno che beneficio, solo per protesta. L’autore butta su carta le sue frustrazioni, la cruda realtà per avere qualcuno con cui condividere. Per non sentirsi solo.

Una perla di saggezza per chi ancora vive tra le nuvole: lo scandalo, vende. E vende assai. Lo sa bene Brett Easton Ellis, che col suo American Psycho è riuscito a dar vita a uno dei più spietati serial killer della letteratura. Ne ho anche una riproduzione alta 30 cm in casa, di Patrick Bateman. Con tanto di ascia in mano. Per non parlare di Thomas Harris che, per chi non lo sapesse, è il papà di Hannibal Lecter. Chapeau, Mr. Harris, per la bellezza, la grazia e la profondità di questo spettacolare personaggio.

Scandaloso, indecente: scabroso. Che paroloni. Brrr… che paura. E che attrazione.

Non ho scoperto l’acqua calda, è la pura verità. Siamo attratti dallo scandalo. Le riviste che spopolano più di tutte, in edicola, sono proprio quelle che trattano quest’argomento. Il Bardo dell’Avon l’aveva capito prima di Signorini.

Il libro più scabroso che abbia mai letto, è Le undicimila verghe di Apollinaire. Vi copio la definizione dei contenuti, presa paro paro da wikipedia:

Non manca nulla: ipersessualità, pederastia, sodomia, lesbismo, onanismo, voyeurismo, feticismo, sadomasochismo, pedofilia, gerontofilia, zoofilia, coprofilia, necrofilia, orge, stupri e omicidi.

Il tutto magistralmente redatto in chiave grottesca. Quindi, da considerare “con le pinze”, in poche parole. Ci sono scene, tra quelle pagine, che fanno arricciare il naso. Perché se ne sente addirittura l’odore. Ne avevo sentito parlare, ero curiosa e l’ho letto. E poi, sono passata ad altro.

Ho letto anche il marchese de Sade, col quale condivido la data di nascita. Non vado oltre ad analizzarlo perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Ma i suoi, più che romanzi, sono resoconti di una vita dissoluta. E ha anche pagato abbondantemente, per quello.

Altri esempi? Il male naturale di Mozzi. Considerato spazzatura da molti, visto da altri, me compresa, come manifesto della malvagità dell’essere umano.

La prima ipotesi, quella di considerarlo spazzatura, è da attribuire all’autore?

Un essere senziente munito di una modesta intelligenza, a questa domanda risponderebbe: no. Ma purtroppo, su quella scialuppa, sono rimasti pochi posti. È più semplice dare addosso all’autore, capace di narrare un episodio di pedofilia con una calma disarmante. Ma sì, tacciamolo di perversione e strappiamogli il cuore. Accendete il rogo! Ehi, voi con le torce: qui ce n’è un altro, da dare alle fiamme!

Doveva risultare scontato, anzi, assiomatico che dopo la lettura di quel testo, avrei dovuto indignarmi. E perché? Perché l’autore è stato in grado di farmi fare un viaggio allucinante attraverso il male assoluto? Odiarlo? Per quale ragione? Perché è riuscito a gettarmi addosso schifo, paura e ansia? Per aver saputo evocare situazioni terribili? Un applauso, semmai. Perché ha centrato il punto. Questo è il pregio di un buon Autore.

Censura. C’è una linea sottile che divide la buona censura dalla cattiva censura.

La buona censura è preservare il buon senso. La cattiva censura, è condannare la creatività.

Detesto gli ipocriti puritani che si ritrovano un topo al posto del cervello, e che imbracciano l’artiglieria pesante appena si affaccia una scomoda verità alla porta della ragione. Non parlano per me, mi dissocio dalle loro idee.

Detesto le donne frustrate che si definiscono lettrici incallite solo perché leggono millemilioni di romanzi al mese, recensendoli con discutibile professionalità, e che quando incappano in questi testi si girano di tre quarti, nascondendo il visino innocente dei loro pargoli, mentre sputano addosso all’autore. Parlo delle stesse che hanno acquistato l’intera trilogia delle gesta di Christian Grey e che la considerano un classico della letteratura erotica. Henry Miller si rivolta nella tomba ogni volta che Anastasia Steele sospira di piacere. Lui sì che ha il diritto di indignarsi, davanti a tali baggianate.

Cos’altro c’è nel cesto, vediamo un po’ cosa trovo… Nabokov. Ma come ha potuto questo scellerato scrivere di rapporti tra un uomo adulto e una dodicenne? E quella matta da legare della Aury? Ah, ma la zozzona ha usato uno pseudonimo. Si è vergognata di farsi riconoscere, di raccontare, di divulgare il suo vero nome.

Lo stesso Stephen King, in una novella racchiusa in Incubi & deliri, un’antologia di racconti degli anni novanta, narra la storia di una donna che come mestiere fa le pulizie in un albergo. Consigliata da una fattucchiera di dubbia competenza, questa cameriera indigente raccoglie lo sperma dalle lenzuola di uno scrittore, quando lascia la stanza, e lo ingoia, per far sì che il bambino che porta in grembo, possa usufruire del sacro sapere di quest’ultimo. Che facciamo, accusiamo il Re di perversione? Lo bolliamo come depravato, pazzo maniaco per aver scritto una tale oscenità? O a lui perdoniamo tutto perché è Lui?

La verità è una sola: se non si è pronti a leggere determinati temi, si lasciano stare determinati romanzi. Se non si è abbastanza adulti, come età mentale, intendo, da capire che un racconto è solamente un racconto, smettiamo di evolvere.

Mi rendo conto che la censura è necessaria, ma deve essere considerata una questione morale che protegge l’ingenuo dalla vera immoralità. Un argomento spinoso che racchiude diverse forme di espressione artistica: letteratura, pittura, musica.

Ho ascoltato abbondantemente Marilyn Manson, in passato. E ancora lo ascolto, certe volte. L’ho visto dal vivo e ho applaudito quando ha stracciato la Bibbia, dandogli fuoco, per poi sputare sugli astanti. Era la classica americanata, era spettacolo. Pura provocazione.

Nel mio lettore Mp3 girano canzoni che inneggiano alla violenza, alla corruzione, alla depravazione. Che strano: sono normale. Alcuni potrebbero dire il contrario, ma non fidatevi: sono fonti poco attendibili. E mi fermo anche a odorare le rose, se capita. Forse perché in mezzo a quelle canzoni, a random, si alternano anche Mozart e Beethoven. Bei ceffi pure loro, comunque.

Alcune persone si suicidano dopo aver ascoltato una canzone che istiga a farlo. Mi dispiace. Ma c’era un tarlo, nella loro mente. E se non fossero esistiti i Black Sabbath a insinuare coi loro testi quest’idea malsana di togliersi la vita, ci avrebbero pensato il tempo, l’esperienza, la vita stessa, a premere quel grilletto.

Dove voglio arrivare? Ad aprire le capocce di chi vuole intraprendere il viaggio della lettura. Voglio che si distingua tra il bene e il male, perché è un attimo fare la stupidaggine di puntare il dito verso il bersaglio sbagliato. Una volta che parte il colpo, però, non si può fermare.

Fate molta attenzione, ai giudizi, alle speculazioni del “sentito dire”.

L’essere umano ha bisogno di testi forti, di autori che siano in grado di far vedere cosa c’è dall’altra parte della parete dorata. C’è bisogno di leggere orrore, devastazione, distopia, violenza. Vonnegut, Orwell, Bukowski… lo stesso Wilde che considero un Genio, sono stati censurati, condannati senza appello per la loro inventiva: per ciò che hanno scritto.

Il lupo cattivo esiste, e sta solo a chi lo incontra stringergli la mano o piantargli una pallottola in mezzo alla fronte. Le favole insegnano. Fa parte di noi, il Lato Oscuro. Chiedete a George Lucas.

Non si condanna un bravo autore perché ci apre gli occhi. Se si scrive di certe brutture, è perché esistono. E ringraziamo il cielo che c’è chi lo sa raccontare con stile, andando contro corrente, fregandosene apertamente di ciò che può scatenare il suo lavoro.

È sano, leggere libri che parlano di violenza per poi rifletterci sopra. È sano andare alla ricerca di cosa può nascondersi nel buio.

Non si ha una pistola puntata alla tempia, mentre si leggono certi argomenti. Si può anche evitare. Ma è difficile, vero? Se tutti ne parlano, perché dovrei essere proprio io l’unico a non esserne informato? E se poi negli spogliatoi della palestra, qualcuno mi chiede? Che rispondo, che sono un ignorante? Non sia mai! Mi devo adeguare. Devo conformarmi, essere preparato, dire la mia… non c’è niente di più sbagliato. Chi la pensa così, la sa fare la lana? No, perché le vere pecore la fanno. Loro almeno sono utili per qualcosa.

Segnalare un testo, battersi per farlo censurare, quando la considerazione resta soggettiva, è pericoloso. Se quest’azione è dettata solo dall’invidia, ovvio. Bisogna essere competenti, per farlo, e resta comunque una decisione che va presa con cautela.

La conoscenza protegge. La paura dell’ignoto genera ignoranza, e l’ignoranza è la minaccia di questa società.  Si teme ciò che non si comprende. E da lì parte tutto il resto.

Leggere è anche questo: comprendere. Imparate da chi cerca di insegnare, e non dalle idiozie di certi romanzucoli senza senso. Abbiate rispetto e, soprattutto, pietà per la vostra intelligenza. Non facciamoli nemmeno entrare in questa elucubrazione, quei contenitori di sesso esplicito da due soldi bucati. E pure mal descritti.

Conoscere significa poter scegliere da che parte stare. La censura senza giusta causa, è dannosa.

E come tutte le cose, la moda, ad esempio, vive le fasi dell’umana comprensione e viaggia con lo specchio del tempo.

Il fazzoletto che le showgirl indossano al posto delle gonne, avete presente? Forse molti di voi sono troppo giovani, per saperlo, ma negli anni settanta, la stupenda Raffaella Carrà indignò l’Italia intera per aver fatto vedere l’ombelico. Non si è fatto male nessuno, mi pare di ricordare.

Una storia scomoda dà fastidio per definizione.

Offende il comune senso del pudore: è solo una storia.

Va contro la morale: è solo una storia.

Può fare del male: è-solo-una-STORIA. Possibile che sia così difficile capirlo? Non è un resoconto giornalistico, non si parla di accadimenti reali. Scindere le due cose, pare sia davvero complesso, per certe persone.

Io mi piazzo dall’altra parte della barricata, tra quei coraggiosi che gioiscono del fatto che esistano ancora autori – quelli che possono, perché solo loro sono autorizzati a farlo – che se ne sbattono altamente della censura e si scontrano con la morale comune, raccontando storie che vanno oltre, permeando le loro pagine di abominio e ripugnanza. Perché altrimenti non esisterebbe nemmeno il cinema. O vogliamo dare fuoco anche a quello?

Un esempio pratico di come si può travisare, evitando di informarsi per dar retta a chi insorge a prescindere. Avete presente The Rocky Horror Picture Show? Vi faccio notare la decontestualizzazione, quando ci si schiera dalla parte sbagliata.

Se una cosa parte con ironia, se tutti ci ridono e tutti lo considerano un capolavoro (mi metto nel mucchio), cosa c’è di strano a parlarne? No, non mi riferisco all’argomento principale per il quale ha suscitato scandalo: il travestitismo e l’omosessualità. Per chi lo conosce, vi siete resi conto che c’è una scena di cannibalismo? Passa in secondo piano, vero? Vedete? Il contesto è divertente, in fondo è un musical di culto. Ma c’è del cannibalismo. O non ve ne siete accorti? Grottesco anche quello. Cinematografico e trattato con ironia. Ma c’è.

Vogliamo esiliare dalla Terra i registi/narratori indipendenti che non hanno budget hollywoodiani, ma che strappano il velo del perbenismo con le loro visioni paradossali della vita? Refn, von Trier, Lynch, Park Chan-wook? Lo stesso Bertolucci? Se non sono pellicole adatte alle famiglie, li buttiamo giù dalla scogliera? È così che si ragiona? Io mi chiedo: come siamo arrivati a questo?

È finzione, la narrazione di qualcosa, magari dettato da un articolo di giornale, da una storia vera, ma è pur sempre finzione. Il vero Autore attinge da ciò che vede, che sente: che prova.

Se un buon testo, una buona storia, scatena indignazione per il contenuto, all’autore va dato merito. No, non sono pazza. Sono solo in grado di distinguere tra realtà e fantasia.

Sono in grado di riconoscere un buon testo.

E poi ci sono gli altri. Per altri, intendo la miriade di quelli-che-non-si-possono-nominare per vari motivi. Ce ne sono troppi, si sentono bravi, arrivati, forse perché la mamma o il fratello hanno detto loro di esserlo, et voilà: autostima a mille. Sono seguiti, vendono come il pane e ancora mi chiedo com’è possibile. Ma soprattutto, sono ignari di quanto danno stanno facendo alla letteratura. Già, danno. Incalcolabile.

Alcune storie nel cassetto, devono essere seppellite con l’intera scrivania. Non dovrebbero mai, e ripeto: mai vedere la luce. Immondizia, spreco di tempo, di denaro e di spazio. Esequie dei vari generi, soprattutto l’erotico, imbottiti di scempiaggini paradossalmente più che scabrosi: li definirei assurdi. Ebbene sì, ci sono anche persone che non sanno scrivere, oltre a persone che non sanno leggere. Brodaglie insulse di accoppiamenti, trame inconcludenti al limite della testata al muro, dialoghi imbarazzanti. Un minestrone di amenità che però, scala le classifiche. Ohibò! Com’è possibile? Semplice: perché l’era del cinghiale bianco, è defunta.

Vi racconto la mia esperienza. Mi distacco da questa riflessione un solo momento, per far capire cosa significa travisare.

Non scrivo erotici. Sì, nel mio romanzo c’è dell’erotismo, ma non era quella la mia intenzione. La mia intenzione era un’altra. Volevo adulterare la mistificazione del vampiro tipo, e descrivere un pezzo d’Italia vista dagli occhi di un’italiana. La spintarella me l’ha data Dan Brown con le sue improbabili escursioni culinarie che non hanno trovato modo di essere corrette, essendo lui americano. Ho deciso di ergermi a paladina della Giustizia del Bel paese e ne ho fatta una crociata personale: i curatori degli Uffizi non pasteggeranno mai con un Barolo, al loro tavolo ufficiale, caro Dan – riferimento preso da: Inferno.

La crociata ha avuto inizio così. Poi mi sono fatta prendere e nella narrazione, è arrivato di tutto. Chi ha letto il mio romanzo ha notato le varie digressioni, e non parlo di quelle numerate. Ce ne sono altre. E molte sono talmente slegate dalla storia che si potrebbero definire “fuori tema”. Era esattamente quello, lo scopo. Un’interruzione continua del flusso narrativo che doveva infastidire il lettore, farlo riflettere su più argomenti per volta. E soprattutto su una cosa ben precisa: come sia semplice buttare giù scene di copulamenti, tra un capitolo e l’altro. Come sia semplice attirare l’attenzione se ci si aspetta del torbido.

Mi chiedono spesso se voglio cimentarmi in altri generi, a parte l’erotico, e io rido. Non scrivo erotico. Non è il mio genere, non lo è mai stato. Era un esperimento. Ed è riuscito perfettamente. C’era anche dell’altro, ma l’hanno capito solo alcuni eletti.

Rientro nei ranghi.

Il mio Romanzo preferito, scusate, ma qui la maiuscola referenziale ci deve stare, è Il conte di Montecristo. Pochissimi sanno che questo capolavoro, come molti libri dei secoli passati, è stato censurato in svariate edizioni. Non faccio l’elenco dei vari tagli che sono stati apportati, ma una delle cose che non appare in molte traduzioni, è una frase in cui Edmond Dantès si paragona a Dio. Qualcuno avrà preso fuoco, nel leggere quel passaggio. Magari un timorato del Padre Celeste. E chi gli stava intorno, mentre si spolverava dalla giacca i resti della combustione spontanea, avrà pensato bene di sottolineare la cosa per farla eliminare, nelle edizioni successive. Non sia mai che succeda ancora. Non è decoroso che, mentre si legge un romanzo, all’improvviso, una fiammata prenda il posto della persona che tiene in mano il tomo: “Tesoro, tutto a posto? Tesoro? TESORO?!

Ora fa ridere, ma all’epoca in cui uscì quel capitolo, essendo un romanzo d’appendice, fece scalpore. E forse, c’è ancora qualcuno che la pensa così. Poveri noi.

Morale della favola: davanti a una storia che fa ribrezzo, è giusto indignarsi?

Sì, è giusto. Si può provare un senso di disagio, di allontanamento dai buoni propositi. Ci si sente spogliati dalla virtù personale, quella che ci rende ciò che siamo. Si va contro gli insegnamenti, l’educazione ricevuta. A volte si prova inadeguatezza e ci allontaniamo per un po’ dalla costrizione del nostro pensare, affidandoci al pensiero di un altro. Per poco. Ma poco è già moltissimo. Ed è qui che si diventa dei buoni lettori.

Davanti ad alcuni testi viene quasi voglia di andare dall’editore a chiedergli spiegazioni, o recarsi dall’autore e tirargli due sberle. Ma tutto deve restare rinchiuso in questo semplice contesto, perché farsi una propria opinione, significa sviluppare una personalità. Segnalare e condannare per ignoranza o per invidia un testo che, tutto sommato, è solo una narrazione inventata, è da incoscienti. Perché un autore scandaloso ha una sola prerogativa, nella sua mente bizzarra: provocare. Resta a noi cogliere o non cogliere tale provocazione, considerando ciò che si è appena letto, quello che in realtà è: una storia. E niente di più.

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