“The Midnight sea. Il quarto elemento. Libro primo” di Kat Ross, Dunwich edizione. A cura di Micheli Alessandra

 

Quando ho iniziato la lettura del libro della Ross, ho intuito subito che, a differenza di molti altri fantasy, (pochi hanno disatteso la quotidiana aspettativa di un libro che potesse andare oltre la simpatica narrazione di fatti sovrannaturali) c’era, nascosto abilmente sotto la patina di tensione, avventura e colpi di scena, un significato più profondo che dava al libro un autentico tono epico.

Cosa differenzia la narrazione epica dal fantasy consueto?

Semplice. Il racconto epico non narra solo di mirabolanti avventure ma perpetua, nelle sue pagine, la cultura del paese in cui esso emerge. Non un’esposizione di semplice evasione, ma un modo per tramandare concetti, ethos, fondamenta di quella strana compagine chiamata società. Questa scia, direi sociologico etnologica, è stata seguita dagli eredi dei racconti della Queste du Graal (i veri padri del fantasy, una narrativa che è molto altro dalla semplice commedia creata ad hoc dai Trovateur per allietare la annoiate corti) come Tolkien, profondamente critico verso il suo tempo, o la Rowling per citare la più moderna, che ha abilmente impastato fantasia, tradizione antica con la politica e la sociologia.

Il racconto epico e di conseguenza ogni suo degno erede, è qualcosa di più del viaggio dell’eroe (cit. Joseph Campbell), che ne incarna il è il significato immediato

Ad una primaria lettura, si è incantati dal processo di crescita della protagonista, sempre più consapevole di sé stessa e delle proprie potenzialità. Nel livello più segreto, quasi occultato dal dramma, dall’azione e dalla tensione, emerge un substrato ontologico potente, quello che rende il libro qualcosa di distruttivo e che si rivolge alla nostra visione di società e agli assunti culturali, su cui traballante ma decisa a mantenersi, essa si basa.

Ed è in quella lettura che si cela la vera capacità, quasi rivoluzionaria di Kat Ross, di riportare il testo fantasy a dominare, primeggiare e ritrovare la sua autentica funzione nel panorama letterario moderno. Leggendo il libro, ci si trova di fronte a qualcosa di più che una burrascosa, a tratti romantica adrenalinica storia fantastica tra esseri sovrannaturali.

Ci si trova di fronte a una vera e propria distruzione e ristrutturazione di un mondo che, per ironia della sorte, ci riguarda profondamente da vicino, visto che si scaglia con veemenza, contro i valori tradizionali, quelli più atavici e duri da sfaldare che ancor oggi permeano la nostra cadente società.

Idee, concezioni anche religiose trovano qua, finalmente un’acuta critica che parte dal concetto di diversità, dall’attacco agli stereotipi, alla reiterazione di un senso religioso cucito ad hoc sul classico e dittatoriale sistema vincitori e vinti.

Procederò ora all’analisi, spero, sfaccettata di questo (non ho paura di definirlo) capolavoro, che finalmente, dopo tanti libri sicuramente belli, piacevoli alla vista, lieti nella loro volontà di evasione abbiamo un libro che inchioda, che punta il dito, toglie il velo e ti fa osservare in cosa tu cittadino, uomo, persona, credi.

La trama è apparentemente semplice. Una serie di uomini in lotta contro l’oscurità causata dalla perdita del nesso, che come concetto si avvicina di molto al Nirvana Buddhista (del resto si cita il famoso profeta Zarathuštra fautore della religione Mazdea, quella da cui il nostro cristianesimo ha abbondantemente preso ispirazione e da cui fondamentalmente deriva, nella sua costruzione epistemologica). Questo nesso efficacemente spiegato in questo modo dalla Ross:

È una percezione che a voi umani sembra mancare, forse perché dovete lasciarvi andare per notarlo. Lasciar andare ciò che pensate di essere.» Si toccò il petto. «Il mio nome è Darius. Ho vent’anni e sono un Water Dog. Sono un daeva.» Lo sentii ghignare. «Odio i fichi secchi. Ma per toccare il Nesso devo dimenticare tutte queste cose. Non devo essere niente. E quindi divento tutto. E questo tutto risponde alla mia volontà

In sostanza, l’unione dei vari lati frantumati, di un’umanità che è caduta nel mondo materiale sbriciolandosi in varie parti, da noi identificate banalmente in bene e male, in negativo e positivo, tramite un determinato percorso può ritrovare:

Ma c’è un’identicità in tutte le cose. Un ordine sottostante ai livelli più piccoli. È in me, in te e in quelle stelle. Lo chiamiamo il Nesso, appunto.»

 

È il nesso che manca all’uomo diviso e che invidia a una specie diversa, ancora fondamentalmente integra (perciò soprannaturale) che chiama Deava o Dijiin o, se ci piace di più Faerie celtici.

Questa particolare natura magico alchemica, se così vogliamo definirla, spaventa un essere umano che è scisso e che dentro di sé probabilmente odia e invidia quel particolare potere. Questo perché, una natura che riesce a toccare il nesso e quindi ad annullarvisi dentro, di conseguenza partecipa, in omaggio a un’avvenuta ricongiunzione tra la materia e lo spirito (monismo), all’essenza della  natura, prendendo il potere da essa, in quanto torna a esserne parte. Questo gli consente di esercitare il controllo di ogni elemento che compone questo sistema interconnesso. Come dire io, sono integro, sono tra cielo e terra e posso osservare e controllare ogni molecola, ogni neutrino, ogni atomo e ogni elemento che, secondo la tradizione compartecipa alla creazione. Del resto, come ci insegna la fisica quantistica, così come la metafisica, il mondo è composto da parti interconnesse che l’alchimia, la scienza del ricongiungimento, sintetizza con aria terra acqua fuoco e Quintessenza.  Un potere immenso devastante e pertanto temuto.

E gli umani, quando temono qualcosa, tendono a incatenarlo, ingabbiarlo e in un certo senso maledirlo, tacciandolo di eresia, di malvagità di empietà.

Ma:

diventare nulla. Solo un filo nel grande arazzo dell’universo.

È davvero, come si chiederà la protagonista del libro, una maledizione?

Ed è questo il punto focale della storia, la riscoperta di tutti quei piccoli mattoncini che costruiscono o ci hanno convinto che costruissero, l’impalcatura di quel palazzo chiamato status quo. Una collettività, incentrata su valori, su metodologie politiche che diamo per scontato, che ci vengono quasi impresse, in una sorta di manipolazione cognitiva fin da piccoli, complicità una certa pigrizia mentale e una certa tendenza umana a prediligere le eredità valoriali, piuttosto che cercarne di nuove.

Perché farsi domande quando ci pensa il mondo a educarci?

A socializzare?

Anche se un sistema basato sulla fede cieca e non sulla gnosi, significa aumentare le distanze tra noi e l’altro e tra noi e il mondo.

E una simile pigrizia fomenta anche e soprattutto sistemi coercitivi e schiavisti, anche se apparentemente improntati al libero arbitrio. Faccio un esempio. La condizione femminile è un retaggio della nostra forma mentis. Ogni sistema ha una sua considerazione della donna, che si divide in barbara e illuminata. Ma, la Ross ci fa riflettere su un punto: cosa significa barbaro e retrogrado? E cosa è davvero un sistema illuminato? Per farci riflettere su questo punto usa due importanti personaggi del libro Nazafareen la nomade e Tjia una sorta di alter ego, proveniente da Al Miraj.

Il contrasto visivo tra le due civiltà è stridente. Al Miraji appare colta, elegante, ricca e piena di fasti a differenza della dura vita della montagna, con la vicinanza acuta del bestiame, dove leggere è un lusso e le vesti sono pratiche. Eppure leggete qua:

le donne venivano trattate con durezza ad Al Miraj, così mi aveva detto il magus. Non come nel resto dell’impero, dove potevano essere proprietarie terriere, stringere accordi e rivestire cariche abbastanza importanti. Le donne ricche, come la sposa del satrapo, indossavano il velo. Tuttavia era una scelta, più un segno del loro status sociale che altro.

 Un mondo così raffinato che umilia quasi l’altra metà del cielo e che le relega a una precisa condizione:

le mie sorelle e io eravamo trattate come piccoli ornamenti che mio padre metteva in mostra quando aveva ospiti. Capii dopo che ci vedeva allo stesso modo in cui vedeva i suoi tappeti e le sue spezie: oggetti da scambiare per ottenere più ricchezza e potere.

I matrimoni combinati, non tenevano conto della volontà della donna e causavano veri e propri drammi poiché l’attenzione era rivolta al vantaggio socio economico, più che al benessere intimo della donna tanto che, spesso preda di mostri egocentrici e cresciuti con il culto del patriarcalismo, poteva risultare:

spezzata. La luce era morta nei suoi occhi.» 

Differente è il rozzo ambiente di Nazafareen:

Molti matrimoni sono organizzati anche nel clan Four-Legs, ma ci si cura di scegliere qualcuno di adatto. E la ragazza ha il diritto di rifiutarsi.»

«Allora voi nomadi siete più civilizzati della mia gente», 

E appare subito che la civilizzazione è un argomento che esula dall’immediata ricchezza ma che si rivolge verso ideali di giustizia, equità e apertura mentale. Concetti che sono diversissimi da quelli di oggi dove la civiltà significa tecnologia seppur questa è usata per distruggere, ingabbiare e legare le persone.

E questa differenza, è manifestata ancor di più durante il percorso di crescita di Nazafareen, quando i dubbi sulla reale natura degli insegnamenti ricevuti scopre verità raccapriccianti, verità che noi scopriamo, giorno più giorno: lo stravolgimento dei valori.

Nazafareen diventa così simbolo della gnosi, della conoscenza liberata dal velo di illusioni contro una visione ortodossa della natura umana e dei daeva che è frutto di un’alleanza blasfema tra religione e potere. Noi ne sappiamo qualcosa vero?

Deeva e umani sono entrambi frutti di un’origine divina. Solo che i primi sono spezzati scissi e preda delle lotte interiori con la loro parte istintiva, intuitiva e sconosciuta vista come oscurità e demone. Ma demone ha non il significato di male ma di un essere (demone, dal greco antico daimon, essere divino) che si pone a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano e partecipa di entrambe le due dimensioni. Riunendole, aggiungo io, tramite varie discipline, cosi come ci narra il profeta Zarathustra ma non soltanto.

I daeva sono, dunque, tacciati di malvagità congenita, schiavizzati perché il loro potere (collegamento con il nirvana / nesso) sia al servizio del potere, dell’arroganza della finalità cosciente rendendosi colpevoli di blasfemia agli occhi della vera dottrina della Fiamma, che altro non è che la dottrina Gnostica (il vero cristianesimo NDR)

La via della fiamma nasce con un intento preciso:

Le fiamme simboleggiavano la luce della saggezza che bandiva l’oscurità dell’ignoranza.

Ma come si può combattere l’ignoranza se il potere alleatosi con la fede non fa altro che rendere ciechi gli uomini?

Per creare unità i dominanti creano sospetto, creano pregiudizi. Nella loro ossessiva ricerca di gloria, incatenano le nature, le anime convincendole di una loro intrinseca malvagità.  I daeva diventano simboli di tutti coloro che il potere deve rendere nemici, affinché possa controllare e manipolare le coscienze, per poter proseguire sulla strada della conquista, il dividi et impera. Certe concezioni religioso filosofiche ci convincono di proteggere i deboli, punire i malvagi, di essere la mano di Dio (pensate alle crociate e ai roghi degli eretici e delle streghe, agli stermini, alla creazione del povero e dell’afflitto) ma che in realtà ci rendono complici:

Ed era molto probabile che avessi trascorso gli ultimi quattro anni della mia vita ad aiutare un sistema di crudeltà e oppressione su una scala che sconcertava la mente.

Il male è davvero l’ignoranza, la presenza di bugie, ma spesso quelle bugie sono cresciute dentro di noi, siamo stati allevati a latte e menzogne per potere diligentemente distogliere lo sguardo da secoli e secoli di barbarie.

Ecco, desidero che la mia recensione non vi faccia soltanto apprezzare un bellissimo fantasy ma sia in grado di far sì che, le meravigliose parole di Kat Ross,  siamo impresse a fuoco dentro di voi:

Come è facile commettere atti di barbarie quando le brave persone distolgono lo sguardo.

Allora, solo allora il libro, che non è soltanto un libro, avrà compiuto la sua azione salvifica quella di far conoscere la verità anche a coloro che insistono a rifiutarsi di ascoltare.

Se è vero che siamo posseduti da oscurità e maligni dobbiamo ricordare come:

Il mondo è in una battaglia eterna tra il bene e il male», mi diceva. «Ma la guerra più importante si combatte qui.» Ilyas si toccava il petto. «Non sono i barbari e neanche i Druj che dobbiamo temere di più, Nazafareen. È il nemico che abbiamo dentro.»

E un libro può davvero, in questo caso, fare la differenza.

Leggetelo, emozionatevi e assaporatelo. Ne uscirete diversi ma sicuramente migliori.

 

 

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