9788899816469_0_0_1499_80

 

Secondo alcune antiche culture, il mondo in cui viviamo e l’uomo stesso è frutto di un sogno. Come dice la splendida canzone “La stazione di Zima” di Roberto Vecchioni, grande filosofo:

Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,

Questa concezione (norrena), di un flusso costante del fiume chiamato sogno, che, per chissà quale misterioso percorso diventa realtà, presuppone un evento a dir poco straordinario: Dio produce pensieri, emozioni, onde cerebrali da quella immensa misteriosa mente onnicomprensiva a cui dà volontariamente forma e sostanza, rendendo corporei quei pensieri/ sogni. Pertanto, se crediamo a questa mitica ricostruzione dell’atto creativo, la morte non è che il risveglio.  Se ci pensiamo bene, riflettendoci troviamo conseguenze ontologiche importantissime: noi non siamo Dio come ci raccontano tante teorie deliranti esoteriche, o come ci svela la New Age. Noi non siamo divinità cadute, o angeli schiantati al suolo. Siamo di più e al tempo stesso meno: siamo parte della mente di Dio, sue produzioni. Nelle concezioni religioso filosofiche che portano ad acquisire la nostra presunta divinità, prendiamo troppo alla lettera (nostro enorme difetto il travisare i simboli) il salmo otto:

cos’è l’uomo e perché te ne curi

eppure lo hai fatto poco meno degli angeli

di gloria e onore lo hai coronato

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani

tutto hai posto sotto i suoi piedi

 

E pertanto, noi miseri piccoli esseri viventi ci arroghiamo il diritto non solo di creare ma anche di distruggere. Usiamo la conoscenza del bene e del male non per migliorarci ma per sentirci potenti, invincibili. Sentirci un po’ come Dio.  Tutto questo ha come conseguenza la decisione, stolta, di sfidarlo in un assurdo, insensato braccio di ferro, sostenuti da:

quest’orgoglio smisurato
di esser solo un uomo

Roberto Vecchioni

Il sogno che sfida il sognatore, cosi innaturale, cosi insensato cosi foriero di tragedie e creatore di mostri.

E se noi stessi alla fine avessimo dato vita all’inferno?

Ai suoi demoni?

Se quel racconto della ribellione, avesse un finale immerso in una morale diversa, ossia che il lucifero reale è l’uomo?

Se il racconto biblico fosse soltanto una allegoria, tanto cara alla nostra luminosa divinità, in cui racconta il dramma umano?

Lucifero, in un atto insensato si ribella. Voi direte che alla fine è un atto di coraggio, contro, secondo la visione gnostica, un’imposizione, contro il limite, contro quella rigidità che il sistema Dio impone come ordine alle sue parti. È lecito pensarla come fece Milton nel paradiso perduto, rivalutando una figura scomoda, come quella del portatore di luce ma… Esiste un ma. I miti, i racconti non sono soltanto ricchi di un solo significato. Come ho già narrato precedentemente, essi sono bauli pieni di meraviglia e di sfaccettature. E forse, il racconto dell’atto blasfemo di Lucifero / satana è emblematicamente descritto proprio da Galaffu, nella sua poetica, tragica a tratti violenta visione onirica.

Essere parte del divino, di quel sistema ecologico che tutto comprende e tutto trascende implica che, per comprenderlo e distinguerlo dall’essere Dio, debba contenere in sé il senso e il significato di appartenenza. Noi non siamo Dio. Noi siamo parte di Dio. Siamo splendidi e terrificanti tasselli di un volto velato, misterioso e potente che, spesso, i filosofi paragonano a un diamante a un mosaico. Ecco noi siamo le sfaccettature del diamante, siamo i tasselli del mosaico, misteriosamente e dolorosamente scissi. Individuali ma persi.

Dio per amore, per volontà indiscussa, disperde il suo pensiero, o il suono (per dirla alla greca) nell’etere. Ed è questo suono che, discendendo velocemente nei diversi paini dell’esistenza forma l’essenza uomo. Un’essenza che si sente quasi orfana, ma che nasconde il desiderio di appartenenza dragandoci di forma. annubilando il pensiero, addormentando la coscienza con il peccato. Ed è questo il peccato individuato da Galaffu. Leggete:

da millenni li guardava. i suoi figli che si sbranavano l’uno con l’altro

È questo, in fondo il peccato voltare lo sguardo, farsi sedurre dalle ingannevoli promesse di Satana per non guardarsi dentro. Accettare che la natura inferiore, aliena alla vera essenza umana, crei e dia asilo ai demoni, a quei lati oscuri che imbevono la nostra mente di adrenalina, che ci fanno raggiungere l‘acme dei desideri, che distruggono il controllo e fanno sgorgare orgoglio smisurato, chiusura mentale, narcisismo e arroganza:

guerre specie quelle che insanguinavano il suo calcato e percorso da Gesù un conflitto tra due nazioni discendenti da Abramo che portavano su di esse il destino del patriarca che non si era fidato di Dio. Due fratelli e due madri rivali, due nazioni ostili che vedevano morire i propri figli. Due popoli che si dicevano eletti

Eletti significa ergersi tronfi e sicuri di sé uccidendo per dio senza accorgersi che lo si bestemmia? Come si può onorare dio con la morte se Dio è vita e sogno? E il sogno crea, il sogno non distrugge. Nessuno sogno deturpa il volto di un bambino e di una madre. È questa la salvezza patrocinata da tante sacre vie?

i credenti sanno che non tutte le religioni portano alla salvezza. Solo una. Ed è fondamentale credere in quella giusta gli inferi sono pieni di uomini di pace che hanno trascinato con se uomini nel loro falso credo. E in paradiso vi sono uomini di guerra che hanno creduto in Gesù. È scritto guai a voi. La più terribile delle maledizioni

Come, direte voi, tu che rifiuti le religioni trovi queste parole cariche di verità? Si miei lettori. Perché questa frase di Galaffu, c’è tutta l’essenza del libro. Gesù Joshua il cristo significa l’unto. Significa che un giorno, un uomo parte di Dio apre gli occhi. Solleva il velo dell’illusione e si rende conto come, le vie tracciate sono vie piene di falsi alibi. Si rende conto che non è il cibo ingerito a insozzare l’animo ma sono i pensieri e le parole. Si rende conto che l’uomo è più importante delle convenzioni. Si rende conto che nella parola pace esiste l’arrogante imposizione di chi la pace la conquista con la spada al grido di

uccideteli tutti Dio riconoscerà i suoi

Simon de Monfort

Proprio per sconfiggere l’eresia ossia la scelta, il libero arbitrio che il sogno di Dio ci ha donato con tanto amore. E si rende conto che negli uomini di guerra, quelli che cercano la verità e che portano il disordine nella finta armonia si cela la vita e il paradiso. Si rende conto che chi dice no chi protegge il sogno a costo di cozzare contro l’autorità è il vero seguace del paradiso. Colui che butta all’aria il tempio e ne costruisce uno dentro di sé è il vero figlio di Dio.

Tutto il resto è marcio, orrore, violenza insensata, corruzione mascherata da armonia.

E cosi, davanti allo sfacelo di quella meravigliosa creazione, in cui Dio in fondo cresceva con noi, si spezzava per, ironia della sorte, ingrandirsi (perché solo perdendo si accresce) si ritrova a vedere l’uomo, la sua scintilla, quella che doveva sperimentare il mondo ampliando esso stesso l’energia divina dispersa, un’energia che doveva tornare ancora più pura alla fonte, perché chi è messo alla prova deve dare il meglio di sé, si trova privo di speranza. L’uomo rinnega il sogno e l’appartenenza.

Avete mai provato quella sensazione svilente di stanchezza che accompagna chi ha tanto lottato, chi ha creduto in qualcosa e si accorge che il suo sforzo, quell’energia piena di fede è perduta inesorabilmente?

Immagino il volto etereo di un Dio che ci crea, accorgersi che quella creatura per cui ha sfidato anche l’amore dei suoi angeli, fino a accettarne la ribellione, sputa letteralmente sul dono più bello: la vita. E abbraccia quel male che fornisce sollievo immediato, è un placebo per il suo narcisismo e soprattutto non gli chiede costantemente di farsi domande.

Perché, in fondo, questo è Dio. È la nostra coscienza, quella capacità di dirsi attraverso quel cristo figlio dell’uomo, che in realtà siamo noi stessi, quella parte perfettibile su cui bestemmiamo chi sei e cosa cerchi.

È stancante per un uomo, allenato all’immediatezza al tutto subito, alla filosofia pret a porter, impegnarsi a comprendere e comprendersi. La morte, il dolore gli fanno ribrezzo e cosi volta il viso disgustato abbracciando l’effimero, quel Mammona che ci dice costantemente “Non è vero che non di solo pane vive l’uomo. Guarda puoi avere tutto, bellezza fama, successo, soldi, solo in cambio della tua anima. Cosa te ne fai dell’anima? Ti fa provare emozioni! Ti fa versare lacrime, ti impegna a costruire una vita che possa salire al cielo e rendere onore al creatore. E cosa ti dà il creatore in cambio di tutto questo? Morte, fatica, sangue e polvere. vieni con me….

E cosi l’uomo cede, ogni giorno, ogni secondo ogni ora.

Cosa deve fare un’energia divina che è fatta di tutto e tutto comprende?

Che si toglie parte di sé, della sua essenza per darci quella libertà che gli angeli non hanno?

Di,o nell’idea di Galaffu, si addormenta. Per stanchezza forse. Colpito da un senso atroce di amarezza. Forse per non vedere e sognare un mondo diverso.

Se non fosse Dio morirebbe di crepacuore. E invece dorme. Lasciando incustodita tutta la sua creazione e dando l’avvio alla guerra millenaria per il dominio della terra: gli angeli da una parte capitanati da Azarel bella e fiera sprezzante e spaventosa e Lucifero, pieno di livore, di rabbia, di senso di vendetta contro colui che lo ha dannato.

Oh Lucifero non ti accorgi che ti sei dannato da solo…Rifiutando appieno la compassione di dio. perché a quello serviva l’uomo a far provare a esseri perfetti l’imperfetta bellezza dell’uomo.

E invece il sogno meraviglioso di Dio, finisce in un silenzio, frammisto a urla di battaglia a pianti a violenza, a distruzione. A morte terreno conosciuto per Azarel. Ed è lei assieme all’umanità sperduta il protagonista del libro di Galaffiu, troppo bello, troppo perfetto e troppo per essere da me descritto.

Come si descrive la poesia della morte che si commuove stringendo a sé una bimba?

Come si può parlare delle scene apocalittiche in cui gli angeli, abbandonati a sé stessi tremano di paura e trovano coraggio e consolazione in salmi che sembrano scritti più per loro che per noi?

Come si può parlare della morte, protagonista indiscussa del romanzo, cosi atrocemente bella e incomprensibile, così crudele eppure benevola?

Azarel è la vera protagonista, la vera creatura che più di tutti è vicina all’uomo. Strano vero?

Non un angelo perfetto e dolce. Ma una creatura che si nutre di sangue, che sia dei demoni o degli umani. Che non prova pietà eppure è fatta di pietà. Che decide di smettere di condannare l’umanità allo sbaraglio provando finalmente empatia per quello che di più puro c’è al mondo: i bambini.

Ed è in quegli occhi innocenti, candidi che Azarel trova la sua redenzione. Che il mondo stesso, distrutto trova la vera rinascita.

Dio in questo libro, bellissimo, ci mette davanti la prova suprema, credere quando tutto è cenere. Conservare la speranza, la fede quando tutto sembra scivolarci di mano. E quando la tentazione di dire ma chi se ne frega, ci stuzzica. L’angelo della morte cade nell’abisso. Si chiede il senso della distruzione. E lo ritrova in una vita che nasce.

Ecco che Galaffiu ci insegna come solo coloro che sanno accogliere ogni aspetto dell’esistenza senza abbassare lo sguardo, affrontando il dolore la perdita, la devastazione, donando un sorriso anche alla Cupa Signora, possono davvero salvarsi.

Lottare, lottare ancora, nonostante Dio sembri averci abbandonati

Un libro che racconta il nostro dramma di peccatori, riflettendo sul senso del peccato. Ma che ci narra anche lo sbaglio ontologico nostro più grande nei riguardi della morte.

Solo chi non ha fede ha terrore della morte

E la poesia nonostante le scene che fanno sobbalzare il cuore, è il motivo per cui dovete leggere un libro cosi filosofico e vero al tempo stesso. Un libro antico e un libro triste ma con un colore di speranza. La lotta tra angeli e demoni, tra noi stessi e la parte più oscura di noi, avrà sempre luogo finché noi urlando il nostro NO, non risveglieremo quel Dio che oggi sembra dormire, sembra IGNORARE le grida le preghiere.

Io non credo che Dio dorma. Credo solamente che abbiamo disimparato a ascoltarlo. Credo che ognuno di noi dovrebbe abbracciare quel Dio cosi onnipotente e così vicino a vero, cosi…umano. E magari risvegliarlo con un bacio pieno d’amore, quello che ogni figlio dovrebbe dare al proprio padre.

E quel bacio lo aspetta anche Azarel. La morte ha bisogno che noi smettiamo di temerla per buttarci con fiducia tra le sue braccia, nella fiducia che tutto attorno a noi è parte di un disegno più ampio.

Allora forse, dio si risveglierà sorridente dal suo lungo sonno.

Un libro da brividi, un tesoro prezioso, raro in questo mondo che alla forma preferisce l’apparenza. Leggetelo, custoditelo, piangete come me sulle sue pagine. esso si nutrirà di questo per brillare nella nostra mente come un faro per ricordarci chi siamo e da dove veniamo: dal cielo.

Perché la vita è davvero più forte, più forte della morte.

Annunci