“Dorian e la leggenda di Atlantide” di Demetrio Verbaro, PubGold. A cura di Vito Ditaranto.

 

Sogno o son desto?

Da una catena d’oro nuova di zecca pendeva un ciondolo di vetro, una sfera, e nella sfera fluttuava un occhio! Non ave­vo visto mai nulla di simile in tutta la mia vita. Forse era un souvenir che prove­niva da Atlantide, il continente sommerso, o forse era il gioiello di uno stregone, oppure un amuleto preparato da Merlino per proteggere i cavalieri della tavola rotonda che combattevano per la giustizia.

Se non ci sarà battito, avrai grandi avventure.

Nessun battito.

Se non ci saranno lacrime, avrai una vita lunga e felice.

Nessuna lacrima.

Se non dormirà, diventerai l’uomo che desideri.

Nessun sonno.

Atene 399 a.C.

 

Il filosofo Socrate è stato condannato a morte. Il suo ultimo desiderio: quello di trascorrere la notte prima dell’esecuzione insieme all’amico e discepolo Platone. Prima di morire vuole confessargli un segreto che ha tenuto nascosto per tutta la vita, custodendolo gelosamente.

…“Quale segreto, maestro?” 

“La leggenda di Atlantide” L’indomani Socrate morì con l’anima purificata, sereno….

“…«Fermiamoci amico mio, ho bisogno di riposo» disse Socrate

con una punta di affanno, sedendosi su un grande masso vicino

alla scogliera, osservando quella distesa infinita di mare.

Il suo discepolo si sedette accanto a lui e abbozzò un sorriso…”

 

Questo è un libro dalla  trama particolare, sfiora il visionario, ma lo stile ironico e per niente celato dell’autore danno un senso alla lettura. Gran parte del libro sembra raccontato dall’interno di un armadio, non un armadio qualsiasi, ma uno che ha una storia tutta sua, è come immergersi nelle “Cronache di Narnia”.

La sensazione che mi ha accompagnato nella lettura non è stata quella della claustrofobia, ma quella di un uomo che affronta i suoi fantasmi e cerca di cacciare quella solitudine che l’ha accompagnato per tutta la vita.

L’inizio del romanzo ha uno espressione lenta che, accelera man mano che la lettura prosegue. Lo stile è scorrevole, con termini ricercati e appropriati in ogni frase. La narrazione del testo è intensa e scorrevole, anche se  è colmo di refusi che a volte rallentano la lettura. Ho notato alcune incogruenze nel raccontare la conformazione geopolitica di Atlantide, ma considerando che si tratta di un fantasy, queste incrongruenze sono accettabili.

Dorian, il protagonista della leggenda narrata dall’autore è un uomo che cresce velocemente ma di cui conosciamo a fondo il passato e le origini, grazie agli approfondimenti dell’autore. Dorian è un uomo destinato a grandi imprese, è un personaggio tenace e il suo cuore tanto grande quanto impavido a volte le sue capacità sono estremizzate, tali da sembrare quasi innaturali.

Facile è notare come nel testo venga inserita una vena riflessiva che induce il lettore a diffidare di tutto e di tutti.

L’opera nel complesso è un buon Fantasy  che crea nella mente del lettore, la sensazione di compiere un viaggio in treno in un passato remoto e sconosciuto incollati al finestrino e osservando il gioco narrato come il paesaggio osservato da quello stesso finestrino. Il narratore crea la giusta atmosfera per mettere alla prova chi legge, il quale, a sua volta cerca di scoprire e arrivare al finale nel più breve tempo possibile. Il libro in un certo senso sembra  essere la vita parallela di Socrate, il viaggio che si concede la sua mente fuori dalla realtà. Il racconto è una finestra aperta al mondo di chi sogna ad occhi aperti…

il finale sarà comunque tutta una scoperta.

Nel complesso “Dorian e la leggenda di Atlantide” è un romanzo ricco di potenziale.

Un libro poco impegnativo ma che comunque rappresenta una lettura piacevole.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“con la pioggia d’autunno” di Paoletta Maizza, lettere animate editore. A cura di Doriana Torelli

con la pioggia d'autunno cover

 

Mi ritrovo per la prima volta ad affrontare la scrittura della Maizza e devo dire che ho riscontrato degli alti e bassi che adesso proverò a spiegarvi.

La narrazione parte molto lenta, con descrizioni molto dettagliate e ben scritte, ma che rallentano decisamente la narrazione e di conseguenza la lettura. Ci ritroviamo catapultati in una realtà decisamente nuova per la protagonista Giulietta, che si reca nella sua terra d’origine, la Puglia, dopo aver vissuto per molti anni a Parigi. Qui dovrà affrontare la realtà, la sua famiglia che a malapena conosce, se non fosse per le sue sorelle. I temi ricorrenti saranno proprio questi: famiglia, il passato, il presente, l’amore e la pioggia.

Vi chiederete perché proprio la pioggia? Beh la pioggia sarà lo sfondo principale di questo romanzo, la ritroveremo spesso a fare da contorno alla narrazione, perché spesso la pioggia può rendere magico il tutto. Ed è proprio in questo momento che il romanzo prende vita, è qui che riscontriamo la bravura della Maizza a trasmettere le sue emozione e le sue sensazioni. Giulietta si ritroverà a contatto con persone mai viste, mettendo in dubbio la sua vita fino a quel momento ed è soprattutto in questo contesto che conoscerà Jean.

Chi è quest’uomo e soprattutto cosa ci fa in quella casa pugliese?

Lui rappresenterà la svolta, attraverso un viaggio di dolore e ricco di ostacoli. Perché in realtà Giulietta non sa cosa nasconde Jean, e quanto lui possa essere pericoloso.

Il viaggio che accompagnerà questa lettura sarà tortuoso e ricco di salite, ma la discesa è sempre lì in agguato ed è allora che scoprirete il significato vero e reale del romanzo.

Nonostante abbia iniziato questa lettura un po’ titubante, ho dovuto ricredermi. La Maizza ha tirato fuori dal cappello una vera magia, un romanzo che va oltre le solite storie a cui siamo abituati, oltre il classico e ormai risaputo romanzo rosa. No. Questo romanzo è qualcosa che va oltre. E’ una storia di rinascita, una storia di due strade così diverse, ma in fondo così uguali da intrecciarsi alla perfezione. Uno la metà dell’altra.

Dopo quel piccolo intoppo iniziale, la scrittura della Maizza è alquanto fluida e travolgente, ci fa vivere le situazioni in prima persona e ci permette di immedesimarci con i protagonisti.

I miei complimenti all’autrice che è riuscita nel suo intento di favola e di magia.

“Chained Soul. Save me” di Cecilia K. self publishing. A cura di Ilaria Grossi

Ho letto Chained Soul in pochi giorni, consapevole della scrittura e bravura di Cecilia K, conosciuta con il suo primo romanzo Rainbow.

Cosa vi aspettate quando iniziate a leggere un libro?

Per me, scoprire un mondo…di fantasia direte ma che a volte è così vicino alla realtà da rapirti totalmente. E’ la storia di cinque ragazze cresciute in un palazzo dorato tra lusso e agiatezze solo in apparenza, in realtà erano sottomesse ad un sadico “padrone ” Kaleb, manipolatore e crudele che ha circuito la loro vita e le loro fragili anime.

Dafne è la sua prediletta, sarà trovata in una cella del palazzo abbandonata, sporca e piena di lividi e cicatrici, da Oliver e Cassius, entrati con l ‘ intento di rubare oggetti di valore. Dafne accetterà di seguirli, perché lasciare il palazzo ha il sapore di una libertà mai avuta, significa ricominciare a vivere in un villaggio semplice ma solidale con il prossimo, in cui riceverà solo attenzioni positive. Oliver e Dafne, due anime con un gran carico di dolore, riusciranno ad amarsi con tutta la forza di questo mondo anche contro un nemico crudele come Kaleb.

Non voglio incorrere in spoiler, è una storia che deve essere letta senza pregiudizio.

Non guardate solo la cover, andate oltre perché Cecilia K è stata capace di creare una storia forte, a tratti crudele ma la dolcezza e la profondità di Oliver e Dafne è disarmante, due protagonisti forti con cicatrici evidenti, capaci di guardare sempre avanti facendosi forza a vicenda

 

” Ogni volta che facciamo l’ amore gli dono un pezzettino della mia anima che presto sarà completamente sua”

 

” Io ti devo tutto perché mi hai salvata, rompendo le catene che mi tenevano prigioniera il corpo e l’anima”

” Il primo giorno che l’ ho visto ho pensato che sarebbe stato piacevole perdermi dentro al suo sguardo e avevo ragione, è la sensazione più bella del mondo “

 

 

Perfetta la scelta dei Pov alternati, permettono di cogliere con precisione e una forte introspezione il punto di vista dei protagonisti.

Lo stile di Cecilia K non delude anzi ho trovato il tessuto narrativo più ricco e maturo. Ti ringrazio per avermi dato questa possibilità…leggere il tuo secondo “tesoro” tutto da scoprire.

Complimenti.

Buona lettura Ilaria

 

“Il diavolo dentro” di Roberto Ottonelli, Delos digital edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

Mi sono spesso chiesta se leggere libri in cui è presente il male in ogni sua forma non mi renda a rischio. La domanda mi ha rimbalzato nella mente, anche leggendo il romanzo di Roberto Ottonelli.

 Del resto il titolo è già inquietante e minaccioso di suo,” il diavolo dentro” come a suggerire che, in fondo, il male abita una parte della nostra anima, ne ha preso dimora e rischia se non si agisce di infettare il resto di noi. Ed in fondo è proprio così.

Il male, inteso come disordine, come evento dannoso per la collettività e per il nostro prossimo è accanto a noi, è quell’abisso su cui noi ci muoviamo tronfi, perfetti giocolieri in bilico su un filo sottile, quello stesso che separa la sanità dalla follia. Quello che leggerete qua è un male seduttivo, il gusto del proibito, la volontà dominatrice che ci fa cozzare contro ogni regola e dogma. Ma è differente dalla fede portata con orgoglio sul bavero da molti satanisti. Non sarà un essere o una presenza nata dall’infernale girone, dotata di corna (quasi a ricordare la figura del dio celtico Cerunnos, da cui l’iconografia attuale del cattolicesimo ha attinto) o denti lunghissimi (come il vampiro lascivo) o piedi caprini (qua riecheggia l’allegra e bizzarra figura del satiro Pan).

Il male che qua viene raccontato e che apre le porte alle nefandezze è il disagio sociale.

Tutti i ragazzi descritti sono ragazzi perduti. Un po’ come i famosi bimbi dell’isola che non c’è, solo che in questo caso, il rifiuto e le ferite sono più nette e perturbanti, sono causate da una società profondamente divisa da un baratro enorme riempito di paradisi artificiali, di violenza e di distruzione. Ogni ragazzo ha subito un abuso, un rifiuto profondo, ha assistito a eventi traumatici ed è rimasto solo con sé stesso a riempire quel vuoto educativo con un’insicurezza patologica.

Perché dei ragazzi scelgono la violenza?

Semplicemente perché non hanno goduto di un apprendimento diverso da quello ereditato dal contesto sociale, che si risolve nella legge della sopraffazione.

Non sono stati testimoni che di aggressività e ogni opportunità è da loro vista come un debito da saldare, una donazione di cui non è assolutamente degno.

Cosa rappresenta, dunque il satanismo?

E’ ben esplicato da Ottonelli:

 

Perché no? Le regole a cosa mi hanno portato? Ho visto mia sorella spappolata sui gradini di casa, mio padre era uno schizofrenico paranoide che ha deciso di porre fine alla sua esistenza per prevenire l’apocalisse, mia madre è caduta in un tunnel senza fine.

Io voglio sovvertire l’ordine naturale delle cose. Troppe volte mi sono sentito dare del poverino. Il dramma mi ha reso forte, niente più mi può scalfire. 

 

Ecco il motivo, sovvertire l’ordine naturale che è avvertito dal protagonista come ingiusto per trovare la vendetta, sentirsi forte e nutrirsi della paura e dell’energia che la stessa dona. Il satanismo è l’atto finale, disperato di chi si sente escluso dal perfetto mosaico della società e trova il suo posto nel concetto occidentale di male, di peccato, che si spinge al limite estremo senza remore, regole e compassione

 

Posso portare all’estremo le mie scelte.

 

E questo acme è una scelta precisa per:

 

È il solo modo che conosco per combattere i miei demoni.

 

Ecco la parola. Demoni. Demoni nuovi, eredi del post moderno, lontani dal significato originario di entità sovrannaturali, ma nati  da ferite sanguinolente le stesse che, scavalcando l’empatia che ci rende umani, devono essere inflitte a qualcun altro, animale o essere umano, in una sorta di rito apotropaico per esorcizzarle.

Secondo le teorie, spesso deliranti non esiste la differenza tra bene e male ma come direbbe l’oscuro signore, nato dalla penna perfetta di J.K.  Rowling:

 

esiste solo il potere… E quelli troppo deboli per averlo!

 

E lo stesso concetto è presente nei deliri del padre di uno dei protagonisti afflitto da dipendenza e un lutto atroce, causato proprio dalla sua debolezza:

 

Egoismo, superbia, lussuria, orgoglio, desiderio, passione, queste sono le vere doti, i tesori che ognuno deve alimentare e coltivare.

L’altruismo è vuoto. È giusto perseguire i propri intenti cercando di combattere e sconfiggere i propri simili, per arrivare al potere. 

 

In questi pensieri c’è una confusione di fondo. Si esalta l’individualismo estremo fino al rifiuto di limiti e regole, desiderando da un lato la

 

Esalta il corpo e la mente, desiderando la conoscenza, fino alla saggezza. 

 

Ma dall’altro c’è la volontà forte di andare incontro alla distruzione

 

Niente e nessuno potrà mai limitare i miei bisogni, poiché la frustrazione e la mancanza di libertà sono la morte più terribile.

Ribellione.

 

Perché ho parlato di confusione?

Perché prima di tutto la conoscenza o la gnosi presuppone proprio la possibilità del limite e della forma per poter essere raggiunta. Senza la discesa nell’abisso è vero che:

 

Solo oltrepassando l’abisso senza rimanerne vittima completerà la discesa verso il suo vero io. 

 

Ma la verità è l’adepto è vittima di sé stesso e delle proprie idee confuse.

Satana, l’ente da essi tanto venerato ha una storia che molti satanisti forse non conoscono. Satana ha una curiosa etimologia in ebraico Satàn o Saytan termine che identificava uno o più divinità minori delle religioni del medio oriente e del vicino oriente antico. Trova una sua collocazione nel monoteismo ebraico presente nel libro di Giobbe influenzato da molte religioni caldee e dallo zoroastrismo, una filosofia religiosa che considerava il mondo frutto dell’interazione tra due opposte e controversi principi bene e male. Dalla loro “lotta” si dava origine all’universo conosciuto in un perpetuo moto rotatorio. E’ dunque, l’azione tra due antitetici principi, il movimento, che dà forma e sostanza al mondo. Pertanto, non si tratta di un male assoluto, quanto di una sorta di sviluppo evolutivo che dà la spinta al cambiamento, passo necessario per la crescita. E infatti, nelle religioni Abramitiche, questa figura diventa l’incarnazione di un agente che mette in discussione e quindi alla prova, l’uomo considerato emanazione o creazione di Dio.

Satàn ha il significato di avversario, colui che si oppone. osteggiatore e aggressore e veniva usato per indicare sia i nemici politici e antagonisti nelle guerre, sia gli oppositori in giudizio o addirittura i nemici della fede religiosa che, ironia della sorte, rendevano salda quella fede messa alla prova. E infatti, nel meraviglioso libro di Giobbe, Satana o Satàn osteggia proprio il più probo dei servi di dio mettendo a nudo la sua imperfezione.

Ecco che il satanismo, con l’avvento delle concezioni gnostiche diventa una sorta di eresia ossia scelta critica che metterà in discussione tutti gli assunti culturali e dogmatici della religione cristiana divenuta fonte di potere.

Intendo dire che Saytan è il bene?

Satan è il principio con cui il bene si manifesta, soltanto che, il bene è considerato in maniera molto diversa rispetto all’occidente, dove spesso si confonde con etica e morale. Il bene è armonia, è la perfezione in terra è quel perfetto mosaico che dal cielo viene riproposto nella realtà umana. È la Maat egizia. Pertanto, se osserviamo i comandamenti in quest’ottica, noteremo come essi siamo frutto di un pensiero antico che vuole fa scendere il cielo in terra, e ripercorrere l’età dell’oro quando la divinità camminava tra gli uomini. Non uccidere diventa quindi un anatema contro chi si rende reo di un attacco a un circuito interconnesso in cui ogni parte dipende una dall’altra. Spezzare uno dei fili che ci tengono collegati è, quindi un atto violento contro il tutto che si ripercuoterà, prima o poi sull’intera compagine umana. Una sorta di effetto farfalla ante-litteram.

E cosi via discorrendo.

E se consideriamo il male nella stessa ottica antica vedremo come il male, sia il limite che la divinità guardiana mette come spinta al miglioramento umano. Come, direte voi, peccare, uccidere commettere nefandezze aiuta il bene?

Si.

Leggete le parole di Igor Sibaldi:

 

A un certo punto incontri le parti basse (il male) non le vuoi vedere e ti fermi lì non Sali più. Quelle sono le stanze di Barbablu. Se invece le attraversi la tua spirale continua a allargarsi anche verso l’alto verso le conoscenze superiori.

 

Il male è il limite che l’uomo deve superare per perfezionarsi. Superare, non caderci, non abitarci. Pertanto, il vero inferno sarà la paura della responsabilità che ci porterà a rispondere a cosa si è fatto o a cosa si è rifiutato di fare, e quella mancanza di accettazione crea la morte interiore. Ed è quello che, in fondo, accade ai protagonisti, vittime di demoni che sono soltanto le paure, le ferite non guarite mai suturate.

Il cuore dell’uomo che abbraccia totalmente l’idea di male come rifugio o ricompensa è privo di vera energia. Essi lo limitano, lo feriscono, l’ostacolano lo bloccano in una costante lacerazione della purezza o della bellezza armonica della vera essenza. Noi non siamo Dei noi siamo molto di più, parte di un’energia divinità che ha scelto di essere compassionevole con noi ossia empatica. E cosa significa compassione? partecipare con, entrare totalmente in quel regno che è accanto a noi eppure coperto da veli pesanti come macigni. Frenando così la nostra crescita. E i protagonisti si perdono inesorabilmente nelle proprie limitate visioni scambiando quegli infermi personali, quelle gabbie per l’assoluto che bramano. Non a caso sacrificano tutto ciò che simboleggia il regno dello spirito, i gatti (simboli del legame mondo basso e mondo alto, la porta che li mette in comunicazione) i cani ( i psicopompi, la mappa che ci segnala le strade per trovare la porta che dà sul regno dell’immateriale) e lo straniero, il vagabondo, simboli di noi stessi e di quella eterna ricerca interiore.

I protagonisti del romanzo non lottano per liberarsi, non combattono contro l’ingiustizia della loro esistenza, reiterano semplicemente l’unico modo che hanno di conoscere il mondo, perdendosi definitivamente senza mai davvero mettere in atto lo spirito critico e ampliare la loro mente.

La mente è assuefatta, in un delirio fatto di ombre e fantasmi. E non conoscerà mai la luce.

Perdonare e perdonarsi, ecco cosa manca nella vita di Andrea, Manuela, Pietro, Michele. Sono imitazioni delle colpe della società e dei padri, lezioni mai apprese in un costante rifiuto ad imparare, insegnandole a altri con gli esempi scabrosi in un cerchio di prigionia senza fine.

Cosa può insegnarci davvero questo libro perfetto?

E’ un romanzo sociale, più che un horror e un thriller e ha l’ambito compito di insegnarci a reagire alle violazioni dei tabù. Nel narrare la perfidia, la malvagità, la pochezza narra il tentativo dell’uomo di liberarsi e questa costante descrizione di orrori dovrebbe spingerci a violare il tabù più difficile per noi.

Quello del silenzio, della capacità di volgere lo sguardo altrove, di nascondere il marcio sotto il tappeto, di evitare il contatto con il reietto, di provare a rispondere all’orrore con una conquista più alta, che sia anche il perdono. Se da tutto questo racconto, vi resterà solo rabbia e vendetta, allora non avrete speranza di liberarvi, e sarà l’annullamento totale della coscienza.

Il male serve per spingersi ad abbracciare il mondo superiore, anche se questo ci costa osservarci allo specchio e renderci consapevoli di aver peccato non solo contro dio ma contro noi stessi. E ogni tanto facciamoci questa domanda:

 

Ho accettato tutto passiva, non ho mai reagito. Chi sono io?

 

Ultimo dettaglio che vorrei far conoscere al lettore. dietro il significato che ho analizzato c’è anche e soprattutto una certa abilità stilistica che usa (finalmente) il linguaggio come mezzo per raccontare. E fidatevi non è un fattore così scontato. E’ vero che un romanzo è comunicazione e quindi dovrebbe usare, per far giungere il messaggio al destinatario, un codice ( il linguaggio appunto) che possa essere il più possibile libero da distorsioni. E spesso nei libri quest’attenzione non c’è. Lo stile risulta lineare si ma piatto e privo di acme emozionale, poiché troppo standardizzato e rigido. Nel testo di Ottonelli non accade. Aggiungo per fortuna. Questo perché sa dosare a secondo del personaggio che inserisce nelle stroboscopiche luci della ribalta, non soltanto le parole ma il ritmo e lo stile con cui, la percezione personale e privata del protagonista di turno le elabora. significa che per ogni capitolo, riguardante un elemento della storia, o un personaggio della vicenda, Ottonelli cambierà totalmente il codice comunicativo. Si passerà dalla tortuosità emotiva dell’adulto, all’innocenza “sgrammaticata” del bambino. Alla complessità filosofica di Pietro, all’incapacità affettiva della madre adottiva di Manuela. Questo renderà i personaggi non soltanto credibili ma vivi, reali e corporei, pur appartenenti al regno di carta della letteratura. Una tecnica simile l’ho ravvisata in pochi Jan Rankin ad esempio o Stephen King, che non lesinano la velleità tutta artistica di inserirlo lo “slang” per dare più enfasi alla parte emotiva della psicologia. del resto noi siamo ciò che diciamo, siamo frutto di un dato periodo storico, di un dato contesto sociale da cui deriviamo totalmente o in parte la nostra personale percezione della realtà. Ed è questa che si traduce nel messaggio e quindi nella comunicazione. Essendo il romanzo una metodologia di trasmissione del significato, questa capacità di adattamento e di svelamento dell’io del personaggio è fondamentale.  E Ottonelli lo ha ben compreso, rendendo il suo stile fluido e empatico.

Un romanzo moderno, sociale che renderebbe il buon vecchio Dickens davvero orgoglioso.

 

 

 

“Con gli occhi del cuore” di Valentina Nazio, self publishing. A cura di Sophie S

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Penso che talvolta i veri limiti esistano in chi ci guarda.

Candido Cannavò, E li chiamano disabili, 2005

 

Con gli occhi del cuore è una storia di grande attualità e di infinito amore. Un libro che racchiude un mondo intero di emozioni e di insegnamenti.

La storia di Isabel mi ha colpito e mi ha catturato fin dalle prime pagine. Una bambina amante della lettura e con un grande sogno: aprire una libreria. Una ragazza determinata e una donna forte che realizzerà non solo il suo sogno ma che saprà amare come poche persone sono in grado di fare.

Isabel e Alberto sono una coppia affiatata e pronta ad allargare la loro vita di coppia per stringere tra le braccia un figlio: il frutto del sentimento che li lega.

Un figlio che renderà migliore la loro vita già perfetta.

Ma…

La vita le aveva dato un figlio, ma le aveva tolto la possibilità di vivere serenamente la sua gravidanza.

Ma la natura non ha riservato loro una strada in discesa e il piccolo Giulio nascerà con un difetto cromosomico che lo renderà “diverso” agli occhi di tutti.

La vita idilliaca della coppia si trasformerà lentamente in un inferno con due strade che procedono in parallelo ma con senso inverso.

Da un lato c’è Isabel e la disperazione che si trasforma in amore; dopo lo shock iniziale, si renderà conto che con Alberto al suo fianco tutti i problemi potranno diventare meno pesanti.

D’altronde un peso condiviso risulta essere meno faticoso da trasportare.

Ma…

Di nuovo un ma.

Alberto sembra accettare la decisione di Isabel anche se nel suo cuore e nella sua anima ha inizio una guerra.

Tutte le aspettative vengono disattese e la paura lo fa suo prigioniero.

Si accorse che quei sogni erano stati solo castelli di sabbia che un soffio di vento aveva spazzato via con dolorosa facilità, lasciando un informe ammasso di granelli sparsi a terra e cambiando tutto per sempre.

Inizialmente ero davvero arrabbiata con Alberto e con l’autrice, tuttavia la Nazio ha saputo caratterizzare bene i demoni di questo personaggio, delineandone la debolezza e l’inadeguatezza in modo tale da riuscire a suscitare nel lettore una sorta di rapporto empatico.

Mi permetto, quindi, di aprire metaforicamente una parentesi per sottolineare un pensiero scaturito dalla lettura. Per quanto l’Amore che decantiamo sia forte e indissolubile, noi siamo essere umani e come tali abbiamo dei forti limiti e non tutti hanno la capacità o la lucidità per superarli.

Alberto è un essere umano e, conscio dei suoi limiti, prenderà una decisione drastica che lo farà poi precipitare nel tunnel del senso di colpa e dell’infelicità.

E questa colpa, forse, verrà espiata.

Isabel si ritroverà a dover affrontare una nuova vita che, sebbene in salita, la ripagherà di tutto regalandole sorrisi, affetto e pace.

E proprio quando la situazione sembra essersi normalizzata, il vento del cambiamento porterà Roberto nella sua vita.

Roberto è un tuffo al cuore e una meravigliosa e spaventosa occasione di rivincita.

Isabel, però, ha messo sotto chiave il cuore per proteggere se stessa e Giulio dal dolore e così facendo ha anche innalzato un muro alla vera gioia e alla vita.

Si ritrova di nuovo di fronte a un bivio. Una sfida che ha i colori della passione e del tormento.

Se si vuole cambiare il proprio futuro è necessario iniziare a cambiare il presente.

Anche quel passato che credeva aver sepolto tra le pagine dei libri che riempiono la sua esistenza, si presenterà alla porta. Una girandola di avvenimenti che scuoteranno l’asse sul quale gira la sua esistenza “normale e pacifica”, uno scossone che la frantumerà ancora, e ancora le darà la possibilità di scegliere.

Ma questa volta in palio c’è molto di più poiché non è più sola, al suo fianco c’è Giulio e la sua serenità. La loro.

E così, terminata anche l’ultima pagina, mi sono ritrovata a riflettere sul senso di “normalità e diversità” che è da sempre il cruccio di questo mondo alla deriva.

Concludo, quindi, questa recensione con le parole usate dalla stessa autrice per mettere a nudo la realtà che ci circonda.

Non esistono abili o disabili ma solo persone meravigliosamente speciali che, nella loro unicità, danno il proprio contributo alla costruzione di un mondo migliore. Questa non è diversità.

“Cursed” di Sara de Rosa, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Cursed è il termine inglese significante maledetto. Ed è da una maledizione che prende l’avvio la deliziosa storia di Sara De Rosa, un fantasy venato d’amore, ma affatto banale e sicuramente ricco di spunti interessanti. Lo stile ricorda, se ci si basa su una prima impressione, i tanto amati urban fantasy, che spesso sacrificano la perfetta caratterizzazione dei personaggi al dramma amoroso lasciando il lettore attonito e insoddisfatta. In Cursed, il tentativo peraltro ben riuscito di approfondire esiste ed è la nota lodevole che può differenziarlo dal marasma di letteratura di intrattenimento.

La storia ricorda il canovaccio epico della favola più esoterica di tutte la Bella addormentata nel bosco, nonostante il velo di modernità che la Derosa infonde al testo rendendolo antico e moderno al tempo stesso. Shayla è una ragazza sospesa in un limbo che la rende distante dalla vita che scorre davanti ai suoi occhi. E’ una comunità perfetta che ricorda molto gli antichi racconti di Atlantide o i sogni utopici della città del sole di Tommaso Campanella o di Utopia del grande Tommaso Moro, in cui ogni elemento è ben incastrato l’uno nell’altro a formare un perfetto mosaico di una vera società idealizzata, senza contrasti dati dalla mentalità post moderna della concorrenza e del successo, senza la corsa al potere. E’ un mondo ovattato forse, vibrante in ciascuno di noi, sognato dai migliori filosofi della politica a partire da Locke o da de Saint Simon. E stranamente, coincidenza delle coincidenze, il mondo descritto dalla Derosa ricorda proprio il pensiero di quello che è considerato il fondatore del positivismo sociale, anche se la sua riorganizzazione politica si basava su basi scientifico tecnocratiche più che magico esoteriche.  per Saint Simon:

 gli uomini “devono organizzare la propria società nella maniera che possa essere la più vantaggiosa per il maggior numero di persone”.
Il supremo criterio che avrebbe dovuto informare l’azione dello Stato doveva essere per Saint-Simon il seguente: a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo le sue opere.

E osserviamo la descrizione di Sara:

 

Basterebbe una sola strega ad allestire

l’intera festa, ma per mantenere unita la comunità tutti noi

preferiamo rimboccarci le maniche aiutandoci l’uno con

l’altro. Tutti partecipano alla festa, non ci sono

discriminazioni, siamo tutti uguali

 

 

Quello che unisce la comunità è l’appartenenza a una stessa essenza legando i destini e le volontà in un unico corpo che si muove riflettendo i bisogni del singolo come se fosse una volontà generale. Vi ricorda qualcuno? La rinuncia alla volontà (esigenze) personali in favore di una volontà generale?

Ma si, lui il grande Jean Jaques Rosseau. E per legittimare questa società composita e sfaccettata da mille identità che solo assieme trovano la loro giusta collocazione è usato il senso antico del mito: ossia il collante dei valori condivisi. non a caso Sara usa il simbolo della stella a cinque punte:

 

L’idea della strega era di formare una

stella a cinque punte, suo simbolo e marchio antichissimo di

protezione, ogni città infatti è una punta e al centro della

stella c’è la capitale, Akash, dove si trova l’antico castello, è

la più grande delle città. Tra una città e l’altra ci sono prati e

campi sconfinati, mulini, e ruscelli. La nostra città, Ysbrid, si

trova nella punta in alto della stella, più precisamente nel

punto dove sorge il salice.

E non è un caso che la stella, mandala dei legami che ci uniscono alla natura e a l’altro, è un simbolo non solo di protezione ma anche di unione degli opposti, maschile e femminile che soltanto uniti possono espletare il loro vero potere.

La stella è la rappresentazione dell’idea egizia dell’unione del cielo con la terra, dell’uomo con il cosmo manifestazione fisica dell’ordine cosmico di Maat, l’armonia. E quest’ordine venne proprio ripreso dal grande Rosseau.

Shayla vive e agisce in questo contesto interconnesso nel quale però, lei è l’elemento dissonante, discordante e direi rappresenta la funzione o la disfunzione del deviante:

ogni persona qui dentro ha un

compito, un posto nella comunità, tranne me.

E’ questo suo non sentirsi nel posto giusto, incompleto tassello che non riesce a essere inserito in questo grande arazzo della vita che dà l’avvio a una vicenda che avrà per lei il profumo della vera rinascita.

Shayla è una persona incompleta, cerca la sua essenza un’identità che appare spenta e evanescente. Ed è per la non conoscenza delle sue doti che si sente “Maledetta” una reietta una deviante, la nota stonata in una musica complessa e abbellita da mille voci diverse. Una definizione interessante per la nostra analisi di maledizione ce la consegna il dizionario Garzanti:

1. non trovare pace o non riuscire a concludere niente di buono

 2. persona o cosa che è causa di sventura, di dolore, di fastidio:

E infatti Shayla:

 

ogni strega ha la sua gemma, brillante e luminosa, del colore

e della sfumatura a seconda dell’elemento di appartenenza.

La mia è scura e opaca, come se fosse morta, forse perché

invece di un dono, ho ricevuto una maledizione

La persona non in pace con sé stessa, che non si integra è causa di fastidio e di sventura perché mette in rilievo e in risalto le difficoltà e le debolezze del sistema di cui non riesce o non può far parte.

 Il mio futuro è così incerto, qui tutti hanno un ruolo, tutti sanno

qual é il loro posto. Io non sto da nessuna parte, sono

difettosa. Sono come il tassello di un puzzle che non

s’incastra con gli altri pezzi e che ancora non ha trovato la sua

giusta collocazione, ammesso che ce ne sia una. Non voglio

essere così, non voglio vivere così. Voglio essere anche io

parte dell’insieme e non la ragazza strana del villaggio

Shayla è l’esempio di come il complesso sistema ereditato anche qua da una dea incarnazione della Maat egizia, che in qualche modo è bloccato, non funziona e non è più colorato dai toni dell’armonia.

Ed è solo con il viaggio, con il cambiamento di visuale e di una nuova percezione di sé, non più legata a pregiudizi o sguardi cupi, a un fallimento che è il fallimento di un’intera società che Shayla trova la sua perduta essenza, ridonando nuova energia a quel mondo che manifestava i segni della decadenza.

Forse finalmente potrei fare qualcosa di diverso,

qualcosa di utile. Per una volta potrei sentirmi uguale agli

altri; in fin dei conti è quello che voglio. Potrei ricominciare

da capo, e anche se probabilmente non sarà per sempre, forse

questa è l’unica opportunità di essere diversa e di ritagliarmi

un piccolo angolo di mondo per me.

Ci troviamo di fronte a una nuova versione dell’eroe graaliano, l’eroe che trova la risposta a un mistero, e che grazie a quell’atto di coraggio, al non accettare il destino, o la fatalità del vivere, ridona fertilità alla terra desolata. E il mondo di Shayla è desolato. dietro l’apparente bellezza nasconde la mostruosità impersonata dal mago oscuro, che al pari del suo alter ego il signore oscuro di Harry Potter ha l’ambizione di dominare la morte e tramite tale dominio conquistare e corrompere per poter mantenere in vita questo abominevole esperimento di vita eterna.

Qual è, la vera magia raccontata da Sara?

E’ il più semplice, osannato ma mai compreso mistero dell’amore: solo l’amore che fa compiere veri sacrifici (fare il sacro, ossia rendere puro un qualcosa) riesce a salvare, riesce a vincere sul male e riesce a donarsi per poter crescere in bellezza. Donando sé stesso all’altro l’amore si dimezza per poter essere raddoppiato, per essere quasi specchio:

Con te posso essere me stesso. Con te mi

sento libero, tu mi fai respirare quando il resto del mondo mi

soffoca» rimango scombussolata da quelle parole, mentre

cerco di trovare le parole giuste da dire.

 

 

Grazie proprio al risveglio del suo lato più intimo e umano (l’amore) Shayla torna a essere sé stessa racchiudendo in sé tutti i toni dell’universo creando un vero paradiso in terra:

 non mi

sono mai sentita così… completa, è l’unica parola che riesco a

trovare per spiegare come mi sento; come se per tutto questo

tempo fossi stata incompleta. Come se ci fosse una parte

mancante, un vuoto che ora è stato colmato.

 

Ed è la completezza che le fa trovare il suo vero volto e che le permetterà, come in ogni fantasy che si rispetti, la vittoria sul male, male inteso come potere e come disordine caotico:

 

Capì che solo le donne erano adatte per proteggere

questo dono, in quanto era nella loro natura, e che gli uomini

non sarebbero stati capaci di controllare tali poteri, troppo

inclini alla violenza e alla conquista del potere.

 

 

Nell’apparente semplicità di una gradevole storia fantastica, la Derosa ha dato nuova linfa a un mondo di simboli tanto vicino a noi, che ci fa comprendere come l’unico mezzo per esistere a volte è passare attraverso il dolore, toccare con mano l’abisso. Solo questo ci dà la forza per sollevare il velo dell’illusione di noi stessi e renderci conto che la vera unica maledizione è il rifiuto della verità, della nostra essenza umana quella che ci fa amare, soffrire e in sostanza vivere. È il rifiuto di continuare a vivere protetti, sospesi quasi inesistenti per il terrore di non essere compresi, di non essere accettati e amati e che ci spinge a mettere, spesso, la nostra anima in mani altrui, mani che tentano di modellarci togliendoci la libertà di scegliere:

 

Ho passato tutta la vita a cercare di

trovare un senso, una ragione che spiegasse perché fossi così.

Ho creduto di essere maledetta, di essere sbagliata e mi sono

sempre sentita fuori posto, e tutto questo perché altri hanno

preso decisioni al posto mio; perché altri hanno deciso cosa

fosse meglio per me» 

E nessuno meglio della nostra anima, che con coraggio e fierezza si spinge fino ai limiti per ritrovarsi può davvero dirci qual è il nostro autentico ruolo nella vita, e può regalare alla nostra gemma personale (immagine del cuore) il suo vero colore:

Mi avvicino piano, allungando la mano per toccarla. È

bianca, ma al suo interno ha riflessi di tutti i colori, é davvero

bellissima.

Ecco una latra verità. Il vero unico potere non è quello della violenza e del caos, ma nella capacità straordinaria di racchiudere tutti gli elementi della vita, bianco o nero, caso e ordine, bellezza e orrore, vita o morte:

Tu sei una strega potentissima, racchiudi in te tutti i

poteri della natura

E la natura è fatta di perdite e riconquiste, di cadute e rinascite.

Un libro genuino ma intenso come pochi, da leggere per la sua dolcezza, ma anche per quelle piccole gemme di saggezza che la giovane autrice con una semplicità abbagliante ci dona in ogni pagina.

 

 

“Playlist” di Jen Klein, DEA edizioni. A cura di Paoletta Maizza

 

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Che cosa c’è di meglio del momento in cui ti rendi conto che il liceo sta per finire e la tua vera vita sta per cominciare? Niente, June ne è convinta. Diciassette anni e le idee chiare sul futuro, non vede l’ora di lasciarsi alle spalle la cittadina in cui è cresciuta e tuffarsi a capofitto nella nuova avventura del college. Al contrario di Oliver, l’atleta più popolare della Robin High, che vorrebbe che l’ultimo giorno di scuola non arrivasse mai. June e Oliver non hanno davvero nulla in comune. Potrebbero non rivolgersi mai la parola.
Potrebbero far finta di non conoscersi. E invece. Invece il destino ha voluto diversamente. Perché le loro madri sono amiche per la pelle e hanno deciso che Oliver accompagni June a scuola in macchina. Tutti i maledettissimi giorni. A un tratto, June e Oliver sono costretti a passare parecchio tempo insieme. Peccato che non abbiano niente, ma proprio niente di cui parlare. E allora decidono di mettere la musica. Ma cosa succede quando un’anima rock come quella di June ne incontra una pop come quella di Oliver? Una guerra! Una sfida per il controllo della playlist… finché non accade qualcosa di totalmente imprevedibile. Perché a volte basta la canzone giusta al momento giusto e tutto cambia.

Playlist è un romanzo Young adult che perfettamente si colloca in questo tipo di categoria ormai tanto amata sia dai lettori adolescenti che adulti.

L’autrice Jen Klein sa rendere alla perfezione la freddezza della protagonista e la sua asettica visione del mondo grazie ad un linguaggio abbastanza scorrevole e alle volte un po’ scontato. La storia di per sé sembra quella narrata in altri young adult, ma diversamente da quanto ci si aspetti, i due ragazzi protagonisti riescono in qualche modo a restare originali nel loro piccolo.

Il collante fra June e il protagonista Oliver è dato dalla presenza di questa Playlist musicale che loro ascoltano in macchina nel tragitto per andare  a scuola. June dovrà ricredersi di ogni cosa che l’ha portata a essere convinta che la vita sia una banale e passeggera ruota che gira inesorabile senza un perché ben definito, senza dover dare ad ogni attimo il giusto ritmo, la giusta importanza. É Oliver che la scuote e la risveglia alla realtà concreta e tutta da vivere.  Questo loro frequentarsi da amici, un obbligo all’apparenza che si tramuta ben presto in amore imprevedibile  è reso magico proprio da questo susseguirsi di canzoni che mettono in discussione tutti i loro sentimenti e tutto quello per cui hanno tenuto alta la testa.

L’originalità del romanzo sta proprio in questo, a mio avviso, arricchendo la storia di quella unicità per farlo emergere rispetto a tanti altri. Resta comunque un romanzo che non travolge il lettore, ma racconta, portando una storia di tutti i giorni in una dimensione speciale in cui ci si può perfettamente immedesimare se si hanno vent’anni.

Come tutti gli young adult anche Playlist, sicuramente, ha le carte in regola per poter restare impresso nei cuori dei suoi lettori, tuttavia non ha quello slancio linguistico, quella passione vera che traspare anche da una frase banale se scritta in un certo modo.

Una storia d’amore carina adatta soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che amano leggere una  storia d’amore senza troppe complicazioni.

“Non ti voglio” di Cristina Lauren, Leggereditore edizioni. A cura di Milena Mannini

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Un romanzo appassionante, divertente e sincero di Christina Lauren al top della sua forma.

 

Il romanzo, ambientato ai giorni nostri, è scritto in prima persona e alterna il punto di vista del protagonista femminile con quello maschile dandoci la possibilità di avere entrambe le prospettive senza mai essere ripetitivo.

Scritto in modo semplice e scorrevole, come ci suggerisce il titolo, racconta la storia d’amore tra Evelyn Abbey e Carter Aaron. 

Lei, trentatrenne in carriera, molto precisa ed organizzata sul lavoro, che ogni giorno deve lottare per dimostrare la sua bravura.

Lui, poco più giovane di lei, estroverso sul lavoro e nella vita privata, trasferitosi da New York per lavoro.

Entrambi agenti cinematografici per passione in due delle maggiori agenzie di Hollywood, ovviamente rivali, che per scherzo del destino si ritrovano ad essere colleghi e concorrenti per la stessa posizione lavorativa dopo che le due agenzie per cui lavorano si fondo in un’unica grande realtà.

Dopo il loro primo incontro ad una festa, organizzata da amici comuni, in cui, guarda caso, sono gli unici single, la storia scorre veloce con loro, che, come scrive l’autrice:

 “si prendono a cuscinate lavorativamente parlando”.

 

La storia è contornata da personaggi secondari che aiutano i nostri protagonisti a fare chiarezza nei loro sentimenti.

Ovviamente non manca il cattivo che cerca di ostacolarli e che nasconde un segreto che solo leggendo il libro scoprirete.

Un romanzo che vi farà compagnia e vi farà appassionare e sorridere.

 

Anteprima. “Strana rana” di Antonio Lucarini, Mezzelane edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

La vita cambia. Se ne va tra le tue mani! Ogni cosa che conosci ti abbandona senza motivo. Ti trovi da sola con la sabbia fra le dita. Solo allora capisci che cos’è la vita. La vita è il sole. La vita è il mare. La vita è il buio e la voglia di ricominciare. Dietro di sé lascia una scia di sale!” 

Ho scelto questa frase perché nasconde in sé il senso del libro di Antonio Lucarini. Un libro complesso e al tempo stesso semplice, scritto con un’ansia evocativa in grado di trasportare il lettore in una dimensione onirica, sospesa tra due mondi, quello reale e quello del sogno, accompagnato da note ossessive e deliranti forse, ma che aprono l’anima a nuove sensazioni a nuove scoperte. E’ un libro “tattile” un libro le cui parole non restano scritte ma prendono forma in una danza che è sospesa tra il languido e carnale tango, e la devastante e mistica danza della morte cosi come raffigurata nello splendido quadro di Nicolas Poussin.

Mescolando destini e percezioni, alternando visioni reali e realtà irreale, Lucarini con arguzia e con classe scopre il vaso di Pandora dell’esistenza, portando allo scoperto la bellezza cosi come l’altra sua faccia, ossia la decadenza, il marciume. E’ un inno all’essenza delle cose ma anche al Verme trionfante (Baudelaire) che si nutre delle carcasse di morti che, in questo caso, sono tragicamente simili alla nostra faccia. I morti non sono vampiri, i signori della notte, fluide presenze oscure, ma è il postmoderno, con la sua ansia di esistere che, per ironia della sorte si fa sempre più evanescente:

Il tempo passa e ci conduce alla morte. Allora fottimi adesso che ancora puoi!»

Attraverso la storia disperata e decadente di Claudia e Lara, cosi simbiotiche da sembrare parti di uno stesso ferito io, si delinea una società marcia, che sotto il solito perbenismo ossessivo nasconde la sua fragilità simboleggiata dalla ricerca costante della forma e dell’apparenza e di un sesso che è soltanto una scappatoia per un’anima che si desidera rendere sempre più evanescente. Per esistere non ci si rivolge alla sostanza a quel fluido cosi luminoso che Lucarini paragona a quello amniotico, origine e fonte di ogni nascita, ci si rivolge alla filosofia del mordere la vita, dell’ansia di raggiungere obiettivi, in una sindrome compulsiva che porta a chiedere sempre di più a sé stessi.

Vincitori e vinti si contendono la coppa della gara verso la non esistenza percepita però come unica via reale possibile e che è soltanto un reiterare la non esistenza quella tanto decantata da Stoker e da Salgari nelle cupe storie di vampiri. in fondo i protagonisti del romanzo sono burattini, sono ombre sono dannati e mai redenti.

 

Non devo ammalarmi, secondo loro. Perderei delle occasioni importanti. Vince chi sa stare al mondo e asseconda il vento! Non devo sprecare neanche un’opportunità. Si vive di opportunità oggi. Bisogna programmare, centrare scopi. Si deve escludere a priori l’eventualità di vivere la vita come viene. Si deve programmare! 

Questa è la società degli anni 70/80, una società completamente marcia che crolla pezzo per pezzo sotto la spunta convulsa dei suoi asfissianti miti, sotto le luci stroboscopie di discoteche che perdono il senso dell’antica danza e sono solo amalgama di corpi in cerca di lussuria per…esistere.

E’ il concetto dell’esistenza, di rendere corporea la sostanza che serpeggia bizzarro in ogni pagina. È la risposta all’eterna domanda a cui il nostro filosofo Cartesio ha tentato invano di dare una risposta

 

cogito ergo sum

E che il nostro frenetico mondo ha totalmente ribaltato in una filosofia nichilista che è più dedica alla corruzione e alla morte che alla vita stessa. E lo fa separando lo spirito dalla mente (o anima) relegando chi è in grado di viaggiare tra i due sistemi spirito e materia o corpo e mente, come estraneo, straniero, deviato minaccioso. Claudia e Lara sono i figli di questa società profondamente malata che si regge a mala pena su assunti culturali stantii e stagnanti: una figlia della cosiddetta classe borghese.

 

Figlio di un falegname povero, aveva avuto come unico scopo nella vita il riscatto sociale. Voleva riprendersi con violenza quello che, a suo dire, gli era stato rubato all’inizio.

Una conquista effettuata con escamotage, rinnegando la meritocrazia e persino l’arte dalle vite:

 

Pensava che quando non si è in grado di farsi strada con il proprio talento, è giusto che si usino i mezzi più scorretti. I ricchi lo fanno, schiacciandoci, ed è giusto che lo faccia anch’io, si diceva spesso. Nessuno avrebbe mai saputo né sospettato nulla. Con i soldi che la Pilati gli regalava ogni mese riuscì ad avviare la sua impresa di costruzioni. Era un mantenuto…

Trovando sollievo solo nei tradimenti e nella lussuria, tutto per mordere quella vita che sfuggiva loro e che tentavano di raggiungere con un affanno isterico

 

Filippo e Carla erano una bella coppia di tronfi borghesi, dediti alla continua ricerca delle cose belle e del piacere, a scapito degli altri e di un’umanità sofferente. Erano assertori degli aspetti più effimeri dell’esistenza. Erano dei profeti della vacuità del vivere. 

Dall’altra parte della barricata c’è Claudia allevata da una coppia di pseudo intellettuali di sinistra facili fruitori delle ideologie pret a porter, di facile e immediato consumo che lenivano le mancanze delle loro esistenze rendendoli narcisisti della loro inferiorità. Ma non erano veri promulgatori di teorie sociali, quanto per un acuto senso di invidia che provavano verso le classi abbienti:

 

si dichiaravano di sinistra. Lo facevano perché non si conoscevano veramente, nel profondo. O si rifiutavano di farlo, come molti borghesi che ad un certo punto si inventano una finta ribellione. È una necessità che nasce per noia. Erano di un’ambizione sfrenata, ma più per sentirsi alla pari con l’emergente classe imprenditoriale di allora che per altro. Si ritenevano sottopagati e mal valutati socialmente. Alla figlia avevano messo in mente le loro idee di finta sinistra, di riscatto proletario aleatorio e superficiale. 

Ed è questo malsano ambiente educativo che spinge le due giovani a reagire a questo piatto mondo così chiuso e soffocante con un’ansia, anzi una fame di affetto di protagonismo che le porteranno a percorrere strade diverse e simili al tempo stesso. Ed è quella loro ricerca dell’assoluto che sfugge e che non può compensare quel cuore nero, quella voragine interiore che le rende alternativamente vittime e carnefici. La loro è la ricerca della redenzione in un mondo che nega la spiritualità dell’esistere:

 

Che cos’è l’uomo che non è più capace di scoprire in sé la sua dimensione spirituale? Dimmi che cos’è?», le chiese.

«Non lo so!», gli rispose lei.

«È una macchina biologica che produce merda! Soltanto merda!»

Ecco che dietro l’acuta critica sociale di un mondo vanesio che con la tecnologia senz’anima uccide la realtà, si delinea un significato gnostico profondo. Per Lucarini questo universo è il prodotto di una divinità crudele, irriverente il Demiurgo, che si bea nel contemplare lo sfarcelo di un’umanità che:

 

Era come se ognuno di quegli esseri strani e spenti tributasse un plauso a quelle scorie, a quel merdume vario. Era come se ognuno considerasse quei rifiuti come la vera essenza dell’individuo attuale, dell’homo faber contemporaneo. 

Ed è la malattia, quella spada di Damocle della morte sospesa tra le due giovani che le porta a liberarsi, a intraprendere un percorso di eliminazione dei legami che la costringono a considerare la vita un’eterna lotta per emergere. La malattia e il luogo in cui il loro incontro si svolge, è simile a un utero materno in cui esse:

 

Era come se attendesse di rinascere, come se fosse un embrione in concepimento.

E Claudia e Lara, l’essere diviso dalla sua discesa in una terra desolata, ritrovano attraversando i ricordi e sciogliendo i nodi del loro dolore a morire e rinascere libere dalle pastoie di un’esistenza rinnegata e dannata.  I malati incapaci di affrontare sé stessi non erano che figure vane, iridescenti:

come se fossero leggermente ricoperti da fango o cera.

Burattini o bambole i cui fili erano totalmente retti dal Demiurgo. Ma per quelle anime intrappolate, salvate dal fuoco sacro dell’arte attraverso questo critico momento riescono:

Nei momenti critici esce il vero spirito di ogni persona, si vaporizza la sua essenza! Poi sarà salva. Continuerà a percorrere la sua strada.

È un libro iniziatico?

Anche. Nel raccontare senza veli, senza abbellimenti, senza giustificazioni il nostro dramma eterno di anime intrappolate nella rete della non esistenza (cosi come raccontato dalla Pistis sophia) Lucarini racconta anche in chiave simbolica la redenzione:

 

Si disinteressi delle miserie del quotidiano. Le trascenda. La vita è un’illusione, solo una sterile illusione. È un sogno malvagio nella mente di un essere superiore che odia le creature!

Il malvagio dio minore, colui che in un sogno di onnipotenza ha creato la prigione ci costringe semplicemente a vivere di energie spremute, di energie rubate (il simbolo ricorrente del sangue che scorre) di lotte continue per soddisfare i bisogni più abietti in cui armonia, bellezza e arte sono totalmente esclusi:

In questa modalità altra di esistenza è solo il nostro corpo a scegliere cosa fare. Sceglie in base ai suoi bisogni puzzolenti e putridi. Tutto il resto non esiste. I valori, la solidarietà, l’amicizia, dagli anni ‘70 in poi, sono fandonie.

Cosa davvero salva le due anime?

La passione, quella che cozza contro il bisogno primario e dà valore alla nostra scintilla divina. Per Lara è il lavorare con le mani, mani che creano, mani che incantano e rendono estatica l’azione.

 

Le mani, per Lara, potevano essere assolutamente creative, riuscivano a costruire un universo di sogni e simboli. Le mani potevano creare e persino sognare

Questo perché, come ci dice la psicologa Clarissa Pinkola Estes le mani sono:

 

la forza creativa della psiche

E Lara usa proprio l’arte del saper fare, il collegamento tra anima e corpo che crea qualcosa di unico che rende il demiurgo un pallido imitatore dell’antica armonia: noi possiamo ricreare il cielo in terra quando ci avviciniamo al vero senso dell’arte, cosi come Claudia ha la speranza della salvezza cantando non per soddisfare l’appetito di morti viventi ma per dare sfogo e voce al dolore, alla meraviglia e all’incanto dei pensieri neri.

I pensieri neri, quel senso di smarrimento, quel non sentirsi accettati, nostalgici di qualcosa è il sintomo che siamo ancora collegati con la fonte originaria. E che anche nel percorso di perdita di sé resterà una piccola scintilla brillante, segno del nostro essere nel mondo ma non del mondo.

Come si torna a casa?

Uccidendo il simbolo del nostro dolore, quello che ci tiene ancorati a un mondo che non è il nostro, uccidere questa voglia di riprodurre il male e l’imperfezione all’infinito restando schiavi di chi ci vuole portare al cospetto di quella divinità minore che venera l’incompiutezza. E soltanto affrontando e sbrogliando il lato oscuro possiamo davvero rinascere e essere libere dalle catene della materialità:

 

Hai compiuto il nero del cuore. Adesso sei libera. Puoi tornare alla tua vita e devi stare tranquilla. Ora sei libera. Eri preda di furiose presenze

Un libro perfetto, che può essere letto in ogni angolazione, che rende liberi e incanta, angoscia ma fa vibrare davvero quello spirito sedotto dall’incapacità di ribellarci:

 

È un universo fatto di pochi privilegiati a cui tutti gli altri portano rispetto e donano la propria incondizionata sottomissione. Alla fine sono servi anche loro. Siamo tutti servi di questo gioco in cui per un istante vinciamo anche noi. 

E leggendolo e assorbendolo forse tutti voi potrete comprendere che il vero segreto del nostro essere divini è semplicemente rifiutare un mondo incentrato sul successo, sul vincere, ma vivere di vera passione.

 

Sei più brava di me perché hai passione per tutto ciò che fai. Ti perdi nel tuo fare e in questo modo esisti. 

 

E questo comporterà sempre una morta interiore che possa

 

annullare il mio ego, nel mio fare, nel mio pensare.

 

Spettacolare!

 

 

 

“Le Streghe di Swan River” di Mary Steward Atwell, Rizzoli editore. a cura di Natascia Lucchetti

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Prendete un paese del sud degli Stati Uniti, posto a ridosso degli Appalachi, unite ad esso un alone di mistero su strane morti insabbiate da scuse inutili, fate muovere nel tutto una protagonista animata da sogni e aspirazioni condivisibili e otterrete un mix perfetto di eventi e riflessione.
Il punto di forza maggiore di questo romanzo è proprio il contesto. Un’ambientazione ben descritta in ogni suo aspetto. Swan River è una cittadina piccola in progressiva decadenza. L’economia è debolissima, poiché non si è mai evoluta, non ha subito il benché minimo sviluppo industriale e ci ha restituito la figura di un sud degli U.S.A. ancora attaccato al settore primario: l’agricoltura. Ogni attività è praticamente paralizzata e chiunque decida di rimanere il quel luogo è destinato a subire il lento decadimento di tutto, dall’economia agli usi e i costumi che, anacronistici, tentano di resistere al passare del tempo. C’è però un elemento fuori dal contesto in questo paesaggio montano e arretrato : L’Accademia.
Parliamo di una scuola superiore femminile di alto livello che istruisce ragazze provenienti da famiglie benestanti. Kate è l’unica studentessa a non appartenere al lato ricco di Swan River, quel piccolo quartiere in cui vivono i professionisti della città e per questo si troverà ad affrontare tutti i problemi dati dalla sua posizione. Sarà spesso discriminata, ingannata dalle ragazze più abbienti di lei, che invece tenderanno sempre a fare gruppo tra loro. Il conto in banca fa la differenza anche sul carattere delle ragazze. Kate deriva da una famiglia povera, dissestata, con difficoltà economiche e non solo, ma ha una forte determinazione e un incontenibile desiderio di libertà. Lei vuole completare gli studi e vincere una borsa di studio per un università del Minnesota, in modo da allontanarsi da quel luogo una volta per tutte e si impegna in questo senso. Willow e le sue amiche, invece, pur appartenendo alla società che conta, non avendo problemi di soldi per soddisfare i capricci più futili, sottostanno alle regole che i loro genitori gli stringono addosso. Hanno tutta la loro vita programmata, comprese le amicizie. Reagiscono a questa prigione attraverso gesti di futile cattiveria, come usare le persone. Brilla il caso di Mason che viene usato e gettato di via da una Willow forse annoiata, forse indecisa, probabilmente insicura.  Quindi sia la povertà che la ricchezza sono facce della stessa medaglia. Entrambe risultano una gabbia. Ed è proprio a questo punto che si inserisce alla perfezione il fattore magia, stregoneria.

Non sapevo di preciso cosa fossero le ragazze selvagge, ma sapevo cosa non erano. Non erano le figlie dei pochi professionisti della città, dei medici e dei ministri del culto. Non erano destinate a frequentare l’università. Erano le ragazze cattive, quelle che facevano le cosacce nel retro dei furgoni, e molte di loro venivano dalla zona nord della città, da Bloodwort Road.

Le ragazze selvagge sono ragazze povere che hanno deciso di superare la loro condizione, di accedere ad un potere forte in grado di schiacciare qualsiasi cosa odino. Sono costrette dal peso della vita difficile dovuto a quel luogo opprimente, a quella rovina che sono costrette a vivere. Sono figlie della decadenza, la rottura di ogni schema. Kate ha paura di essere una di loro, poiché sente di avere tutti i requisiti per poter entrare in quella schiera e non solo. Sua sorella Maggie ha già liberato la sua furia attraverso il fuoco delle ragazze selvagge. Ha bruciato la biblioteca dell’accademia soltanto perché odiava quel luogo. Quell’episodio ha messo il terrore addosso a Kate, un terrore che cerca di smentire in tutti i modi, spesso passando per l’autoconvinzione in seguito ai risultati delle sue ricerche.
Ma non è così semplice. Il potere delle ragazze selvagge non deriva da questo. Non è affatto legato alla povertà e al disagio di quella condizione. Esso nasce dalla rabbia dovuta alla mancanza di libertà. Infatti le streghe di Swan River non fanno parte solo del quartiere povero, no. Si nascondono dietro visi insospettabili.
La stregoneria descritta dalla Atwell fa capo agli antichi culti pagani. Nel libro vengono citate più volte le Baccanti. La parola chiave è follia, euforia. La perdita completa della ragione e l’abbandono ai desideri più bassi. Ma al contrario della condizione descritta dalla tragedia greca di Euripide, nelle ragazze selvagge non c’è follia insensata, indotta. La follia nasce dalla prigionia, dal desiderio di liberarsi, dalla volontà di sfogare quella parte bestiale che è sul punto di esplodere ad ogni fiamma di rabbia. La stregoneria non è male fine a se stesso, è uno strumento per assaporare la mancanza di vincoli fisici e morali almeno per un po’. Ed ecco infatti la descrizione di un volo libero sopra le cime degli alberi che rappresenta la fuga dagli schemi della logica, ed ecco il fuoco che brucia tutto quello che fa male, quello che è oggetto d’odio e di dolore. E’ quello il fascino di questo libro. Un po’ come il viso umano che nasconde il vampiro dietro i suoi tratti normali, i comportamenti corretti, trattenuti, normali nascondono la voglia di far esplodere la rabbia delle ragazze selvagge.
Credo che la linea guida di questo romanzo sia che ricchi o poveri, tutti siamo più o meno nella stessa condizione. Tutti siamo un equilibrio non sempre stabile di follia e controllo, soltanto che tra noi non riusciamo a riconoscere quest’uguaglianza. Siamo troppo attaccati ai luoghi comuni, un po’ come Kate che si affretta in giudizi basati su dei preconcetti.

Per molto tempo avevo pensato che l’interesse di Caroline per gli episodi di violenza nella mia città fosse uno di quegli hobby da ricchi, come fare i turisti nei quartieri poveri. Pensavo che volesse vedere le ragazze selvagge con la stessa curiosità di chi viaggia in Mercedes e allunga il collo per sbirciare un pick-up tappezzato di adesivi della bandiera confederata e con il conducente seduto sul cofano, stuzzicadenti in bocca. Ce n’erano parecchie di ragazze così all’Accademia, convinte che la cosa più notevole e divertente di Swan River fosse la sua arretratezza.

Mi sono fatta prendere davvero molto dalla bellezza della riflessione che questo romanzo mi ha scatenato e non ho seguito il mio solito schema, quindi riprenderò i punti che di solito metto all’inizio in questo momento. Parto sempre parlando della trama. Questo libro è ben fatto e scorrevole. Il ritmo è veloce ed è intervallato da flashback puntuativi, immagini del passato che si sovrappongono al presente con immediatezza. Ogni personaggio viene approfondito a dovere attraverso una descrizione fisica dettagliata unita a quella caratteriale, ben specificata anche nel caso dei personaggi secondari. La personalità di ognuno ha delle sfaccettature diverse anche quando i personaggi vengono raggruppati, come, per esempio, le amichette di Willow che dovrebbero essere sgherri tutti uguali, ma che invece hanno tutte una storia ben definita ed un motivo preciso per comportarsi in quel modo. Il livello di dettaglio è impressionante e rende il quadro ancora più vivido.
Lo stile è impeccabile, asciutto, privo di eccessi, mai ridondante. Ogni momento è diversificato e si sussegue agli altri in maniera snella, tanto da far scivolare via pagina dopo pagina senza nessun rallentamento.

In conclusione posso solo dire che consiglio questo romanzo a tutti coloro che desiderano addentrarsi in una realtà decadente, fuori dal tempo e allo stesso modo vivida, reale, dove riscoprire quel lato selvaggio di noi, riconsiderarlo e sentirlo vivo, da un lato del nostro cuore.

Stupendo.