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La qualità più pregiata di Pitti Duchamp, la ravviso nei suoi personaggi femminili. Seppur ricalcano lontani echi letterari, sono perfettamente adagiati nella realtà temporale descritta dal libro.  Nel caso di Arabesque, la storia è abilmente intrecciata con le vicende passionali, personali e psicologiche dei protagonisti donando quel tocco di vitalità necessaria non soltanto alla scorrevolezza del racconto, ma anche all’immedesimazione dei lettori. Infatti, la pecca di tanti storici è quella di una mancata aderenza alle regole di corporeità dei mille personaggi che, spesso, vengono adornati di una certa dose di fantasia e di eterea definizione, restando intrappolati nelle apologie, nelle idealizzazioni apparendo, quindi, del tutto distanti e lontani al lettore di oggi.

E invece bisogna imparare a pensare alla storia come qualcosa di vivo, di fluido, che faccia comprendere come si tratti non solo di grandi nomi polverosi, ma soprattutto di esseri umani, differenti da quello che siamo oggi, ma partecipativi della nostra stessa ansia d’amore, il nostro protrarci verso ideali alti, la nostra ansia di infondere negli eventi la nostra immortale impronta

Sara, Alida, Raffaele, alessandro, ma anche il feroce Adrian von Lipsiski, ma anche i sovrani, i contadini, ogni partecipante di quegli importanti eventi del passato che tanto incidono ancora sulla nostra storia diventano affini a noi, se non per cultura almeno per anima, cuore e mente.

Gli eventi sono quelli relativi al periodo più intenso e drammatico della nostra storia italiana: il 1820/21.

Che importanza avrà mai questa data? Beh non chiedetemelo, rischiate di farmi avere un bell’infarto!

Si tratta della storia della nostra Italia.

Si tratta del periodo, esaltato e criticato, in cui si gettarono le basi per la costruzione di uno stato indipendente e sovrano, scevro da influenze straniere. Un sogno infranto sulla realtà NATO diranno in molti. Ma nonostante la giusta polemica, nessun dubbio su come, quel sogno, sia stato carburante per idealismi e patriottismo che, purtroppo, restarono e restano anche oggi, soltanto parole da inneggiare durante i mondiali di calcio. L’idea italiana prese la sua concreto identità proprio in quel periodo conseguente al congresso di Vienna e alla restaurazione contro le innovazioni napoleoniche. Se prima quella concezione unitaria era soltanto un’idea accennata, una sorta di vago concetto, fu in quella maturazione anche politica, che poté realizzare un suo piano di azione, stringendosi attorno al regno sabaudo e rendendo il Piemonte il perno attorno al quale sarebbe potuta sbocciare l’idea di stato nazionale. Il sogno italiano era quello di colmare la distanza con le grandi potenze tipo la Francia, la Spagna e l’Inghilterra che riuscirono a unire le varie regioni molto prima ossia alla fine del 400.

Per noi fu molto difficile. Divisi in stati, ognuno con una peculiare identità culturale, soggetti al dominio di varie potenze (nel sud la Francia e la Spagna, al centro lo stato della Chiesa, il granducato di Toscana, al nord il dominio austriaco) spesso in disaccordo totale l’uno con l’altro, ognuno geloso della propria sfera di autonomia, l’idea di stato unitario appariva vaga e irrealizzabile a livello pratico.

Tuttavia, la seduzione che il progetto unitario esercitava su menti colte e fertili, aveva radici molto antiche. Addirittura si parla di millenni, portata avanti da generazioni di giovani e intellettuali convinti che senza unità questo territorio ricco ma impreparato, non avrebbe mai trovato pace e prosperità.

Da Macchiavelli a Manzoni, Da Dante e Petrarca, l’idea di creare una potenza economico politica poté trovare una concretezza proprio con il risorgimento e in particolare, come ci racconta Pitti, nei moti del 20/21, specie nel regno di Napoli (guidati da  Guglielmo Pepe)  e la società eversiva della Carboneria. Furono loro a innescare, grazie anche alla lungimiranza dei regnanti di casa Savoia, gli eventi che porteranno nel 1861 alla creazione dello Stato Italiano:

Non fia loco ove sorgan barriere / Tra l’Italia e l’Italia, mai più! / L’han giurato: altri forti a quel giuro / Rispondean da fraterne contrade, »

Alessandro ManzoniMarzo 1821

Manzoni espresse, in queste poetiche, tutto lo spirito riformista, liberale che anima l’intero libro di Pitti, dove l’amore per la patria e il rispetto per le idee di quegli uomini trasuda da ogni pagina. Ma oltre alla bellezza storica, da me sempre apprezzata, vorrei porre l’attenzione, in questa mia recensione, a dettagli che rendono l’Arabesque più di un omaggio alla storia liberale, ma che lo inseriscono nel filone della letteratura di formazione, grazie alla bellezza ribelle di Alida e alla triste storia della sua antagonista Sara.

Due sono i dettagli da sottolineare. Innanzitutto Alida non è solo un’eroina romantica. Essa ricalca la pedagogia tanto cara alla Louisa May Alcott in piccole donne una rielaborazione della figura femminile spesso condizionata dall’educazione di genere. Non tremate. Non significa che la Alcott né la Duchamp inneggino al tanto orrorifico gender, piuttosto si tratta di pura socio pedagogia.  Nella rappresentazione della donna, nel panorama educativo del tempo si sottolineavano tra le tante doti quelle della mansuetudine, della sottomissione al potere maschile e di una certa propensione considerare la donna quasi un accessorio atto a colorare di bello la propria dimora.

E infatti Pitti definisce le donne educate alla malizia necessaria ad accalappiare il giusto marito come:

bizzarro pollaio di dame starnazzanti e damerini poco svegli

Mentre Alida è descritta come:

Alida è cresciuta, è una ragazza bella e intelligente, tuttavia mi dà delle preoccupazioni mentre lei pensa solo a

leggere e a scrivere racconti d’amore. Qualche mese fa ho scoperto per caso che è riuscita persino a farsi pubblicare un racconto a puntate su una rivista. Si è addirittura fatta pagare

 

Alida è un bizzarro incrocio con l’eroina più amata di piccole donne Jo March, anch’essa descritta come ribelle, senza filtri di convenienze sociali, amante della cultura, contraddittoria e soprattutto dotata di un’ardita consapevolezza.

Jo al pari di Alida, è emancipata, lotta per trovare un suo posto nella società profondamente maschilista e scarsa di diritti civili come il suffragio e la partecipazione politica che non si accontenta di un sistema educativo che pone la donna come elemento decorativo e quindi in posizione di inferiorità. Ma c’è una notevole differenza tra le due, quello che rende, forse Alida più completa. Se Jo risente di un certo ostracismo alla femminilità sensuale, tipico della società moralista protestante, in Alida ritroviamo una diversa indole, tipicamente europea, basata sulla consapevolezza del corpo, sulla bellezza delle forme e sulla carnalità prorompente delle forme, cosi come descritto nel bellissimo libro donne che corrono con i lupi di Clarissa Pikola Estes:

Non bastava che la ragazza fosse di una bellezza folgorante, possedeva una femminilità selvaggia e inesplorata che aspettava di essere liberata e di esplodere come in cascate di fuochi artificiali. 

La libertà del copro femminile esaltato persino da colori indecenti (Alida vesta nella migliore scena del testo non a caso di rosso) fa da controparte all’altra figura femminile rappresentata da Sara lady inglese, algida, eterea costretta in dei rigidi sociali che la limitano sia intellettualmente che fisicamente:

bionda impettita che sedeva con composta eleganza sulla sedia dalla passamaneria dorata…..

tutti poterono ammirarne la figura slanciata, le proporzioni armoniose e i capelli dorati raccolti in un’acconciatura dall’aria dolorosa.

 

Il confronto con le due diventa nella penna di Pitti un confronto non di due bellezze diverse ma di due opposte culture:

Alida fremette d’invidia: al contrario dell’eterea inglese, lei possedeva una femminilità terrena e concreta, i suoi seni erano pieni e la massa di capelli ricci e lucidi era mal trattenuta da una treccia appuntata sul capo da un grande fermaglio di corno….L’inglese era vestita di bianco, sembrava proprio una fata

Alida più reale, più corporea perfetto simbolo di una cultura che si fa beffe delle convenzioni per puntare direttamente alla concretezza anche politica scevra da privilegi e orpelli di forma. La cultura descritta da Pitti è una cultura liberale, attaccata ai valori concreti della terra del benessere e dei diritti (anche se spesso è una cultura che resta relegata solo e soltanto nelle parole) differente dalla rigidità apparentemente progressista di un Inghilterra che mira al beneficio immediato, anche se questo rischia di essere provvisto di una certa malignità strutturale. Emblematico a questo proposito è il discorso/ scontro tra il lord Loughbourne e il conte Raffaele:

Voi inglesi siete troppo avidi anche nei confronti dei vostri stessi connazionali… schiere di operai e braccianti storditi da laudano vagano per le vostre città. Le bevande a base di oppio sono meno costose dell’alcool e nessuno si fa scrupoli a spacciarle a poveri diavoli che cercano un attimo di felicità. E pensa Alessandro” continuò Raffaele “pensa all’alta società inglese. Un uomo che bacia una donna fa scandalo, ma se commercia oppio per renderne dipendenti dei disgraziati che fanno la fame è tutto lecito… i lord possono….

Signore mi offendete! Mia figlia è una Lady inglese! Stiamo parlando di gente che non ha nessuna importanza!

 

Liberalismo contro una nazione che, seppur famosa nell’incentivare il progresso scientifico, resta e rimane prigioniera della sua staticità, delle contraddizioni che rendono questo progresso limitato all’utile immediato piuttosto che all’evoluzione della società. Un’evoluzione che, i nostri padri del risorgimento, ritenevano indispensabile e ponevano come esigenza immediata e condizione imprescindibile per la creazione di un vero stato moderno.

Del resto lo disse Massimo d’Azeglio

Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani».

 

È questa volontà identitaria, questo sogno di unire il popolo, badate bene ho scritto popolo, sotto uno stesso spirito, una stessa cultura e persino una stessa lingua, questo sogno che oggi vediamo bistrattato e offeso da tanti localismi senza ideali ma solo ideologia, rivive nelle bellissime pagine di pitti, in un altro grande e commovente omaggio a un’idea di stato che non è morta ma sepolta sotto decenni di delusioni. Che questo libro possa far rivivere quell’ideale a noi così caro, liberandoci come sognava D’Azeglio:

da vizi quali indisciplina, irresponsabilità, pusillanimità e disonestà (vizi che, come molti patrioti del Risorgimento, ritiene essere alle radici del declino dell’Italia a partire dal Rinascimento) ed instillare in loro ciò che egli chiamava “doti virili”. 

 

E quando anche oggi, noi sottomessi alle altrui influenze straniere, ci sentiremo denigrare la nostra amata patria, rispondete come risponde il padre della nostra contessina Alida, Alessandro alla provocazione del comandante austriaco, gonfiando il petto e facendo brillare gli occhi:

Io sono un nobile austriaco! Dovreste essermi grato per aver rivolto attenzioni a vostra figlia… siete soltanto… Dio… siete solo dei piemontesi!” disse il forestiero con l’intento di umiliarlo.

Alessandro gonfiò il petto, da molti anni ormai non sentiva quell’orgoglio patriottico ribollirgli nello stomaco e uscì dalla bocca come un fiotto di bile: “Noi siamo italiani! E quant’è vero iddio vi cacceremo dalla nostra terra”.

E’ l’orgoglio di essere, nonostante tutto, italiani

 

 

 

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