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Contrariamente al pensiero comune l’essenza del thriller non è la scoperta di un mistero. Questo percorso è riservato al giallo o al mistery puro. Il thriller, racconta in modo più o meno blando l’orrore quotidiano del male rappresentato, spesso, dal serial killer. L’omicidio seriale è, infatti, il perno sui cui ruota la trama, vista sia dal punto di vista dell’indagine, sia dal lato umano dei componenti della squadra che si interessa dell’orrore, sia dal punto di vista psicologico del perché si arrivi a un tale grado di brutalità verso un altro essere umano. In ogni caso, il thriller deve poter far rabbrividire cosi come del resto rappresenta proprio l’etimologia inglese del genere to thrill rabbrividire.

Ed è quindi necessaria l’adrenalina, la suspense, la tensione e l’eccitazione aumentando fino a livelli di parossismo le aspettative del lettore. In questo campo gli americani ci battono, perché riescono, tramite una sorta di coerenza della trama a lasciare alta l’attenzione, a scatenare domande e a provocare dei veri e propri momenti di alta tensione. Negli italiani, troppo cerebrali, poco attinenti a fatti nudi e crudi, poco inclini, forse, a manifestare appieno l’orrore della società ( di cui i devianti serial killer sono la massima espressione) forse perché osservare i loro difetti, quel marcio stagnante è una presa di coscienza di noi stessi, dei nostri assunti culturali che evitiamo dall’unità di Italia, tende a ammorbidire i tratti salienti del genere adombrandolo di rosa, di eccesso di psicologia e di scarsità di elementi tensionali.  E pertanto, spesso i thriller in Italia, sono quasi trattenuti, quasi timidi nell’affrontare le tematiche da brivido, quelle più sconvenienti per chi, come noi, tende a ficcare la testa sotto la sabbia.

Ed è il motivo per cui tendo a non leggere thriller italiani a meno che, non siano scritti da esperti del settore come Donato Carrisi ex criminologo. Andrea Gerosa mi ha fatto ricredere. Non si trattiene anzi si interroga, scruta, svela e affronta a testa alta anche il lato più scomodo delle indagini, ossia quel favoritismo, quel voto di scambio, quel tendere a accarezzare il potere che ci limita così tanto come nazione, come cultura e come società. Gerosa non ha paura di aprire quel vaso di Pandora che ci rende spesso incapaci e al tempo stesso motivati nel difendere la giustizia, non si sottrae all’orrore ma si chiede, perché. E questo perché deve necessariamente coinvolgere ogni elemento possibile, dal territorio all’educazione, ai vuoti statali, all’impegno e al rischio che gli esperti corrono nel guardare negli occhi quel mostro dalle mille teste, quel male che non è soltanto un’idea teologia ma è reale quanto il dolore e il sangue che scaturisce dalle vittime.

Come intende raccontare Gerosa il male?

E’ questo l’elemento interessante e distintivo del thriller: più che spiegare la genesi che porta a una strana commistione di fissazioni e pazzie, con complicate teorie psicologiche e criminologiche ( non posso svelarvi altro ma invitarvi a leggere attentamente il libro. Il mio ruolo è di fornirvi elementi per inquadrarlo) l’autore parte dalle conseguenze della follia omicida:

Che cosa potesse generare un tale accanimento su di un essere umano, cosa riuscisse a scatenare una catena incontrollata di sevizie orribili, inducendo a infliggere torture talmente atroci, era qualcosa che sfuggiva alla mia capacità di comprensione.

Ed è per questo che l’ispettore Veloso crede profondamente nel suo lavoro, non perché ha risposte certe sulla nascita della dissidenza che porta all’omicidio seriale, ma perché la teme, ne ha terrore e al tempo stesso non ne è affascinato ma  guidato dal rispetto per la storia personale e umana della vittima. Veloso, nell’intero percorso del libro è fondamentalmente, straordinariamente umano e non corre il rischio, presente in molti libri sui profiler di spersonalizzare la vittima:

da un lato mi affascinava il pensiero che da un corpo senza vita si potessero trarre infiniti elementi di conoscenza, dall’altro non potevo che sentirmi complice di una violazione, di una sorta di oltraggio nei confronti di chi, in quel corpo, aveva condotto la sua esistenza.

Ed è in questa sua “purezza di cuore” di un uomo che, nonostante l’orrore quotidiano ancora era capace di erigersi come una nemesi contro quel labile confine tra sanità e pazzia, rendendolo capace di amare, si provare impulsi emozionali, che lo preserva da una certa assuefazione alla violenza che ho riscontrato in altri testi.

Veloso è curioso, ma non permette che la sua curiosità verso la diabolica complessità della mente umana, lo renda estraneo alla sua umana fragilità. Conosce bene i limiti della mente, e capisce che seppure gli sfuggono le motivazioni scatenanti che trasforma una persona in un mostro, il vero suo obiettivo è contrastare la furia caotica di chi lo ha scelto:

identificandomi come il nemico da sconfiggere, colui che impedì il compimento della sua missione, in effetti, non m’importava granché; non avevo scelto di fare il poliziotto per starmene rintanato in un ufficio ma per mettere dietro le sbarre i delinquenti della sua specie. 

Ed è proprio grazie al dolore che Veloso sceglie la sua strada non per vendetta ma per una sorta di giustizia pregna d’amore, come un omaggio a chi, per volontà o destino cadde sotto le grinfie della brutalità senza scopo.

E chi è il serial killer descritto abilmente da Gerosa? Qua si torna nel campo più puro del thriller: un uomo intelligentissimo, manipolatore, convinto messia di un’azione salvifica verso un mondo che decade sempre più nell’apparenza. E infatti, il mostro che sarà in grado per un abile gioco scenico di duplicarsi (non svelo più del necessario) è il simbolo di coloro che, si oppongono al degrado, all’imputridimento, alla perversione sociale (ne conosciamo esempi eclatanti nella nostra bella Italia funestata da queste tristi figure) tramite l’odio, la violenza e la mancata empatia. Eppure, ed è la cosa che sconvolgerà il lettore, si prova quasi una sorta di connessione mentale per il Maestro. È descritto quasi in modo semplice, scarno, umile ma al tempo stesso dotato di una sua strana coerenza:

 Il nostro uomo era stato un professore di scienze naturali in seguito a varie denunce da parte dei genitori degli alunni per l’utilizzo di sistemi didattici non proprio consoni.

E cosa fa di così affascinante questa ambigua e controversa figura?

Furono proprio gli studenti a raccontare quanta cattiveria ci fosse nei suoi metodi d’insegnamento, e coloro che dovettero subire di più la sua malvagità furono soprattutto le ragazze. 

Tutto questo è non un tratto di misoginia fine a sé stessa ma:

era inconcepibile il degrado culturale cui assisteva quotidianamente, i ragazzi pensavano ormai solo al vestito firmato e a come divertirsi in modi sempre più dissoluti. Cinema e teatri, un tempo luogo d’incontri e di conoscenza erano vuoti a vantaggio di discoteche e locali notturni. 

 

Ed è questo che sottilmente seduce il lettore quasi rassegnato a questo postmoderno che sembra incarnare il mito dell’apparenza priva di contenuto, che sembra inneggiare più alla forma che alla sostanza, rendendo i molti gli esclusi e i pochi i beneficiari di un paradiso artificiale che, quasi quasi, invidiamo. E in un’era tecnocratica, in cui la televisione e ogni mass media veicola immagini di potenza associate non al cervello, alle capacità ma a una meritocrazia basta su estetica e vacuità, il Maestro si scaglia come un vendicatore oscuro rendendoci, nella nostra fascinazione acuta verso di lui, carnefici più che eterne vittime:

Le modelle rappresentavano la bellezza, e con essa tutto ciò che si presta a essere futile, vacuo ed evanescente. E la bellezza non poteva essere di certo una virtù se a essa non si associavano la cultura e la conoscenza.

Ma al tempo stesso ci prende per mano Veloso, simbolo di un ordine che non è disordina mascherato ma armonica visione dell’insieme che ci informa come, la faciloneria stereotipata del maestro non è che vendetta, riscatto e frustrazione fintamente incanalata in una sorta di ideologia distorta. Ed anche qua che si nota non soltanto l’innovazione contenutistica di Gerosa, ma anche una sorta di sottile ma non troppo, critica sociale sulla nostra testarda adesione all’idea dualistica di bene e male, portavoce di tante esagerate reazioni non solo contro le problematiche ma contro il diverso.

E Veloso che si innalza come baluardo contro il vero male di vivere italiano, che non è soltanto decadenza culturale ma soprattutto morale. Non nella scelta della venerazione della bellezza, caratteristiche che da sempre ha contraddistinto il nostro modo di intendere l’arte, venerando corpo e forme perfette, ma contro quel livello di apprendimento, millenario che sottomette questa visione del bello al clientelismo e alla raccomandazione. Non è l’apparenza, la forma il vero male, è associarla alla scelta per il successo, alla visibilità immediata, al vantaggio e al beneficio: in pratica alla finalità cosciente.

Veloso è contro, fortemente contro schierato in una sorta di crociata assolutistica contro la famosa raccomandazione. Ed è nelle prime pagine del libro un eroe evanescente, quasi incorporeo, cosi immerso in ideali che, nella realtà, si perdono nello scontro con il bisogno quotidiano. È solo il ritorno del male impersonato non solo dalla brutalità ma anche da quella sorta di approvazione latente per le azioni del mostro a svegliarlo dal torpore rendendolo davvero più concreto.

Vittima del compromesso? Eroe tradito nelle sue interiori e profonde convinzioni? 

No. E sapete la differenza che, nel testo appare lampante e che lo pone in un piano valoriale alto, nonostante la discesa nelle stanze del palazzo del potere?

Nella motivazione,  Veloso non accetta questa diversa percezione per utilità immediata, riferita a una sua debolezza, non “cede” per ottenere vantaggi. Cede per amore della giustizia, per fermare a ogni costo, anche se il costo è la sua dimensione emotiva, quel mostro che lo sta aspettando con un sorriso ferino alla fine del buio tunnel.

come ci racconta la Rowling :

A volte bisogna pensare a qualcosa di più della nostra salvezza (o del nostro narcisistico nasconderci dietro la nostra corazza di eroi perfetti ndr) a volte bisogna pensare al bene superiore”

E Veloso, in questo suo intricato, difficile percorso pensa e ha costantemente fisso il volto deturpato delle vittime, che per lui avranno sempre un’identità e che nei loro occhi vuoti vedrà una richiesta di aiuto: prendi chi mi ha resa solo carne da macello.

Ed è nella sua motivazione che, pur scendendo negli oscuri sentieri del malaffare, resterà straordinariamente integro con la propria anima. E leggendolo capirete come, a volte per il bene superiore, perdere un po’ delle nostre tracotanti sicurezze non è il male assoluto.

Il male assoluto è suadente, ha la capacità di generare i ma, di affascinare e di trovarsi alibi:

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.

Davvero un libro incredibile.

 

 

 

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