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Perché le cose finiscono in disordine?

 

Cosa vuol dire disordine?

Vuol dire che non riesco a trovare le mie cose e cosi tutto sembra in disordine…cioè quando niente non è al suo posto…

d’accordo ma sei sicura di dare a disordine il significato che gli darebbe una qualunque persona?

sì papà sono sicura perché io non sono una persona molto ordinata e se lo dico Io che le cose sono in disordine sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.

Non pensi che quando tu dici a posto tu intenderesti la stessa cosa che intenderebbero gli altri?

 Ho riportato fedelmente il favoloso e intrigante Metalogo (dialogo immaginario fruitore di senso alternativo alle questioni ontologiche) di Gregory Bateson presente nel saggio Verso un’ecologia della mente, proprio perché spiega il senso del titolo della raccolta poetica di Rota e racchiude il significato delle poesie li contenute.

La raccolta poetica si intitola, infatti Dentro nell’ordine sparso. Ordine e sparso sembrano apparentemente contradditori e messi quasi in modo sconclusionato uno accanto all’altro, quasi a snaturare il loro significato etimologico. Apparentemente, perché in realtà la contraddizione è soltanto un difetto percettivo del lettore, poiché in questi due aggettivi non vi è affatto contraddizione.

Questo perché ordine, seguendo la teoria di Bateson è soltanto un modo per definire lo stato delle cose, dei pensieri e delle emozioni che per il soggetto che le percepisce appaiono in un sistema non ordinato. Pertanto ordinato per me (soggetto) vuole dire una cosa speciale, allora certi ordini delle altre persone mi sembreranno disordini.

Da questo ne conseguono due elementi. Il primo, riguarda l’esistenza di una moltitudine di disordini e il secondo (quello che interessa le nostre poesie) riflette una visione dello stato delle cose, prettamente soggettivo. E quello di Rota è un complesso di emozioni personali, sparse eppure relativamente al suo essere poste in una sequenza valoriale dotata di una coerenza perfetta.

Ecco la maturità della seconda raccolta di Rota. Arrivato a una fase più matura, meno tragica della sua vita, l’autore si osserva allo specchio, raccogliendo i semi di quegli eventi sequenziali che noi chiamiamo realtà.  Uscendo da quel guscio di ribellione, di drammaticità propria della giovinezza, che fa dell’originalità, del rifiuto e della contestazione il suo mantra, Rota entra nella fase più introspettiva, segno di una raggiunta pace: la vita viene assorbita, interiorizzata e metabolizzata riuscendo a dare a essa una sua coerenza strutturale o, come direbbe Bateson, un disordine ordinato.  Se prima avvertivamo un’ansia eterea, una pulsione all’ideale quasi incorporeo, in questa fase avvertiamo, una maggiore corporeità che dà anche all’istante la sua carica di realismo. Non più potenzialità in embrione, non più aspirazioni alla perfezione, quanto realizzazione viva della fluidità vitale che si fa quasi carne, vibrante e pulsante. Se prima era nascita, pensiero, ora è comportamento, azione, coscienza e consapevolezza. E si tratta della seconda fase dell’avventura umana quella che rende la sostanza irreale, forma reale.

È l’uso dei sensi più che della mente o dell’animo, che fa da padrona di casa, una percezione che è oggetto e al tempo stesso soggetto del divenire, inteso come momento evolutivo legato al momento. La poetica non indaga le disconnessioni poeta/mondo, ma piuttosto apre la porta dei segreti di questo mondo così come l’uomo lo percepisce, lo interpreta, lo elabora in una costante scorpacciata di stupori provocati non da una vaga percezione ma da eventi reali. Ecco che la poesia apre varchi, penetra l’essenza stessa degli oggetti e delle molteplicità del nostro essere. Un sorriso, un’alba, la terra stessa e ogni valore della società non in contrasto con la società nella sua più segreta e profonda essenza.  Ed è come sottolinea l’introduzione di Eugenio Maria Gallo:

  Luca Rota sembra ripercorrere il cammino heideggeriano della separazione fra pensiero calcolante e pensiero meditante. Ed è proprio quest’ultimo che sembra stare tanto a cuore al giovane Rota, perché il pensiero meditante è l’essenza dell’uomo quell’essenza che si pone come meta dell’essere.

Cosa significa quest’interpretazione?

Partendo dalla filosofia di uno straordinario Heidgger si osserva uno dei limiti della odierna società postmoderna o come meglio viene definita Tecnocratica. Essere è una condizione necessaria di esistenza che, secondo il pensiero greco, si mostra a noi attraverso il suo legame con il pensiero:

cogito ergo sum

E l’essere, inteso come atto di rivendicazione di un posto nella grandiosa manifestazione del visibile, ha come punto focale l’intermediario uomo, l’unico in grado di possedere la capacità di comprendere questo atto non soltanto creativo ma di divenire costante, ossia l’essere, l’esistere.

Si tratta per Rota di esercitare nelle sue poesie quella capacità che Heidegger ha individuato come aletheia ossia svelamento, riconvertendo in senso di fenomenologia, di fatticità, la vita stessa. Ecco che essa ci appare non soltanto un’idea, ma un elemento concreto che si sviluppa ed è quasi toccabile, attraverso quell’arazzo fluido che il tempo intesse per noi: il pensiero che si rende forma.

In quest’ottica, possiamo catalogare la prima opera di Rota, Silenzio assordante, secondo le categorie heideggeriane come situazione affettiva in cui il nostro io (o direi la nostra percezione) ha un primo contatto, spesso di rifiuto con il mondo della forma, considerato quasi una blasfemia o un tradimento verso il pensiero puro. Tanto che nella prima sua raccolta, si avvertiva una sorta di angoscioso rigetto per questa situazione di cesura tra l’ideale e la struttura. Il secondo passo, quello di cui oggi mi occupo, è l’atto del comprendere e del parlare che permette da un lato la metabolizzazione della forma, dall’altro la trasmissione di cosa l’emozionalità, insita nell’esistenza, ci fa  apprendere. Ed è la terza forma di apprendimento, quello più importante che rimette in discussione, criticamente ogni nostro assunto personale, e impersonale, finora trasmessoci.

Tutto ciò viene fatto non in maniera astratta ma neanche generica. Per questo la sua arte si fa meditativa, ossia trascendentale, in una netta e decisa contrapposizione alla caratteristica occidentale del un pensiero calcolante.

Cos’è? E’ la tendenza dell’uomo di tendere più al calcolo, alla riduzione di tutto il pensiero, l’arte e la poesia alla mera oggettività della finalità cosciente.

Per Rota la vita in ogni sua forma, anche quella più semplice, è fonte di trascendenza, un propendere al significato profondo che ci fa avvicinare a un piano di realtà al di là di quella comunemente accettata come comune, una realtà sovrasensibile, complessa e simbolica. È una poetica che passa il limite e si addentra nella selva oscura laggiù dove anche gli angeli esitano.

 

Ne è un esempio la poesia Dentro:

pensieri come sassi scagliati al vento

echi lontani di fantasie perdute

sorrisi e silenzi la paura del domani

negli attimi di non ritorno

il nulla

Ecco come si percepisce lo sfaccettato mondo interiore del Rota che si nutre di elementi terreni, molti più terreni che nel silenzio assordante e che rendono i pensieri come sassi, ossia piccoli microcosmi apparentemente unitari ma che celano in essi interi mondi sconosciuti. Il sasso o roccia sono elementi eterogenei costituiti da più minerali, senza tuttavia possedere una certa continuità per la costante presenza di elementi impuri. Ed è per questo che vengono, spesso nella poetica paragonate al pensiero, perché hanno un loro peso, riescono a sprofondare nei laghi e nei mari, e soprattutto sono colorati di mille emozioni, sensazioni anche denominate come impure o scorie, da elaborare e digerire. Ed ecco che dentro l’uomo, dentro Rota si agitano miriadi di emozioni, di elementi discordanti tra cui la paura considerata come un’ombra che avvolge quell’interiore così prezioso e che lo rende soggetto al vuoto del nulla.

In questo viaggio reale abbiamo anche la concezione dell’uomo societario, colui che è immerso e accetta il suo ruolo indossando una maschera:

quante maschere

a celare il tuo cuore

quanti sguardi

a cui non prometti amore?

ecco che l‘esigenza di indossare un velo, una maschera è anche la necessità non tanto di aderire agli assunti di una comunità, ma diventa una protezione, un castello inaccessibile con cui aumentare le distanze con l’incognita dell’altro.
Ed è questa muraglia che aumenta il senso di smarrimento e di vuoto poiché quel difenderci dalla pericolosità anarchica delle emozioni, richiama come belva affamata il nostro costante amico: il vuoto.

 Eppure, per ironia della sorte,  è proprio il vuoto, quel contenitore in cui tutto si cela, in cui tutto muore per rinascere il segreto profondo della magia. Ed è nel vuoto che riesci a osservare l’emozione per eccellenza l’amore:

quante paure ora provi a placare?

quanto dolore ora sai affrontare?

Cosa c’è nell’amore che non sai più cercare?

 

È in quella distante maschera che l’io osserva il tempo e quel sentimento spaventoso che lo travalica e lo supera, che lo comanda e solo ora, osservandolo con una dolce pacata rassegnazione si interroga su esso.  Ormai al sicuro nella sua terra nascosta.

Abbiamo la Terra immaginata come estensione del nonno, cosi fluida e satura di odori e profumi dimenticati. C’è la gioia che diventa nella sua ricerca quasi la gemella e la derivazione della tristezza, un premio tanto agognato:

 

Tu tristezza non mi appartieni

 

C’è il buio inteso come mancanza acuta del non ritorno che però non significa mancanza di luce:

ho un po’ di buio addosso ma non ho spento la luce

Tanto che da questo strano elemento oscuro nasce addirittura la primavera:

Nel buio più nero si nascondono ali

e l’apparenza di un sorriso

placa appena i ricordi

Ed è il buio che non è più la minaccia di un’anima acerba, infantile che nasconde l’immenso potere della creatività, tanto da essere abbracciato per ascoltare:

il richiamo del vento

sembra ancora sorridere.

Ed è nel cuore dell’uomo Rota che il tutto si ritrova, che il senso del vivere ha compimento:

Cerca nel cuore

anche quando non rimane più niente

quando il vuoto

domina imperante

quand’anche il cielo non ti vuole più

tu cerca nel cuore e troverai un sorriso.

In quel susseguirsi di istanti, cosi come di stagioni e persino di giorni che il poeta può raccontarsi, racconta il suo percorso verso la consapevolezza, verso l’amore profondo per ogni oggetto, per ogni istante, per ogni pensiero. E la poesia si fa giorno, si fa veglia costante dell’incessante intercedere del dio Chronos che ci regala gli stimoli per accendere il pensiero, per elaborare emozioni, lutti, gioia e dolori in un mosaico affascinante e prezioso, che ci fa beare della discesa nella corporeità dei sensi, di tutto quel viaggio chiamato vissuto. E se il giorno ci accoglie nelle sue luminosa braccia fatate, la notte oscura e misteriosa dominio della divinità Tartaro ci permette di osservare il mistero dell’inconscio che accoglie l’eredità del giorno, delle nostre azioni:

l’eredità del giorno spesso vacilla

e rende vane le speranze

di viaggiatori alati

in cerca di riposo

nonostante gli sforzi

decade paino

in un logorio di soni

e luci conturbanti

che ne accompagnano il cammino.

Ma tutto questo è e resta splendidamente vita.

non mi basti mai

anche quando

mi cogli alla sprovvista

quando mi deludi e mi tronchi i sogni

 

Assolutamente da leggere e assaporare.

 

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